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Vivere nella realtà che si è immaginato: "Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa" di Antonio Vesco

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Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa
di Antonio Vesco
Tamu Edizioni - Tangerin, gennaio 2026

pp. 223
€ 15,20 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

Antonio Vesco, antropologo e ricercatore di origine siciliana, classe ’83, da sempre interessato ai legami tra mafia e stato, alla rappresentazione del Mezzogiorno, ai partiti politici e al loro consenso, nel suo nuovo Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa sviscera in modo puntuale, con l’occhio attento dell’accademico che ha studiato a fondo l’argomento, la deriva del dibattito pubblico sulla mafia e la sua consequenziale percezione sul tema.

Mafia come «antistato», mafia come «subcultura», come «emergenza»«mentalità». Sono solo alcuni degli stereotipi che circondano una delle questioni pubbliche più dibattute dell'ultimo mezzo secolo. L'elenco dei cliché potrebbe proseguire a lungo: dalla mafia come degenerazione di costumi politici clientelari e corrotti alla mafia come corpo patogeno esterno, «virus» che infetta tessuti economici e politici ritenuti altrimenti sani. Per mettere in discussione queste rappresentazioni non è sufficiente sostenere le ragioni di un discorso legalitario, volto alla mera repressione, oggi sempre più pervasivo. Occorre innanzitutto ricostruire i processi attraverso i quali vengono tracciati i confini di quel fenomeno che chiamiamo mafia. (p. 11)

In un’Italia reduce dal capitolo più cruento e violento della storia mafiosa – ma anche quello che ha portato sotto i riflettori alcune dinamiche altrimenti ben celate –, che ha avuto il suo exploit negli anni ’90 del secolo scorso e che ha seminato vittime illustri tra le fila della magistratura (basti nominare, fra tutti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), il dibattito pubblico sulla criminalità organizzata è rimasto impantanato, negli anni successivi, nel fango di una retorica binaria: da un lato il cancro da estirpare, dall'altro l'eroismo solitario di pochi martiri, i soli a stagliarsi contro questo virus dilagante. È questa narrazione, secondo Vesco, a congelare la percezione della questione mafiosa, per il grande pubblico, in una dimensione morale che impedisce di cogliere la reale ontologia politica della mafia, legata a doppio filo con le dinamiche più surrettizie dello stato e che se, sottolinea l’autore, non si esprimono più con la violenza dirompente degli anni del secolo scorso, in grado di produrre martiri, si impongo, pur sempre, con ancor più subdola arroganza, perché in grado di orientare le sorti e il percorso del nostro Paese.

Proprio per questo appare estremamente originale, all’interno del saggio, il taglio socio-antropologico con cui si analizza il fenomeno mafioso, che non riguarda solamente le tecniche adottate o le fonti utilizzate, ma lo si ritrova anche e soprattutto nello sguardo con cui sono osservati i fenomeni. L’opera, al di là del guardare alla storia dell’organizzazione criminale in sé – cosa che si rivelerebbe abbastanza sterile e poco interessate, assumendo quasi i tratti della narrazione da cronaca nera –, mira piuttosto a osservare le dinamiche con lo sguardo scientifico di uno studioso che osservi da dentro un mondo, un fenomeno, per capire fino in fondo le dinamiche che lo governano, pur consapevoli che, nell'osservare un fenomeno criminale, il quale per sua definizione si propone di restare segreto, lo studioso avrà, davanti a sè, dei limiti invalicabili.

Attingendo al concetto di comunità immaginate di Benedict Anderson, secondo cui l'appartenenza a un gruppo nasce da una costruzione simbolica condivisa, dove l’idea di nazione – questo l’oggetto del suo studio – origina da cittadini che si sentono legati da un profondo cameratismo, Vesco spiega come la criminalità non sia un corpo estraneo, il ben noto cancro da curare, ma un’entità costruita attraverso relazioni concrete tra colletti bianchi, imprenditori, politici – i cosiddetti «uomini del fare» (p. 135) – e criminali (solo questi ultimi punta dell’iceberg visibile dalla superficie).

