Il medico di corte
(Livläkarens besök, 1999)
di Per Olov Endquist
Iperborea edizioni, 2001
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima
pp. 446
€ 18,52 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
Intrighi di corte, segreti, tradimenti, amori clandestini: quanti romanzi sono stati costruiti su queste fondamenta. Altri, invece, partono da un fatto storico e procedono, attraverso una puntuale ricerca storica e una narrazione di fantasia ma sostanzialmente coerente con i fatti riportati.
Il medico di corte, forse il romanzo più conosciuto dello svedese Per Olov Enquist, appartiene alla seconda categoria. Qui si narra di quanto accaduto nel Regno di Danimarca nella seconda metà del Settecento, periodo turbolento con diverse corti in allarme per il diffondersi delle pericolosissime idee illuministe, che propugnavano tra l'altro l’uguaglianza sostanziale, la fine della schiavitù dei contadini, l’abolizione della tortura negli interrogatori e la limitazione degli (illimitati, appunto) privilegi delle classi nobiliari.
La vicenda accadde davvero. Johann Friedrich Struensee, dottore in medicina, accetta l’incarico di medico personale del re danese Cristiano VII, un adolescente fragile e dal carattere difficile, costellato di crisi di pianto, scatti d’ira e lunghi monologhi privi di senso, almeno secondo il punto di vista dei ministri e dei funzionari che, di fatto, esercitano il potere dello Stato secondo una consuetudine ormai ben sedimentata, dovuta soprattutto al susseguirsi di sovrani dediti anima e corpo a ben altre attività.
Il dottor Struensee, tedesco, è persona di profonda intelligenza e di visioni aperte, ha letto Voltaire e gli altri Illuministi e non fa mistero delle sue opinioni spesso disallineate con la morale dell’epoca. Questo aspetto, tuttavia, non viene preso in considerazione data l’urgenza di affiancare un medico a quel ragazzino considerato un povero demente.
Errore fatale: il medico prende a cuore le sorti del giovane sovrano, riconoscendo in quegli strani comportamenti tracce di una sensibilità non comune e di una fragilità dovuta a un’educazione quantomeno inadatta e all’angoscia per l’obbligo di esercitare un ruolo imposto dallo stato delle cose e non voluto. Struensee diventa confidente e protettore di Cristiano, che in poco tempo gli delega la competenza decisionale e imperativa su gran parte degli aspetti riguardanti la gestione del regno. Struensee accresce enormemente il suo potere allontanando i funzionari di corte e facendo approvare al re alcuni decreti ispirati alle teorie illuministe. Inoltre, il medico si innamora della regina Carolina Mathilde, completamente trascurata da Cristiano, e con lei ha una relazione che porta addirittura alla nascita di una figlia.
Le teorie liberali e innovative di Struensee, ormai assurto a decisore finale, irritano e preoccupano non solo la corte danese ma anche i regni di mezza Europa, a loro volta alle prese con questo pericolo illuminista che cova sotto le ceneri. È l’ambasciatore francese che più di altri lo mette in guardia sull’irricevibilità delle sue idee e delle sue decisioni da parte della nobilità regnante in tutti gli Stati europei:
«Signor Struensee», disse l’ambasciatore in un tono di disprezzo e di collera, «io non sono un imbecille. E nemmeno lo sono il mio sovrano e altri reggenti in Europa. Ve lo dico con la chiarezza che voi dite di apprezzare tanto. State giocando col fuoco. Noi non permetteremo che il grande, devastante incendio rivoluzionario, nasca da questo piccolo paese di merda.» (p. 219)
Gli intrighi di corte cui facevo cenno in apertura si sviluppano puntualmente in seno alla corte danese, a opera soprattutto della regina madre (matrigna di Cristiano, in realtà), bigotta e visceralmente ostile a qualsiasi teoria che metta in discussione lo statu quo, da tempo in rotta di collisione con Struensee perché tedesco, per il potere acquisito ma in particolare a causa delle sue idee:
«Qual è l'obiettivo finale di questi... illuministi? Me lo sono semplicemente… chiesto.»
Struensee aveva scelto con cura le parole.
«Fare della terra un paradiso», aveva detto con un leggero sorriso.
«E che ne sarebbe allora del... vero paradiso? Voglio dire, di quello di Dio.»
Con un sorriso altrettanto dolce, lui aveva risposto: «Quello diverrà… secondo loro… meno necessario.»
Con lo stesso tono tranquillo, la regina madre aveva detto: «Capisco. È anche per questo che quei blasfemi devono essere annientati.» (p. 213)
Per sapere come andò a finire basta andare su Wikipedia (è un fatto storico), ma io vi consiglio di leggere il romanzo fino alla fine. Spoiler (ma neanche poi tanto): finì malissimo per Struensee e per la regina Carolina Mathilde, giustiziato lui e cacciata lei. È la stessa regina madre a fare in modo, con l’aiuto di funzionari di corte a lei fedeli, che Struensee abbia ciò che, a suo parere, merita:
«Sarà ucciso in piena legalità», aveva continuato meditabonda, come se stesse gustando le parole. «In piena legalità gli taglieremo la mano e la testa, lo ridurremo in pezzi, gli recideremo il membro che ha insozzato la Danimarca, tortureremo il suo corpo e lo stenderemo sulla ruota. E io personalmente...»
Rantzau e Guldberg l'avevano guardata stupefatti, e Rantzau aveva infine detto:
«Assisterete a tutto?»
«Assisterò a tutto.» (p. 333)
Romanzo potentissimo, magnetico, coinvolgente fino all'ultima pagina. Per Olov Enquist ha uno stile narrativo meraviglioso ed efficacissimo, con frequenti cambi di passo che mantengono il ritmo della narrazione a livelli elevati. Come osserva Alessandro Baricco in una breve postfazione all’opera,
è come sentire un notaio che legge un testamento, ma il testamento è il suo, e allora la voce è più calda, e ogni parola è piena di cose, e il tutto così irripetibile – ordinato ma irripetibile. (p. 444)
Il medico di corte è un lavoro interessante anche per come restituisce le immagini dell’Europa – o di una parte di essa – degli ultimi anni prima della Rivoluzione Francese, fatta di monarchie oscurantiste e di sovrani assoluti, di corti dissolute ma intoccabili, di privilegi e di schiavitù, della sottomissione dei popoli attraverso la costante minaccia di tortura e morte.
Aux armes, citoyens.
Stefano Crivelli

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