di Barbi Marković
Stadio Artemio Franchi, Firenze, è il 30 giugno 1990. I Mondiali di calcio sono di scena in Italia, un attesissimo ritorno dopo 56 anni, dopo l'edizione del 1934. Tutti gli occhi del mondo sono puntati sulla nostra nazione e sulla mascotte Ciao, una specie di marionetta tricolore, non bellissima... ma va bene così. Quel giorno a Firenze si consuma un'ultima volta, ma nessuno lo sa perché la vita non ci mette mai in guardia quando stanno per accadere le ultime volte. La partita in campo è Jugoslavia-Argentina. Di là gioca un certo Maradona, di qua voglio invece citare tutti i giocatori, anche se nessuno di loro vale la metà del Pibe de Oro e nessuno di loro avrà un quarto della sua fama.
Per la Jugoslavia scendono dunque in campo: Tomislav Ivkovic di Zagabria, Predrag Spasic di Kragujevac, Faruk Hadzibegic di Sarajevo (e forse basterebbe così per capire dove si andrà a parare... che per una partita finita ai rigori, forse è il verbo più giusto), Davor Jozic di Konjic, Robert Prosinecki, nato in Germania da padre croato e madre serba, Refik Sabanadzovic di Titograd (ora Podgorica, capitale del Montenegro), Dragan Stojkovic, di Niŝ, Zoran Vulic di Split (che è Spalato), Dragoljub Brnovic di Titograd, Safet Susic di Zavidovici, Zlatko Vujovic nato a Sarajevo. Giocassero adesso, questi 11 calciatori, sarebbero sparsi per quattro nazionali diverse, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro. Nel giugno 1990 rappresentavano invece un'unica nazione, cantavano (anche se non proprio tutti) l'inno, sventolavano tutti una stessa bandiera. Figli di quella nazione che in patria stava già scricchiolando e che di lì a pochi mesi sarebbe esplosa, separando quei giocatori jugoslavi in squadre e nazioni diverse. E facendo a pezzi vite, case, famiglie, territori, un mondo intero. Portando in Europa l'ombra nera della guerra, che non si vedeva da decenni, mettendo in scena atrocità efferate (una sola parola, Srebrenica). Per tornare al libro, quella di Firenze era l'ultima volta che la Jugoslavia, come Nazionale di calcio, disputava una partita in un Mondiale.
Un po' come quel documentario del 2025, The lost dream team, che ha raccontato la storia della squadra di pallacanestro jugoslava agli Europei, per uno strano scherzo del destino anche questi in programma in Italia. Roma, 29 giugno 1991: una squadra di fenomeni batte l'Italia, vince l'Europeo e con l'oro al collo ascolta per l'ultima volta l'inno della Jugoslavia (alcuni giocatori se ne erano già andati, per non passare da traditori). Dopo sole 72 ore quella nazione non esisteva più.
Parte da queste premesse il libro Polvere di Piksi, da poco uscito per Voland. L'autrice, Barbi Marković, nata a Belgrado nel 1980, in tempo quindi per vivere da preadolescente quel drammatico momento storico delle guerre balcaniche, vive a Vienna dal 2006, dove ha studiato Letteratura tedesca. Questo stesso libro è stato scritto in tedesco (il titolo originale è Piksi-Buch) e l'anno scorso ha vinto il Fuẞballbuch des Jahres, il premio per il miglior libro sul calcio scritto in lingua tedesca.
Intanto sveliamo subito che Piksi altro non è che il soprannome di Dragan Stojkovic, tra gli 11 titolari della Nazionale jugoslava, derivatogli, la leggenda vuole, dal cartone animato Pixie and Dixie (pare che la sua capigliatura assomigliasse a quella dei protagonisti del fumetto) o come, come dice Marković nel romanzo dalla parola piksla, che vuol dire posacenere (anche qua questione di taglio di capelli). Comunque sia nel libro si racconta che la polvere alzata dagli scarpini di Stojkovic avesse un potere magico. Il padre dell'autrice (la protagonista del libro) fanatico di calcio, tifoso del Bask di Belgrado, porta con sé allo stadio la ragazzina, nella speranza che, prima o poi, anche lei si appassioni alla nobile arte del pallone. Ma lei odia con tutta se stessa il calcio e il giorno del suo nono compleanno, sugli spalti, per il gran caldo sviene. Quale rimedio migliore se non la polvere di Piksi sparsa a piene mani sulla testa di Barbi?
