Il mondo dell'arte è visto, da chi non ne fa parte, come un affascinante e misterioso circolo di eletti, che discutono di argomenti inconoscibili ai profani. O meglio, questo è il punto di vista stereotipato e inconsapevole del funzionamento del mondo reale, di cui anche gli artisti, loro malgrado, fanno parte. Non che non si avesse già contezza delle contraddizioni di ambienti artistici, che guardano più al profitto che al messaggio da veicolare, ma il romanzo di Xochitl Gonzalez, Anita de Monte ride per ultima, allarga ancora meglio le pieghe oscure dell'ambizione più sfrenata.
La storia racconta di Anita de Monte, artista cubana, sposata con il collega Jack Martin, statunitense del Massachusetts, intrappolata in un matrimonio ormai naufragato e violento, in cui l'antagonismo tra i due artisti ha avvelenato ogni possibilità di riconciliazione. Nel 1985, quando è all'apice della sua carriera, Anita muore precipitando dalla finestra dell'appartamento coniugale. Si apre un processo, si svolgono delle indagini sul coinvolgimento di Jack, si approfondiscono i litigi, le minacce, ogni singola scenata di lei e gli atteggiamenti aggressivi di lui. Grazie a una narrazione dinamica, che passa dal punto di vista di Anita – rigorosamente in prima persona – a quello di Jack – in terza, offuscato e imbelle –, Gonzalez intesse una trama malinconica e avvincente al tempo stesso. Ma il romanzo da drammatico non si trasforma in un giallo sulle tracce dell'assassino, semmai si tinge di malinconiche riflessioni sul ruolo della donna nell'arte, sulla carriera femminile e sulla competizione – purtroppo persa in partenza – con un uomo già affermato e potente.
A seguire la storia di Anita è Raquel, il nostro terzo punto di vista e personaggio principale, le cui vicende iniziano nel 1998. Anche Raquel ha origini latino-americane, è portoricana, e svolge delle ricerche in Storia dell'Arte alla Brown. Per gran parte del romanzo, il legame tra Anita e Raquel è molto sottile, quasi invisibile, ma, man mano che la narrazione avanza, si ispessisce e appare evidente anche al lettore. Entrambe frequentano un ambiente, quello artistico, anche se in ruoli differenti; entrambe sono quote minoritarie di un mondo che tende a farle sentire delle miracolate; a entrambe è richiesto di rendere grazie al favore di un uomo che le ha raccolte e introdotte in un contesto altrimenti irraggiungibile.
È ovvio che, nel lettore, dinnanzi alle ingiustizie che le due donne si trovano a fronteggiare – mai a subire, almeno nel caso di Anita – nasca un sentimento di rabbia. E questo non perché Gonzalez ritragga Anita in modo indulgente e senza sfumature, anzi. La protagonista del titolo ha lati ruvidi e, diciamocelo, insopportabili del carattere: è passionale fino alla violenza, aggressiva e tormentata. Tuttavia, il lettore empatizza con lei, in quanto vittima e in quanto artista emarginata e censurata. Con le sezioni dedicate a Raquel, poi, Gonzalez sembra quasi volere risollevare chi legge: la ragazza è moderna, una come tante, ed è confortante leggerne le vicissitudini, finché non ricalcano quelle di Anita. Da lì riparte un senso di perturbante e di inquietudine che, inevitabilmente, l'autrice intende inserire nel romanzo.
Una tinta di magia latino-americana colora Anita de Monte ride per ultima. Infatti, quando Anita muore, il lettore non smette di avvertirne la presenza che si palesa sotto forma di emozioni – la rabbia e la disperazione –, ma anche tramite altri esseri viventi. La donna, seguace della santería cubana, si tramuta in pipistrello per tormentare Jack e la sua agente Tilly, per spaventare le amanti del marito e vendicarsi dei torti subiti. La scelta di far reincarnare la donna in un pipistrello si collega alla simbologia che la cultura mesoamericana attribuisce all'animale: rappresenta, infatti, la morte, il contatto con gli inferi, ma anche il processo di rinascita. Ogni volta che la donna si manifesta sotto forma di questo animale, è perché il ricordo dei vivi per mezzo della sua arte le restituisce forza e identità. L'aggiunta di elementi sovrannaturali conferisce originalità e autenticità a un romanzo che non rimane soltanto ancorato al terreno, alla matrice del male, ma lo sublima in motore di rivalsa.
Il problema, quando si è vivi, ora ve lo posso dire, è che accade tutto così in fretta che non abbiamo il tempo di dargli un senso come invece è possibile da morti. (p. 136)
L'intento dell'autrice di scrivere una storia intensa è supportato da una trama dettagliata e attenta, in cui ogni elemento di un personaggio si incastra con quello di un altro. Meno azzeccato, forse, è lo stile, molto particolare, va riconosciuto, ma fin troppo melodrammatico. Le pause ripetute, l'uso sfibrante del punto fermo e la totale assenza di altra punteggiatura creano dei vuoti che non sempre danno profondità al testo. A volte, infatti, l'abuso dei punti fermi – come anche del linguaggio tranchant di Anita e Jack – rendono caricaturale e recitato il dolore. In questo quadro, però, lo stile che Gonzalez adotta per Raquel, più misurato e riflessivo, sembra restituire meglio alla trama tutta la drammaticità della storia di Anita e delle donne emarginate.
Camilla Elleboro
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