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«La vita era feroce eppure pregna di una dolcezza che lei non sapeva spiegare, molto simile alla compassione»: restare umani, nonostante tutto, nel nuovo romanzo di Ilaria Tuti

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Ed è un poco la notte e un poco l'alba
di Ilaria Tuti
Longanesi, giugno 2026

pp. 320
€ 22 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Che cosa significa assistere, impotenti, all'occupazione delle proprie terre e delle case del paese da parte di un popolo straniero? Durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, più paesini della Carnia vengono invasi dai cosacchi, in fuga e in cerca di un nuovo posto dove stanziarsi. Con i guerrieri, ci sono donne, bambini e anziani. Nessuno chiede permesso, sono le uccisioni, gli stupri, i saccheggi a parlare. È un popolo sconosciuto che si stanzia e prende possesso delle provviste, degli averi di chi abita lì. Insomma, il dramma è palese e ci possiamo immaginare i sentimenti che nascono negli autoctoni... eppure, eppure c'è chi compie gesti umani, di grandissima compassione, senza stare a guardare chi sia la persona da aiutare. Perché prima ancora di appartenere a un popolo si è persone, dotate di sentimenti e di principi che valicano i divari di lingua, tradizione, cultura... 

Ed è proprio su questo aspetto che si concentra Ed è un poco la notte e un poco l'alba, nuovo romanzo storico di Ilaria Tuti, che riprende un episodio meno noto della Seconda guerra mondiale. In un contesto ricostruito con dovizia di documentazione, come già era accaduto ad esempio con Come vento cucito alla terra o Fiore di roccia, si muove una protagonista inventata, Serafina, in parte ammirata e in parte temuta dal resto del paese, perché ha ereditato da sua nonna il potere di donare ancora un respiro a chi è morto. In particolare, ai bambini morti nel parto. Lei, la «giovane evocatrice di respiri» (p. 15) sa di compiere un trucco, non un miracolo, ma sua nonna le ha insegnato quanta pietà si può donare agli altri con un piccolo gesto. 

E di pietà è colma Serafina, che, nel momento dell'invasione nel 1944, dopo un primo momento di terrore e di rabbia, inizia a vedere nei nemici degli uomini e delle donne. Ora lei è sola, ma tutti sanno che un tempo anche lei è stata madre, argomento che «aleggiava ancora come un mistero [...] e non durava più di un commento» (p. 39). Al tempo della narrazione Serafina vive con la sua capra Malerba e sa come sostentarsi e farsi rispettare. Così, nella convivenza forzata con tre cosacchi, ribadisce quali sono i suoi spazi e fa sì che non ci siano promiscuità, dal momento che passerà del tempo prima che se ne vadano, sempre ammesso che possano rientrare in patria («Non è un segreto, ormai. I cosacchi non possono fare ritorno in patria, se Hitler non vince la guerra [...] Il Führer gli ha promesso il Friuli. Siamo la Kosakenland in Nord Italien», p. 71). Dunque, imparare a convivere è basilare, anche se, specialmente i primi tempi, Serafina vede la sua casa letteralmente assediata. 

Ma qualcosa succede, e non è affatto buonista la narrazione: succede, semplicemente, che nel corso del tempo quegli uomini cosacchi soprannominati Naso Rotto, il Mongolo e il Guerriero, in mancanza di vere e proprie presentazioni, inizino prima a sopportare la presenza di Serafina, poi addirittura a darla per certa. E quando a loro si unisce un bambino di otto o nove anni, Ivàn, qualcosa scatta nella donna: un istinto di protezione, una generosità che è sempre stata lì, ma che viene amplificata da quella presenza silenziosa. 

Intanto, la vita in paese prosegue, e dopo poche pagine facciamo la conoscenza del dottor Ros, personaggio splendido, reduce della Prima guerra mondiale, di cui riporta ferite fisiche e psicologiche; ma c'è anche Prè Checco, una figura più ambivalente, di cui si conoscerà il carattere nel corso del libro; e poi tanti compaesani che appaiono di tanto in tanto. E non viene mai meno l'ammirazione per la forza di tante donne, giovani e anziane, in grado di rimboccarsi le maniche e supportare tutta la famiglia, anche quando si dice, con sgomento: «Qui non c'è più niente da salvare» (p. 111). 

E invece qualcosa da salvare c'è sempre, ed è proprio questo a infondere molta speranza nel romanzo, che fin dal titolo, tratto da un testo di Pierluigi Cappello, allude a un momento di passaggio, a una zona grigia in cui ancora non si è salvi né totalmente in pericolo, non ci si lascia andare all'angoscia né si può sperare nella salvezza. Ed è proprio così che nel romanzo si intravvede nell'umanità di alcuni personaggi la più grande rivoluzione possibile in un periodo storico in cui tutto porterebbe a pensare solo alla disperazione. 

GMGhioni