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Tra fornelli, gerarchie e incantesimi culinari, uno chef carismatico ne “Lo stregone”, il nuovo romanzo di Daniele Rielli

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Lo stregone
di Daniele Rielli
Mondadori, 22 settembre 2026

pp. 192
€ 19,00 (cartaceo)


«[…] l’essenza è il principio ultimo di un determinato oggetto, ciò che ne contiene, seppur in estrema sintesi, la radice identitaria più profonda». (p. 81)

La cucina è un ambiente quasi magico, dove gli incantesimi sono le reazioni chimiche che trasformano i cibi e gesti, temperature e tempi concorrono a produrre qualcosa che prima non esisteva. E chi presiede a questi processi, chi conosce i segreti della lavorazione e della preparazione del cibo, non può che assumere, agli occhi di chi l’osserva, qualcosa del mago. Di uno Stregone, direi. È proprio con questo appellativo che lo chef stellato Francesco Minervini viene chiamato dalla sua brigata. È un personaggio magnetico e affascinante e Rielli lo consegna al lettore attraverso un processo “costruttivo”: Lo stregone è un romanzo polifonico, ma polifonico nel senso più inclusivo del termine, perché è fatto di voci diverse, anche non umane, che rappresentano i punti di vista di chi lavora con lui o si è imbattuto in lui in quella particolare serata che costituisce il tempo della storia. Questa scelta narrativa è assolutamente funzionale e ben riuscita, perché come una calamita attira l’attenzione del lettore che desidera imbattersi sempre con più curiosità nel protagonista, il cui carisma campeggia nel racconto degli altri. Sono tutte quelle voci che lo osservano e lo avvicinano che, inevitabilmente, contribuiscono a creare il mito che lo circonda.

[…] mi guardavo intorno insaziabile, volevo sapere, conoscere. E un nome nelle mie ricerche ritornava costantemente: quello di Francesco Minervini, lo Stregone della cucina contemporanea, capelli lunghi, neri e mossi, un volto da modello su un aspetto scarmigliato, occhi impossibili e il tipo di sguardo che non si improvvisa. In un mondo di uomini che posano da gangster e ti fanno venire voglia di dargli un buffetto sulla guancia, Francesco aveva l’espressione di chi nella vita ha visto qualcosa di serio e irreversibile. (p. 127)

L’autore ha ricreato sulla pagina una vera cucina di alta ristorazione, riuscendo a dare consistenza narrativa a un mondo professionale estremamente complesso. E se dico che la cucina non è un semplice sfondo, il lettore avrà modo di appurarlo coi propri occhi! Leggendo la storia, ci si imbatte in un ambiente vivo, in piena fermentazione, coi suoi ritmi, le sue gerarchie, le gelosie, le aspettative e le improvvise variazioni di tensioni. Ogni cosa deve funzionare alla perfezione, il minimo errore può essere fatale soprattutto se tra gli ospiti in sala c’è un giudice Michelin, il cui giudizio può determinare il destino di un ristorante, oppure una coppia di youtuber, capaci, attraverso il loro vasto seguito di follower, di portare a un pubblico sempre più ampio, l'esperienza di uno dei ristoranti più celebri del mondo. A questa ricostruzione così concreta dell’ambiente della ristorazione corrisponde una lingua altrettanto duttile, capace di cambiare registro insieme alle voci che attraversano il romanzo. Rielli passa con naturalezza dal lessico tecnico della cucina, fitto di termini propri dell’alta ristorazione, a una lingua più colta ricca di citazioni letterarie, per arrivare al parlato colloquiale e alle inflessioni dialettali.

Il romanzo si divide in tre parti e si articola in capitoli generalmente brevi, ciascuno affidato a una voce che restituisce il proprio punto di vista su fatti e personaggi. La narrazione procede in modo sostanzialmente lineare, ma ho trovato che è proprio attraverso questa successione di prospettive che Rielli riesce a delineare, con gradualità, i diversi membri della brigata e le figure che ruotano intorno al ristorante

C’è un altro centro di gravità nel romanzo: una coppia in sala, un padre anziano e suo figlio, che attirano l’attenzione della brigata, perché si sospetta che siano giudici Michelin, in visita lì per valutare l’assegnazione della terza stella. Il loro peso nella storia però va ben oltre l’esito di quel giudizio. Il lettore più attento si accorgerà progressivamente che, attraverso questi due personaggi, Rielli introduce un tema che sembra stargli particolarmente a cuore, accanto a quello rappresentato dal protagonista: il contrasto generazionale, il confronto tra gusti, modi di guardare il mondo e sensibilità differenti. Il fatto che il lettore abbia accesso ai pensieri di entrambi permette di cogliere con particolare chiarezza le dinamiche di questo conflitto. Il figlio si sforza di mostrare al padre gli aspetti positivi delle conquiste culturali e tecnologiche della contemporaneità, ma i suoi tentativi sembrano destinati al fallimento: il padre continua a valutare ogni cosa attraverso il metro della propria giovinezza, dai libri che il figlio legge alla musica che ascolta, fino alle scelte di vita che condivide con la compagna. Anche la decisione della coppia di non avere figli diventa così occasione di confronto e di incomprensione, rivelando quanto possano essere differenti i valori e le aspettative con cui le due generazioni guardano al mondo.

«Forse dovreste farvi fare da qualcuno l’essenza di un figlio. Sai, da tenere in una boccetta, magari legata al portachiavi. Figurati se non riesci a comprare qualcosa del genere online.» E dice “online” come pronunciasse una parola esotica e assurda. È talmente troppo che non replico neppure, alzo le mani. «Non essere cattivo. Non conosci la situazione» ribatto, arreso. E mio padre sembra per la prima volta preoccupato delle conseguenze delle sue parole. «Ci avete provato? Non ci state riuscendo? Avete bisogno di un sostegno? Di soldi?» Scuoto la testa. «No, non è questo. O meglio, non lo so. Non ci stiamo provando. Non vuole. Non vogliamo. Non si sposa con il nostro stile di vita». (p. 124)

Al di là degli aspetti più tecnici, al di là della costruzione narrativa e del raffinato gioco delle voci, mi sono trovata più volte a chiedermi – e forse è proprio una delle domande che il romanzo, senza formularla esplicitamente, vuole lasciare al lettore – quale sia davvero l’essenza del carisma, quale l’essenza del talento di Francesco. È qualcosa che appartiene intimamente a lui, oppure è anche ciò che gli altri, osservandolo, raccontandolo e interpretandolo, finiscono per costruirgli attorno?

C’è il colpo da maestro nel finale. Quando le voci sembrano essersi esaurite e il ritratto dello Stregone sembra ormai compiuto, Rielli lascia emergere qualcosa di sorprendentemente semplice e, proprio per questo, potentissimo. Ma questa è una sorpresa che preferisco lasciare al futuro lettore.

Marianna Inserra