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«Abbiamo sempre diviso tutto»: “Come sorelle” di Elisa Bellero

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Come sorelle
di Elisa Bellero
Edizioni E/O, giugno 2026

pp. 245
€ 18 (cartaceo)
€11,99 (ebook)

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I legami di sangue spesso non sono una garanzia per quelli affettivi: capita di sentirsi vicini a persone estranee al proprio nucleo familiare o di avvertire un'affinità per parenti che, almeno per consanguineità, sono distanti. Eppure, sono proprio queste persone a dimostrare vicinanza e somiglianze a volte quasi inaspettate e avviene proprio così nel romanzo d’esordio di Elisa Bellero, Come sorelle.

Ester e Teresa sono cugine, ma nei fatti sembrano (e soprattutto si sentono) sorelle: vivono insieme, com’era consuetudine in passato, e sono state allattate dalla stessa donna. Nate entrambe prima della Seconda Guerra Mondiale, Ester e Teresina sviluppano fin da bambine un legame quasi simbiotico; si supportano quando la matrigna di Ester diventa violenta con la figliastra, si affidano alle stesse superstizioni e, soprattutto, sognano di diventare adulte insieme, magari continuando a vivere nello stesso piccolo borgo veneto, Le Coste. Tutto cambia però quando il padre di Ester, dopo la morte della seconda moglie, sposa Sara, una giovane molto diversa dalla precedente che, fin da subito, considera Ester come una figlia. La situazione finalmente sembra, almeno in apparenza, più serena, ma sarà proprio il nuovo matrimonio del padre a sconvolgere le vite delle due giovani, allontanandole per sempre. Sara, infatti, ha un sogno: quello di aprire un negozio di sartoria nella grande città. A Ester, ancora bambina, non resta che seguire la nuova matrigna in quest’avventura cittadina e lasciare, seppur rammaricandosi, Teresa.

Io la guardai, aspettavo un gesto, un segno. Avrei voluto vederla indignarsi, gridarvi contro che ci stavate abbandonando. Se solo l’avessi vista arrabbiarsi, se le fosse tremata la voce, se avesse detto anche solo una mezza frase di risentimento, mi sarei alzata. (pp. 71-72)

Da qui in avanti il loro legame non sarà più lo stesso, pur continuando a sopravvivere. Se Ester si lascia alle spalle Le Coste e Teresa, l'altra continua a rimanere legata a lei in un continuo alternarsi di rabbia e nostalgia, mantenendo sempre il pensiero rivolto a quella sorella persa. E anche quando scoppia la guerra, Teresa, che come altri cerca di sopravvivere con la madre, pensa sempre a Ester. Tra la partenza di quest'ultima e l'inizio del conflitto, sembra che a Teresa sia rimasta ben poca speranza, persino quando Ester torna a trovarla: ogni tentativo di riavvicinamento, infatti, appare destinato al fallimento. E se da una parte la vita di Teresa resta incatenata a quella rabbia senza mai cambiare (rabbia che poi, in vecchiaia, si trasformerà in rimorso), la vita del borgo si evolve, subendo quelle trasformazioni sociali che investirono tutta l’Italia nel secondo dopoguerra. Teresa, ormai anziana, ripercorre l'intera storia e, nel raccontarla, mostra anche quei cambiamenti collettivi che trasformarono la vita delle persone, compresa la sua.

Come sorelle è la narrazione di un legame profondissimo che non svanisce con la distanza o con gli eventi personali o collettivi, e che rimane lì, fisso e costante, proprio come accade a Teresa. Elisa Bellero indaga la sorellanza nell’accezione meno idilliaca: non c’è perfezione, ma anzi sono proprio gli sbagli a descrivere un rapporto tanto profondo quanto complesso, fatto di silenzi, rimorsi e pentimenti. In Teresa ed Ester troviamo scelte di vita che le hanno portate ad allontanarsi, quasi rendendole estranee l’una all’altra; in particolare Ester, dopo un solo tentativo di riavvicinamento, non chiederà aiuto alla “sorella” nemmeno quando la maternità si trasformerà in un incubo. 

Così come il rapporto tra le due donne non è idealizzato, non lo è nemmeno la vita del borgo: Le Coste diventano, soprattutto per Teresa, tanto un limite fisico – poiché lontanissimo dalla grande città – quanto un limite psicologico. Sì, perché rimane intrappolata in quel microcosmo:

Il Borgo era il mio confine. Uscire mi pareva una colpa. Come se non avessi diritto a un altrove. Non c’era stata, per me, l’ora giusta per andarmene. Quando avrei voluto non ho potuto. Dopo, era rimasto solo il mio dovere. (p. 228)

Come sorelle segue, anche stilisticamente, il ritmo dei ricordi di Teresa, che dona poche spiegazioni ma lascia la libertà di interpretare quell’«onda lunga, senza sosta» (p. 210) della memoria attraverso le stagioni, il gelo e il caldo; insomma, attraverso un tempo che fuori dalla casa di Teresa cambia, ma che dentro rimane immutabile. E così gli oggetti quotidiani, i gesti legati alla sartoria o alla vita rurale diventano simboli tangibili dei rimpianti delle protagoniste e rimane da chiedersi se sempre il tempo sia guaritore.

Giada Marzocchi