di Olivier Norek
Rizzoli, febbraio 2026
€ 19 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)
Abbiamo conquistato territorio sufficiente per seppellirvi i nostri morti, nient'altro. (p. 363)
Olivier Norek, già noto per alcune acclamate opere noir – come
Codice 93: La trilogia delle banlieue del 2024 o Territori
del 2025 – ambientate nella feroce periferia di Parigi, torna in libreria con un
romanzo completamente diverso: abbandonate le tinte fosche del poliziesco
metropolitano, l’autore, misurandosi con il romanzo storico, racconta i quattro
cruenti mesi, tra il 30 novembre 1939 e il 12 marzo 1940, che videro
contrapposte la pacifica Finlandia, autonoma da appena ventun anni, e l’imponente
Unione Sovietica. Un confitto asimmetrico che, per i posteri, prenderà il nome
di Guerra d’Inverno.
Fate dei figli di uno stesso villaggio una compagnia di soldati, affinché siano sul campo di battaglia fratelli, amici, vicini. Avranno sotto gli occhi le persone che devono difendere, e non saranno sconosciuti quelli che moriranno davanti a loro, così come non saranno estranei coloro i quali vorranno salvare la vita. Non avranno altra scelta che combattere, perché chi userebbe disertare quando il fratello chiama in aiuto? (p. 37)
Prima delle atrocità della Seconda Guerra Mondiale, quando
Hitler aveva già riportato la guerra in Europa, ma quest’ultima sembrava ferma
ancora in una strana e irreale attesa (la cosiddetta drôle de guerre),
Stalin decide di portarsi avanti muovendo le sue pedine, con il pretesto di
mettere in sicurezza i suo confini, attaccando il piccolo territorio da poco
indipendente. Norek ci scaraventa esattamente lì, nell’inferno bianco di un
conflitto dimenticato dalla storiografia maggiore, perché all’ombra di eventi esponenzialmente
più atroci, quelli che verranno, ma altrettanto decisivo per lo scacchiere futuro.
I terribili eventi che costituiscono l'argomento di questo romanzo sono accaduti in quell'anno in Finlandia, a Kollaa, ma anche sul suo istmo in Carelia, tra i suoi ghiacci a Petsamo. Dalle coste del suo Golfo ai confini della sua Lapponia. Prendete un paese minuscolo, prendetene un altro, gigantesco. E ora immaginate che si affrontino. (p. 13)
Se le premesse narrative e geopolitiche sono di una semplicità disarmante e spietata – la contrapposizione tra il colosso sovietico da un lato, convinto di una vittoria lampo, e un popolo giovane che non ha nulla da opporre se non il proprio spirito di sopravvivenza e la propria resistenza, dall’altro – la forza del romanzo di Norek risiede proprio nella capacità di scendere nelle numerose pieghe di cui si compone l’animo umano. L'eco letteraria e civile che attraversa queste pagine rimanda immediatamente al grande filone della poesia pacifista. Era il 1964 quando Fabrizio De André cantava, allora per la prima volta, La guerra di Piero, tra le più celebri e acclamate canzoni del cantautore genovese. Lì, nella sesta quartina – quando De André canta E mentre marciavi con l'anima in spalle / Vedesti un uomo in fondo alla valle / Che aveva il tuo stesso identico umore / Ma la divisa di un altro colore – si trova quel sentimento di riconoscimento di una eguale umanità condivisa, benché divisi dall’indossare diverse divise. E anche il lettore, attraverso gli occhi del soldato, ha questa stessa straziante epifania:
Intorno a lui, l'ultimo giorno di guerra ha cosparso il suolo di migliaia di morti che giacciono sulla superficie della neve rossa. Lui è nessuno in mezzo agli altri. Né più prezioso, né più importante. Ma altrove potrebbe essere un padre, un fratello, un amico o un marito. Altrove è tutto. Nella morte, soltanto le uniformi li distinguono. Erano nemici, ormai sono stesi fianco a fianco. Qui le loro mani si toccano, là i loro visi spenti si fronteggiano. (p. 11)
Mentre le retrovie dei civili sono devastate dal dolore – dove «soltanto le famiglie separate dai bombardamenti continuavano a vagare, con il cuore sospeso. Trattenute dall'amore, cercavano un figlio, una figlia, un marito, una madre, e ogni sagoma lontana, attraverso un sudario di fumo nero, diventava una speranza» (p. 89) – al fronte, imparando presto l’arte della sopravvivenza (come un moderno λάθε βιώσας di epicurea memoria), c’è chi si distingue non per voglia di eroismo, ma per puro un spirito, appunto, di sopravvivenza unito a doti naturali: è la figura leggendaria di Simo Häyhä, – la morte bianca per il fronte sovietico – cecchino dalle capacità letali che incarna la forza della resistenza implacabile, benché senza speranze, di un popolo intero.
Norek, ne I guerrieri d’inverno, con la sua scrittura tesa e
asciutta – in bilico tra lo stile cinematografico e quello dello storiografo –
non scrive un romanzo intriso di trionfalismo militare, bensì ci regala un’opera
di meditazione sul valore dei rapporti umani, sulla dignità della resistenza e
sulla cieca follia degli imperi.

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