Siamo dunque di fronte a una dinamica doppiamente egemonica. Stigmatizzati dal discorso dominante prodotto a nord, i dirigenti politici siciliani adottano uno stile che non può fare a meno di tenere conto di quello stesso stigma. A loro volta, nel reagire ironicamente al giudizio, stabiliscono lo stile che si confà a una classe dirigente meridionale/siciliana credibile, dettando la linea per l’azione politica dei loro sottoposti, la cui ironia non è che una consolazione. Ed ecco riemergere, nella costruzione sociale e pubblica del clientelismo siciliano e del malcostume politico che lo favorisce, l’edificazione di forme di «criminalità immaginate». Quello che definiamo clientelismo è divenuto un tratto essenziale di una presunta identità siciliana – e meridionale. E in questa sua funzione di marcatore culturale è sempre stato percepito come l’inevitabile premessa per la diffusione e lo sviluppo di quel nodo che definiamo «mafia e politica» (p. 168)

Al contrario di ogni pronostico, uno degli aspetti più affascinanti dell'analisi di Vesco riguarda proprio la figura del politico locale, incentrata soprattutto sull’ex Presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, in carica dal 2008 al 2012, fondatore e leader del Movimento per le Autonomie: sono proprio personaggi come questo che riescono a mantenere una salda presa sulla popolazione con una forza che, trascendendo programmi elettorali e dinamiche democratiche, investiti da un carisma dai tratti quasi biblici, assurgono al ruolo di divinità in grado di dispensare miracoli quotidiani sotto forma di sussidi, posti di lavoro o pensioni – ed è qui che entra in gioco un luogo insospettabile, il CAF, trasformato da centro per consulenze fiscali in salotto dove il cittadino attende il suo favore –, reiterano un sistema clientelare in grado di rievocare il rapporto tra patroni e clientes dell’Antica Roma.

La sua immagine pubblica rispondeva evidentemente al prototipo del politico clientelare, in grado di aggregare un certo consenso elettorale, attento agli aspetti organizzativi del suo lavoro, dedito a instaurare relazioni personali durature. Non è importante verificare la veridicità di questi racconti; ciò che conta è il fatto stesso che circolassero insistentemente, delineando il profilo di un uomo politico che incarnava una versione quasi «scientifica» del clientelismo. Si tratta di «doti» possedute anche da altri politici e compagni di partito di Lombardo, ma nel discorso pubblico egli rappresenta ancora oggi uno dei massimi esponenti di una tradizione democristiana votata alla personalizzazione dei legami politici e alla sapiente gestione del potere per il potere. (p. 140)

Non si risparmiano dure critiche neanche nei confronti del tradizionale fronte dell’antimafia, colpevole, a detta di Vesco, di banalizzare le argomentazioni e ridotto, proprio per questo, a mero certificatore di patentini di santità ai martiri e di condanna ai mostri. Secondo l'autore, infatti, non è altro che questa dinamica a oscurare l’amplissima zona grigia in cui vive gran parte del tessuto sociale succube di tali meccanismi e in cui operano e sguazzano proprio queste dinamiche.

Potremmo dire che a Catania, così come in diverse altre aree dell'isola, le attività criminali, le attività criminali e di corruzione si svolgono per lo più all'interno di una fitta area grigia nella quale si muovono attori di vario tipo - politici, funzionari, amministratori locali e imprenditori. In un processo di reciproco riconoscimento, gruppi mafiosi e rappresentanti delle istituzioni e dell'imprenditoria scambiano tra loro beni e servizi, avvalendosi gli uni delle risorse e delle competenze degli altri. (p. 113)

Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa non si configura, dunque, come un compendio di cronaca nera – i riferimenti a fatti di mafia, se è questo che si cerca, sono ben pochi e inseriti solo quando strettamente necessari –, ma neanche come lettura leggera da portare con sé in treno o da sfogliare nei ritagli di tempo – essendo, comunque, un saggio denso di riferimenti a studi del passato e personaggi politici, forse, meno noti ai più. Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa può essere approcciato, allora, come un denso lavoro di ricerca che tenta di scavare, con scientificità rigorosa, nel nocciolo della questione mafiosa per spostare il focus, anche per un pubblico di non addetti ai lavori, dalla retorica vuota alla piena comprensione delle dinamiche di potere attraverso un libro che si dimostra necessario per chiunque voglia capire perché, nonostante le pur numerose vittorie giudiziarie e nonostante la profezia di Giovanni Falcone, che ne decretava la finitudine, certi sistemi continuino a vivere senza avere battute di arresto. 

 Corinna Angelucci