di Violetta Bellocchio
Frammenti, lacerazioni, dolore. Tre anni di vita cancellati dall'alcol. Violetta Bellocchio rielabora quel periodo di vita annebbiata che va dai venticinque ai ventotto anni e lo trasforma in parole, un processo iniziato anni fa e ora tornato alla luce con 66thand2nd, casa editrice con cui nell'ottobre 2025 aveva già pubblicato l'intenso Studio privato. In questo memoir l'autrice scompone se stessa e si offre ai suoi lettori e alle sue lettrici, regalando le parti più crude e drammatiche del suo vissuto.
A volte dici che essere dipendenti da qualcosa significa avere una storia d'amore con te stesso. Come certi eterni passi a due tra persone che non possono stare separate. Vivere all'interno di una storia; essere una storia. Ci sono coppie che si legano cordicelle ai polsi per sentire ogni movimento dell'altra persona durante il sonno. Perché nessun gesto venga fatto senza che l'altro lo senta con la stessa forza dei suoi. Questa non è una bugia. Questo è persino vero. Ma è più grande di così. L'altra metà di questo amore è tirarsi una coltellata in pancia ogni giorno. A me piaceva. (p. 9)
Secondo la scienza il corpo non dimentica. Il corpo assorbe e trattiene. I traumi non elaborati rimangono lì, nel sistema nervoso. Sono cicatrici invisibili che non fanno male, a meno che non le si riapra. Ma cosa significa davvero scendere nell'abisso, senza averne reale coscienza e senza avere certezza di salvezza? Bellocchio ce lo spiega in questa sorta di diario, un confessionale in cui l'abuso dell'alcool s'impossessa dell'autrice, deformandola lentamente fino a farla quasi scomparire. Molti scrittori parlano di sé, ma la spietatezza autentica con cui Bellocchio narra tutte le scelte (sue e non) che l'hanno portata alla dipendenza è un qualcosa di unico. La scrittrice infatti non ha paura di dire la verità, anche se inquieta o se è spaventosa. Questo è ciò che ho apprezzato profondamente di quest'opera: la sua autenticità. In un mondo in cui conta più l'apparire che l'essere, l'autrice e la sua casa editrice giocano un all in e mostrano le carte scoperte. Mettersi a nudo, non avendo paura delle critiche è un forte atto di coraggio, forte come il desiderio di risalire a galla, di farcela, di lottare per se stessi e per la propria esistenza. Questo succede solo quando si ha fame di verità, ma soprattutto quando si ha davvero qualcosa da raccontare.
Violetta Bellocchio con Il corpo non dimentica si confronta con se stessa, conservando intatta la sua forza narrativa. Questo perché non cerca l'assoluzione nella sua scrittura, ma l'alcol diventa il perfetto rifugio in cui crearsi un'identità, per questo è così irresistibile e seducente. Per questo non lo si vuole abbandonare. La sua protagonista è una donna che si muove tra vergogna, desiderio di annullamento e bisogno di appartenenza. Una ricerca estenuante di una libertà che diventa prigione. L'alcol è allo stesso tempo immediata salvezza e lenta distruzione. La dipendenza non è filtrata dall'esterno, dagli occhi della gente o di un medico, ma la verità è vissuta e narrata dall'interno, il che rende l'esperienza di lettura estremamente incisiva. La dipendenza consuma la mente, il corpo e perfino l'anima. La scrittura è nervosa, a tratti ritrova lucidità e un istante dopo sprofonda nell'inconscio. Ogni parola sembra nascere da una ferita ancora viva e aperta, una memoria che è stata indagata e accolta per regalarci questa brutale realtà. Realtà che sembra però, nel 2014 come oggi, voler essere tenuta ancora nascosta. Accanto alla vicenda personale infatti, emerge anche un ritratto dell'Italia contemporanea. Bellocchio porta alla luce un tema scomodo e relegato ai margini della società. Un argomento che genera imbarazzo, minimizzazione e tanta stereotipia. L'alcolismo viene visto come una debolezza individuale, mai come una sofferenza complessa e collettiva che tocca ogni classe sociale ed ogni età.
In stato di pericolo fingere di essere morta, infilare la porta alla prima occasione, correre, cercare aiuto.
Non lo compri, l'istinto.
Una binger ce l'ha dalla nascita, perché una binger vuole sopravvivere, deve sopravvivere, per morire ogni giorno di propria mano. (p. 214)
Ripubblicare oggi quindi quest'opera significa attribuirle un potere che va oltre la parola scritta. Questa testimonianza letteraria, capace di trasformare l'esperienza privata in un tema condivisibile, ci ricorda che la memoria del dolore non svanisce mai veramente: cambia forma, si deposita nel corpo e continua a raccontare una verità che molti preferirebbero non vedere.
Carlotta Lini

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