Tutte le mattine di
Sybil è il
sorprendente romanzo d’esordio di Virginia Evans edito da Rizzoli e nelle
librerie italiane dal 23 giugno dopo che ha conquistato le vette delle
classifiche americane. Sono le numerosissime lettere, inviate e ricevute, a
definire la protagonista Sybil, avvocata in pensione, da anni divorziata, una
donna solida e fragile, scontrosa e diretta, che vive da sola in una enorme casa
vuota ed elegante con vista lago. La consuetudine della sua vita è scrivere
lettere fin dall’età di nove anni e di sole lettere è formato questo libro:
scrivo a chiunque mi colpisca. Amici, deputati, redattori, insegnanti, diplomatici, scrittori. Gli scrittori sono i miei preferiti. (p. 170)
E
sono davvero tantissimi i libri citati e altrettanti sono gli autori, in un
confronto costante con le amiche perché, come ricorda più volte Sybil, non c’è
da fidarsi di una persona che non legge. Joan Didion, Larry McMurtry, Ann Patchett, sono
soltanto alcuni degli scrittori destinatari delle lettere di Sybil e lettera
dopo lettera, prende forma l’idea che scrivere, famosi o no che siamo, renda le
parole immortali e con loro, anche un po’ noi possiamo diventarlo. Ecco che
scrivere è il tentativo di raccontare una vita, di lasciare un segno di sé nel
tempo ed è per questo motivo che scrivere lettere diviene per la protagonista
un’attività quasi maniacale:
mi siedo alla scrivania con la carta da lettere e le penne che mi piacciono. La scrivania è davanti a una finestrella che dà sul fiume e sotto ci sono i cespugli di caprifoglio che, in estate, attraggono i colibrì e oltre c’è il mio giardino. La casa è silenziosa e, se mi sento smuovere dentro, dal lettore di CD proviene Ciajkovskij o Stravinskij. Mi porto un bicchiere d’acqua o una tazza di tè. Di solito scrivo per circa due ore il lunedì, il mercoledì e il venerdì.
In
un’epoca come la nostra, in cui tutto avviene nel breve tempo di un click, dove
battere nervosamente le dita sopra le lettere di una tastiera sottrae spesso il
tempo della giusta riflessione che spinge a essere affrettati nella scelta
delle parole, sedersi di fronte a un panorama che concilia col mondo,
prendersi il giusto tempo per scegliere le parole, procurarsi carta e penna, comprare
i francobolli e uscire fino alla buca delle lettere per inviare il nostro
messaggio, impone un tempo che è quello
della ponderatezza, della misura e del rispetto verso sé stessi e verso l’altro.
Sybil ci guida in questo mondo che, ormai sostituito dalle mail o dalla
comunicazione social abbiamo pressoché dimenticato.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante del romanzo: chiedersi quale sia il valore autentico che
attribuiamo alle nostre relazioni, quanto tempo dedichiamo davvero alle persone
della nostra vita e quanto spesso, al contrario, ci accontentiamo di una comunicazione
veloce, vuota e superficiale. Sybil, lettera dopo lettera, ci fa notare che la
scrittura ci costringe a fermarci, a
prestare attenzione, a porre domande e a ricordare particolari, dedicandoci
completamente all’altro e dunque anche a noi stessi. Paradossalmente, la
protagonista vive però la paura di una malattia degenerativa alla vista che la
rende progressivamente cieca e le toglie quella che è in fondo la sua stessa vita:
poter leggere e scrivere. Ed è così che dietro la donna ironica e scontrosa
troviamo anche la fragilità: un dolore profondo che l’ha segnata e al quale,
grazie alla parola scritta, cerca di dare una forma per tutta la vita: «le lettere esprimono la persona che sono».
Il rapporto conflittuale con la figlia, la tenerezza del suo amore
incondizionato per il fratello, il sostegno offerto ai giovani, l’amicizia di
una vita con Rosalie assieme alla ritrovata sorella naturale, i suoi due
corteggiatori sono soltanto alcune delle storie che come un immenso puzzle vanno
a comporre la straordinaria vita di Sybil e che rappresentano al contempo le
meravigliose sottotrame di questo romanzo epistolare che vorremmo non finisse mai.
Ma
è proprio nel finale che Sybil ci coglie alla sprovvista e si chiede se scrivere
sia davvero vivere, se limitarsi a scrivere non abbia in realtà allontanato le
persone:
Da giovane, scrivendo lettere, ho trovato una disciplina che mi facilitava la vita e questo non è mai cambiato. Tuttavia, mi chiedo se, portando avanti per corrispondenza i rapporti più intimi della mia vita, sin da bambina non abbia messo una distanza tra me e gli altri. (p. 314)
Evans sorprende con un finale che regala sorprese al lettore che in fondo ha imparato ad amare questa anziana signora, testarda e ruvida, colta e raffinata, irascibile e profondamente umana, la quale ha semplicemente cercato, un pezzo alla volta, di dare un senso alla propria esistenza.
Con una scrittura capace e sapiente, l'autrice si dimostra abilissima nel gestire un romanzo epistolare, genere abbandonato dalla letteratura dell'estremo contemporaneo e che ha per giunta una donna anziana per protagonista, mostrandoci limpidamente che dentro al cuore di ogni essere umano ci sono spazi davvero sconfinati.
Silvana Maria Baroni
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