È un esordio letterario interessante che farà parlare a lungo di sè Albergo Savoia, romanzo di Simone Azzu, drammaturgo, regista e performer sassarese. Si tratta di un romanzo corale nel quale una miriade di personaggi e di esistenze vengono organizzate in una geografia che è sia fisica sia sociale:
Una città vicino al mare, su un'isola perduta nel Mediterraneo. Parte dello spazio è occupato da una lunga strada, in salita. Più si sale, più il luogo è decoroso e nobile. C'è un ristorante, un bar sfarzoso, l'Albergo Savoia, un supermercato. Attorno ci sono dei vicoli molto stretti: poco lontano dalla via c'è il Bar Delfino. Entrano tutti i cittadini e prendono posto. Al centro si riconoscono i volti ricorrenti, ai margini si riconoscono i volti periferici. (p. 9)
L'originalità e la forza di questa narrazione è già tutta qui, nel breve spazio del prologo dove il linguaggio della narrazione e della drammaturgia si fondono: la struttura è quella della tragedia classica che suddivide il racconto appunto in prologo, parodo ed esodo. Il coro è rappresentato dalla voce polifonica dei cittadini di una città che parla ed è viva, che mai viene nominata, ma nella quale è possibile riconoscere la città natale dell'autore, che come una vera e propria voce narrante accompagna il lettore.
In questa città lo spazio è diviso nettamente in due realtà fisiche e sociali rappresentate da due luoghi: da un lato, il Bar Delfino, dove trascorrono le loro giornate esistenze ai margini come disoccupati, falliti o semplicemente uomini che fuggono dai loro fallimenti e li condividono con chi riconoscono come consimile; dall'altro lato, l'Albergo Savoia, luogo di incontro della borghesia dove professionisti e politici fanno i loro affari, simbolo di una società decaduta che vive di apparenza.
Una cartina apre il romanzo e colloca questi due luoghi in uno spazio che non è soltanto fisico ma che è soprattutto sociale e morale, individuando un alto e un basso. Due mondi separati da una distanza fisica davvero minima, ma separati da una distanza sociale che è incolmabile. Queste le coordinate del romanzo: due mondi che pur vicini sono destinati a non sfiorarsi mai perché ognuno deve occupare lo spazio che gli è dato: la lotta di classe, l'idea stessa di classe sociale, che mai è nominata nel romanzo, appare come il vero grande motore della storia nella quale non trovano spazio ascensori sociali che possano riscattare i personaggi. C'è un evidente determinismo sociale che blocca i protagonisti nel loro spazio dal momento che
uno si può raccontare di giocare la propria partita. Ma la partita te la dà la tua famiglia, gli anni che hai sentito parole prima ancora di imparare a parlare, le grida le bollette la povertà, la gente che si vuole bene. (p. 260)
Sono due personaggi femminili, madre e figlia, a cercare di infrangere questa che sembra essere una legge di natura e a tentare di emanciparsi dalla povertà, sia economica sia morale: Maria, nel suo ruolo di moglie e di amante sarà l'unico personaggio che potrà vivere in entrambi questi mondi, fungendo in un certo senso da anello di congiunzione e Giulia, che lascerà la città e l'isola in cerca di un futuro diverso da quello per lei già segnato e troppo simile a quello dei genitori.
È nel finale che troviamo il senso del nostro vivere ostinatamente, nonostante tutto:
Nessuna società si suiciderà mai, succeda quel che succeda. Può morire qualcuno, può essere imperante il male: lo è. Ma è fine dell'uomo quello di sopravvivere, di mantenersi saldo all'unica cosa che ha, il corpo e lo spazio e il tempo. Nessuno deve andare via da qui, succeda quel che succeda. Siamo troppo attaccati alla vita. (p. 370)
Chiude la narrazione un'altra cartina che ad uno sguardo superficiale apparirà in tutto e per tutto simile a quella del prologo, tuttavia...
Un romanzo dunque che non consola e che mette in risalto un notevole lavoro di ricerca sulla lingua: cambiano i registri linguistici a seconda che si frequenti il Bar Delfino o che si frequenti l'Albergo Savoia per mettere in evidenza che proprio la lingua che ancor piccolissimi sentiamo e impariamo, inizia a determinare differenze sociali: la cosiddetta eziologia dell'errore di cui l'autore ci parla già all'inizio della sua narrazione. Quando è iniziata la diversità? La solitudine che accompagna tutti i personaggi nasce proprio da qui, dal non trovare le parole, non conoscere l'alfabeto che avvicina, unisce e riscatta. In fondo tutti quanti vivono con lo stesso battito e per la stessa ambizione: esserci.
L'esserci, quella particella pronominale che gli immigrati non avrebbero imparato mai e che per loro era l'unica cosa che contava: essere lì, essere insieme, esserci. (p. 312)
La ferocia placida della penna di Azzu mette in scena le miserie e le fragilità umane ma al contempo la nostra cocciutaggine dell'esistere, nonostante tutto.
Il momento di massima tensione sia formale sia narrativa si ha nel lungo flusso di coscienza che possiamo definire corale, che esplode a partire dalla pagina 230, nel quale i personaggi, nella stessa sera, nello stesso istante, occupano ciascuno uno spazio che appartiene alla loro "classe": il Bar Delfino va allo stadio e l'albergo Savoia va a teatro. In un crescendo di emozioni e di rivelazioni, il lettore si troverà disorientato fino a confondere luoghi e ruoli, perché in fondo, uno stadio e un teatro agitano gli stessi cuori e un direttore d'orchestra è un po' arbitro di calcio.
Ciò che cambia è appunto il linguaggio sociale.
Silvana Maria Baroni
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