Nel vento cattivo
di Kaouther Adimi
Astarte (maggio 2026)
Traduzione di Carolina Paolicchi
pp. 259
€ 18 (cartaceo)
“Al vento cattivo ho tenuto testa” (p. 217).
Algeria, 1922 – 1992: queste sono le coordinate di spazio e tempo coperte dalla narrazione familiare, epica ma anche intima, individuale e storica di Kaouther Adimi. 1922: l’anno in cui Tarek viene al mondo, e poco dopo viene cresciuto insieme a Said, un quasi fratello con cui condividerà l’infanzia e l’adolescenza, e dal quale poi lo separerà un destino molto diverso. Tarek farà il pastore, nel villaggio algerino di El Zahra, finché la guerra – una delle guerre che segnano la sua vita – lo porterà a combattere in Francia. Said invece compirà i suoi studi ad Algeri, per poi arruolarsi a sua volta e, rientrato in Algeria, diventare uno scrittore di enorme successo.
E poi, Leila: la ragazzina che scappava dalla finestra per unirsi ai giochi con Tarek e Said, data in sposa a tredici anni e poi divorziata e disprezzata dall’intero villaggio fino al nuovo matrimonio con Tarek. Sullo sfondo di queste piccole storie intrecciate, la grande Storia: la colonizzazione del paese, la seconda guerra mondiale, l’indipendenza dell’Algeria, il Fronte di Liberazione Nazionale e i quattro governi che si succedono prima della presa di potere degli islamisti, che getta il paese in un decennio di violenze e instabilità.
Tarek aveva visto gli occhi dell’uomo e aveva capito, invece, che era stata la guerra a fargli perdere un po’ di senno. Quale guerra, lo ignorava, ma in fondo poco importava, perché tutte le guerre fanno la stessa cosa agli uomini, trasformano i loro occhi in un paio di biglie immobili. E la letteratura, pensava Tarek, era forse al contrario ciò che gli impediva di sprofondare, di fargli rotolare gli occhi-biglia fuori dalle orbite. (p. 100)
Nel vento cattivo è un romanzo meraviglioso, per più di una ragione. In primis – e questa rivelazione potrebbe rovinare il piacere della scoperta finale, della lettura dell’ultima pagina, ma d’altro canto sarebbe impossibile non menzionarlo nel recensire il libro – la storia di Tarek e Leila è la storia, vera, dei nonni dell’autrice. Adini, classe ’86, nata in Algeria e residente a Parigi, dedica il romanzo “Ai miei nonni”, e riprende parola nelle ultimissime pagine per tirare le fila del monumentale progetto letterario che ha realizzato.
Biografia e invenzione si mescolano nel suo racconto, così come le esperienze di Tarek, Leila e Said si intrecciano a temi e lotte più grandi di loro ma che li inglobano: la lotta per l’indipendenza, quella per il diritto delle donne a decidere del proprio destino e ad alfabetizzarsi, e l’attrito costante tra classi sociali, tra intellettuali e popolo, ben espresso dall’episodio del libro scritto da Said sulla vita di Leila e Tarek:
È dunque questo, essere scrittori? Tagliare, montare, immaginare ricordi? Prendere gli album di foto e scavarci dentro? Creare una storia a partire dai frammenti? Cambiare le date, mischiare gli eventi? Creare partendo dal niente? E adesso? In fondo non mi importa di sapere cosa abbia potuto scrivere nel suo maledetto libro, ma si parlerà di nuovo di me. Sarò di nuovo “la Leila che” e non posso farci niente, sono intrappolata in questo libro. Le chiacchiere mi precederanno sempre, e la Leila del romanzo prenderà il mio posto, esisterà mentre io scomparirò. (pp. 184-185)
Il libro è diviso in due parti, focalizzate su Tarek e su Leila: ma se la parte di Tarek è raccontata da un narratore onnisciente, la parte di Leila la ascoltiamo dalla sua stessa voce, che si riappropria del racconto della sua vita finora storpiato, inventato e calpestato da altri, dagli abitanti del villaggio e da Said, che la voleva per sé ma non l’ha mai avuta.
Nel vento cattivo è un romanzo splendido da leggere in qualsiasi momento, ma specialmente in estate, per abbandonarsi alle atmosfere calde, arse, assolate della terra algerina, e ascoltare il flusso della vita di Tarek e Leila nel corso di quasi un secolo.
È anche un libro potente sulla storia coloniale e post-coloniale del paese, sugli strascichi che ha lasciato nella sua storia e sulla pelle delle persone. È, infine, un libro che ci racconta la storia di un pezzo di Mediterraneo che, da qualsiasi parte lo guardiamo, è sempre il nostro mare.
Michela La Grotteria
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