Slobodan Marković ha sprecato questa rara e preziosa polvere per la mera sopravvivenza di sua figlia. Forse però la polvere era una truffa, fatto sta che non è successo niente. O almeno niente di quello che Slobodan Marković si aspettava. Dopo sono uguale a prima e continuo a rifiutare il pallone - una volta che avevo ripreso conoscenza, ne aveva fatto rotolare di nascosto uno ai miei piedi. Lo vediamo poco più tardi in disparte, su una panca. Piange. Slobodan Marković piange (...). Il sogno che la figlia diventasse un figlio, un calciatore, è imploso. (p. 32)
Ed è proprio questa delusione, questa impossibilità per Barbi di farsi amare dal padre per come è, la chiave di lettura principale del libro. Che arriverà alla fine sancendo l'incomunicabilità tra padre e figlia. Resa plasticamente dalle righe, tragicomiche, nelle quali il padre, ormai già fuori di casa, non riesce a ricordare il nome della figlia e passa in rassegna tutti i possibili nomi di donna. E Barbi, impassibile, ma con il cuore a pezzi, decide di non aiutarlo. La polvere di Piksi un effetto, però, pare averlo avuto: rendere il linguaggio di Barbi molto simile a quello di un telecronista sportivo. E, infatti, assisteremo alla distruzione del sogno di Slobodan (avere una figlia che ama il calcio), alla distruzione della speranza di Barbi (farsi amare dal padre), alla distruzione della famiglia Marković (il padre se ne andrà), alla distruzione della patria, ormai sull'orlo dell'abisso, davanti a una partita di calcio, con il ritmo sincopato e battente delle telecronache sportive.
Una scelta letteraria e linguistica originale e ben calibrata, che piacerà molto agli amanti delle forme sperimentali di romanzo. Polvere di Piksi, da cui è stato tratto anche un adattamento teatrale (e, in effetti, si presta molto), gioca parecchio sulla lingua e fa del linguaggio sportivo una metafora. Davanti all'inevitabile crollo del mondo jugoslavo, sotto gli occhi di tutti, pare che il linguaggio del calcio sia l'unica forma che ancora accomuna persone che di lì a poco saranno pronte ad ammazzarsi a vicenda (e, purtroppo, non è un'iperbole). Un linguaggio sempre così roboante, esagerato, pieno di similitudini e simboli presi dalla sfera bellica, che qui viene utilizzato dall'autrice in maniera sapientemente ironica. E la sconfitta della squadra jugoslava, battuta dall'Argentina ai rigori, diventa lo specchio di una sconfitta totale che investe tutta la società, passato, presente e futuro compresi. Compresa anche quell'idea di solidarietà che sembrava tenere uniti i popoli. L'idea più morta di tutte. Finito, tutto finito, ora la scelta è se diventare vittime o carnefici. O entrambe le cose, a corrente alternata. È la fine.
Un lutto immenso si diffonde. In campo piangono gli atleti sudati. Mostrano le loro emozioni. L'acqua che gli sgorga dagli occhi lava via con sé la loro ultima speranza in qualcosa di bello, di condiviso, e la seppellisce sottoterra. Piange anche Slobodan Marković, perché è evidente che è tutto finito e che qui, per alcuni anni a venire, non sarà possibile giocare al bel calcio. (p. 87)
L'autrice riversa in questo suo "strano" romanzo di un centinaio di pagine la sua adolescenza interrotta, la sua storia di figlia, finita male, il suo dolore. La sua paura per quello che sembra inevitabile, la guerra.
Le mie lacrime cadono con un tonfo nell'insipida zuppa di piselli. Come sarà la vita per me dopo oggi? Senza partite, in una famiglia che non è all'altezza. In un paese che l'identità, la religione e l'eroismo ridurranno a un deserto. (p. 88)
Poche frasi come questa riescono a condensare, in maniera secca, concisa eppure così lucidamente chiara, tutta la barbarie che per qualche anno avrebbe incendiato i Paesi balcanici.
Dicevo "strano" romanzo. Chi, come me, è più a suo agio in una forma romanzesca più tradizionale, dalla trama definita, può trovarsi spiazzato. Il libro procede per sensazioni, immagini, ricordi, non ha un'evoluzione temporale coerente. Il tempo è quello breve, le due ore di durata di quella partita, Jugoslavia-Argentina allo Stadio Franchi di Firenze, ma è anche il tempo eterno, dilatato della Storia di un Paese. Ed è anche il tempo di una famiglia, quello di un'infanzia che non ha nemmeno fatto in tempo a trasformarsi pienamente in adolescenza, prima che si affacciassero la disillusione di una padre che la abbandona e il terrore di una vita che cambia in maniera così violenta.
Sabrina Miglio
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