Inventario illustrato degli abissi
di Virginie Aladjidi, Caroline Pélissier ed Emmanuelle Tchoukriel
L'ippocampo, settembre 2026
Traduzione di Paola Sala
pp. 88
€ 15,00 (cartaceo)
Ci sono luoghi della Terra che conosciamo per esperienza, altri che possiamo soltanto immaginare. E poi ci sono gli abissi, che sembrano appartenere a una terza categoria: luoghi realissimi, fisici, concreti, eppure così simili a mondi extraterrestri. Basta pensare che l’oceano ricopre circa il 71% della superficie del nostro pianeta, eppure dell’oceano noi conosciamo soprattutto la superficie. Sotto quella linea apparentemente uniforme che vediamo dalla spiaggia comincia un mondo verticale, fatto di profondità, montagne, dorsali, vulcani sottomarini e fosse oceaniche. Un paesaggio che non vediamo e che, proprio per questo, spinge a chiederci: che cosa c’è laggiù?
È una domanda semplice, quasi infantile. Ed è forse la domanda perfetta per entrare in Inventario illustrato degli abissi, di Virginie Aladjidi, Caroline Pélissier ed Emmanuelle Tchoukriel, pubblicato da L’Ippocampo.
Negli abissi, più che in qualunque altro ambiente terrestre, la natura sembra essersi divertita a mettere alla prova la nostra idea di ciò che è possibile. Là dove la luce del Sole non arriva, dove il freddo e la pressione diventano estremi, la vita non scompare: cambia. Si adatta, inventa soluzioni, sviluppa forme che sembrano fantasia. Pesci dalla bocca sproporzionata, organismi trasparenti, creature dotate di bioluminescenza, animali dalle forme filiformi, tentacoli, denti, occhi enormi o, al contrario, occhi quasi inutili. È un bestiario che mette in crisi persino la nostra idea di “bello”.
Ed è proprio qui che questo nuovo Inventario illustrato degli abissi trova la sua ragione d’essere.
Gli abissi non sono semplicemente “il mare molto profondo”. Sono un ambiente estremo nel quale la vita deve fare i conti con condizioni molto diverse da quelle che conosciamo in superficie. L'assenza di luce cambia le regole della percezione; la pressione aumenta enormemente con la profondità; le temperature sono spesso prossime allo zero. E tuttavia la vita è lì. È una delle intuizioni più affascinanti che l’albo riesce a trasmettere: non esiste un unico modo di essere vivi. L’abisso diventa così un enorme laboratorio naturale. Ogni animale sembra raccontare una soluzione diversa a uno stesso problema: come vivere in un luogo dove sembrerebbe impossibile vivere?

La bioluminescenza, per esempio, trasforma il buio in una forma di comunicazione. Alcune creature producono luce per attirare una preda, altre per confondere un predatore, altre ancora per incontrare un individuo della propria specie. Nel buio assoluto, la luce non è più soltanto qualcosa che viene dal Sole: diventa qualcosa che gli animali fabbricano. E allora quelle creature che a prima vista ci appaiono mostruose smettono di essere mostri. Diventano invenzioni evolutive. Questa è forse una delle qualità più belle degli Inventari illustrati di E. Tchoukriel: non cercano di addomesticare la natura. La mostrano nella sua varietà, anche quando quella varietà è perturbante, buffa, bizzarra o difficile da comprendere.
C’è poi un paradosso intelligente alla base di questo libro: per raccontare gli abissi bisogna necessariamente raccontare ciò che non possiamo vedere. E qui la scelta grafica del volume assume un significato che va oltre la semplice estetica.
Il nero che domina l’impaginazione non è soltanto un colore. È il buio degli abissi, certo, ma è anche il colore dell’ignoto. È lo spazio che separa ciò che sappiamo da ciò che ancora non conosciamo. Le creature emergono da questo fondo scuro come reperti, apparizioni, piccoli frammenti di un mondo nascosto.
Nei precedenti Inventari illustrati di Aladjidi e Tchoukriel la pagina aveva spesso la funzione di una sorta di tavolo da lavoro del naturalista: il soggetto isolato, riconoscibile, osservabile nei suoi dettagli, pronto a essere confrontato con quello successivo. Qui il territorio è completamente diverso. Il fondo nero non fa semplicemente da sfondo alle creature ma le fa emergere dal buio. È come se il libro ci dicesse: questo animale non è posato sulla pagina ma è appena riemerso dall’oscurità.
Gli Inventari illustrati hanno costruito negli anni una forma molto particolare di divulgazione naturalistica: niente personaggi, niente trama tradizionale, niente spiegazioni sovraccariche. Al contrario, una successione di soggetti, nomi, dettagli e brevi informazioni che invitano a osservare. È una struttura che ricorda da vicino le tavole dei naturalisti dei secoli scorsi. Non a caso Emmanuelle Tchoukriel si è formata nell’illustrazione medica e scientifica e il suo lavoro prende spunto esplicitamente dalla tradizione delle tavole naturalistiche settecentesche. Il suo tratto combina china e acquerello, ottenendo una precisione scientifica senza perdere leggerezza e poesia.

La cosa sorprendente è che questa impostazione, all’apparenza esclusiva per gli adulti, funziona benissimo anche per i bambini. Anzi, forse proprio perché non li tratta come piccoli consumatori di immagini colorate e semplificate. Tchoukriel osserva gli animali con una precisione medica: le proporzioni, le texture, le membrane, le pinne, le zampe, le bocche, gli occhi. Tchoukriel porta sulla pagina animali che appartengono a un mondo molto difficile da raggiungere. Non siamo noi a scendere nelle profondità. Ci scende il disegno. E poi il disegno torna in superficie e ci racconta ciò che ha visto.
Un altro merito dell'Inventario illustrato degli abissi, come succede anche per gli altri, è quello di non avere bisogno di trasformare gli abissi in un luogo spettacolare attraverso artifici narrativi. Un nome latino, una breve descrizione, una tavola accurata: elementi sobri che, messi insieme, diventano una forma di avventura.
Prima viene la meraviglia: “Ma esiste davvero un animale fatto così?”
Poi arriva la domanda: “Come fa a vivere lì?”
E infine la risposta scientifica.
È un meccanismo didattico semplicissimo e potentissimo: partire dallo stupore per arrivare alla conoscenza. L'Ippocampo presenta il volume proprio come un viaggio nelle profondità marine ma c’è qualcosa che va oltre la didattica.
Un libro così può insegnare ai bambini — e ricordarlo agli adulti — che la Terra è molto più grande della porzione che frequentiamo. Che il pianeta non finisce là dove finisce il nostro sguardo. E che l’ignoto non è necessariamente qualcosa da temere: può essere qualcosa da studiare, disegnare, nominare e, soprattutto, rispettare.
L’intero volume è un nero pieno di vita. Quel nero, che normalmente associamo al vuoto, qui è pienissimo perché non nasconde soltanto: rivela. Pagina dopo pagina, il buio non fa più paura. Diventa una lente. Gli abissi smettono di essere “laggiù”, in fondo a un oceano immenso, e diventano improvvisamente vicinissimi: stanno dentro un libro, dentro un disegno, dentro una domanda.
E allora questo nuovo Inventario illustrato potrebbe essere una piccola lezione di sguardo, come avere abbastanza curiosità da voler scoprire che cosa c’è nel buio.
Serena Palmese
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