Il sole nelle pozzanghere
di Matteo Bussola
Einaudi, 2026
pp. 168
€ 17,50 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
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Audiolibro disponibile su Audible (tempo di ascolto: 4 ore e 42 minuti); legge Matteo Bussola.
Fin dal titolo del nuovo romanzo di Matteo Bussola, Il sole nelle pozzanghere, capiamo che l’opera ci chiederà un decentramento dello sguardo, una necessità di cogliere la luce di riflesso, di disinnescare ciò che potrebbe bruciare per mantenerne solo la meraviglia. Il volume parla di (e parlerà a) chi si prende cura di «tutto ciò che è piccolo, collaterale, troppo a portata, […] non visto, non considerato, distrattamente accolto e però mai veramente amato». Sarà, come l’autore ci ha già insegnato con molti dei suoi scritti precedenti, un libro di piccole storie che diventano importanti, che si intersecano in modi imprevisti, che ci invitano a non aspettarci che la vita si manifesti in modi clamorosi e scenografici, ma a cogliere e valorizzare le svolte e le scelte del quotidiano.
Protagonista è un uomo non più giovane, il signor Pi, proprietario
di un piccolo negozio dell’usato che gestisce da solo, aprendo ogni mattina alle
8.10, perché le cose preziose devono farsi un po’ aspettare. Per il signor Pi,
la passeggiata mattutina che precede l’apertura è un rito prezioso, un’occasione di contemplazione e di scoperta
di ciò che lo circonda, anche dei dettagli più irrilevanti. Dietro ogni cosa si nasconde infatti una
storia che, se non può essere verificata, può almeno essere immaginata – e
che riconduce a persone, relazioni,
ricordi custoditi o infranti, gioiosi o malinconici. Forse anche per questo
l’uomo rimane sconvolto nel trovare una bambola
abbandonata in un cestino delle immondizie. Di fronte al piccolo corpo
deturpato, a un pensiero non ancora definito che arriva dal passato e risuona
nella sua memoria, nasce improvviso in lui uno slancio di accudimento, che lo porta a prenderla con sé.
Il suo mestiere di rigattiere,
del resto, è proprio quello di «salvare
le cose». Nella penombra della sua bottega, al sicuro dietro a scaffali che
recano impronte di tempi trascorsi, ogni
oggetto si disvela sotto le sue mani delicate, gli occhi attenti, e riferisce
di altri luoghi, altre vite, di cui ha intersecato il corso. L’orologio di
Filippo, il materasso di Alessia e Cesare, il saturimetro di Valeria, la
valigetta di Anna… Nel negozio di signor P. c’è chi porta, e chi cerca, e gli
oggetti diventano ponte tra gli uni e gli altri, vettori di sentimenti condivisi all’interno di percorsi differenti.
Tutto merita di essere accolto, e ascoltato, da minuscoli
orecchini a cucine intere. Gli oggetti respirano
delle esistenze di cui sono stati protagonisti o testimoni, sussurrano di
amori infranti, o durati attraverso gli anni, di desideri non realizzati, di seconde
occasioni, di rapporti tra genitori e figli, di passioni e talenti coltivati, o
lasciati andare.
Nel romanzo, si alternano con naturalezza due diversi piani narrativi: quello
relativo agli oggetti, che raccontano del proprio passato a chi sa
ascoltarli, e quello in cui, poco
alla volta, facciamo la conoscenza del
signor Pi, che resta figura tutto sommato misteriosa finché
progressivamente non ne vengono rivelati i trascorsi. Anche lui ha dei conti in sospeso, a volte si tormenta
per la «feroce nostalgia di un futuro che
non c’è mai stato», e fatica per riaggrapparsi
a un presente in cui essere felici di ciò che si ha. E lui, Pi, nella sua vita
tutto sommato routinaria e un po’ solitaria, ha soprattutto le parole.
Le storie servono «per sopravvivere, persino a se stessi», e Pi le raccoglie e le accoglie in tutta la loro dignità, anche quando sembrano minime, e non solo non hanno un lieto fine, ma forse neppure una fine. Perché lo stupore, la meraviglia, come ci ricordava anche Giovanni Pascoli con il suo fanciullino, sono qualcosa che va coltivato ed esercitato, qualcosa in grado di restituire una nuova prospettiva. «Ogni immagine [è] una suggestione, una storia possibile»: questa è la ragione della passione di Pi dapprima per la fotografia, e poi per gli oggetti dismessi e dimenticati, ma è anche il criterio strutturale dell’opera, in cui ogni nuovo capitolo spalanca un frammento di mondo, un’istantanea di realtà. I salvatori, ci ricorda sempre Bussola, sono coloro che «riescono a udire il mormorio dell’impercettibile» – coloro che hanno imparato la cura dello sguardo e dell’ascolto oltre la superficie ammaccata delle cose.
Certi giorni sono come uno specchio opaco, magari non ti ci riconosci subito […] eppure a volte è proprio lì […] che possono annidarsi piccoli destini improbabili.
È difficile non sentir correre tra le righe, che pure non la
esplicitano, una istanza ecologista,
che incoraggia al riutilizzo e all’attenzione in un mondo che corre troppo
veloce e scarta tutto ciò che non è perfetto o performante. Al tempo
stesso, non si deve temere di trovare un romanzo didascalico, o pedante. Così
come ne Il tempo di tornare a casa,
anche ne Il sole nelle pozzanghere
l’autore sceglie un luogo che assume una
valenza simbolica e ne fa un contenitore e punto di raccordo di tanta,
variegata umanità. Quello del rigattiere sembra un mestiere ormai quasi
fuori dal tempo, ma le vicende che emergono dalle pagine e dagli incontri
narrati sono invece contemporanee, e parlano al lettore di uomini e donne che abitano il nostro presente.
Io mi fido di Matteo Bussola. So sempre che troverò nei suoi libri
storie delicate e valori belli, so
che mi faranno trascorrere delle ore di serenità, che mi conforteranno nelle giornate
un po’ storte. So anche che saranno libri
ben scritti, puliti e accoglienti, il che è tutt’altro che scontato. Non
posso negare di averne trovati alcuni più riusciti di altri. Alcuni sono
passati, altri me li porto dietro, in un posto intermedio tra la memoria e il
cuore. Questo prova a recuperare il
respiro ampio che hanno i suoi migliori e lascia dietro di sé la malinconia
delle cose perdute, abilmente intrecciata al sentore fresco delle nuove
possibilità.
Carolina Pernigo
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