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Un po' Almodovar, un po' Lemebel: una nuova Fata dell'angolo che ci racconta la Madrid degli anni '80 in "La cattiva abitudine"

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La cattiva abitudine
di Alana S. Portero
Mondadori, marzo 2024

Traduzione di Giulia Zavagna

pp. 190
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)


Alana S. Portero, con questo suo bel romanzo che in lingua madre suona La mala costumbre, entra di diritto nella schiera di autori e autrici spagnoli (o di lingua ispanica) che mettono al centro della loro ricerca narrativa la donna transgender: penso alla più recente Camila Sosa Villada, pubblicata in Italia da Sur e sempre tradotta da Giulia Zavagna, e al mio amato Pedro Lemebel. Si potrebbe assolutamente dire, senza cadere in errore, che la protagonista di questa nuova storia sia una contemporanea Fata dell'angolo, proprio come quella di Lemebel in Ho paura torero.
Siamo a Madrid negli anni '80, nel quartiere di San Blas, una zona in periferia abitata più che altro dalla comunità operaia della città. La nostra protagonista è una bambina trans: capisce fin da subito di non voler vivere in quel corpo maschio, di essere a disagio in mezzo agli uomini, tranne quando si tratta ovviamente di amarne qualcuno.

La prima cosa che una bambina trans può imparare in un contesto ostile, ancor prima di sapere che lo è, quando tutto è una vaga intuizione, è a controllare i propri desideri, o a fingere fino a non sapere più quando sono reali e quando no. La costruzione del binarismo era feroce all'inizio di quel decennio. Lo splendore androgino degli anni Ottanta era stato solo un miraggio in grado di accendere i nostri desideri e rendere i nostri aneliti ancor più dolorosi, perché ci apparivano al tempo stesso più vicini eppure lontanissimi. Per me, piccola travestita in incognito in un quartiere operaio, che non aveva idea di cosa sarebbe mai diventata, contemplare Boy George in tutta la sua allegra femminilità o Prince in calze a rete era come vedere una lucciola in una caverna nera e umida. Un istante di speranza così breve che non si è nemmeno certi sia esistito davvero. (pp. 44-45)

Il romanzo si potrebbe definire di formazione perché seguiamo la protagonista dall'infanzia all'adolescenza alla giovinezza: ciò su cui si concentra maggiormente prende due strade, la prima, la descrizione del contesto sociale post-dittatura franchista, di fatto è un romanzo che ci parla di una classe quasi emarginata, relegata ai bordi della capitale; la seconda, la descrizione delle sensazioni di una persona che non si riconosce nel genere di nascita. L'autrice, che è anch'essa una donna trans, scava e scava e scava nella sofferenza e nel dolore, soprattutto nella costruzione di una maschera che serve a celare la propria vera natura. Inevitabile pensare che nel romanzo ci siano dei tratti autobiografici: Portero afferma di aver inserito Madrid e quegli anni come punto di riferimento, nonché parte dell'esperienza come donna trans.

Quasi tutto quello che facevo nella vita si nutriva d'ira e d'angoscia. Il mio corpo stava cambiando e cominciava a suscitarmi una vera e propria ripugnanza. Mese dopo mese si faceva più robusto, la voce mi era cambiata così in fretta che quasi non me n'ero accorta - me lo facevano notare quando rispondevo al telefono e dovevo trattenermi dallo scoppiare a piangere per continuare a parlare con naturalezza -, e stava cominciando a crescermi anche una certa peluria sul viso che presto sarebbe diventata il mio peggior nemico. Il disgusto che sperimentavo per il mio corpo era cambiato rispetto all'infanzia: se prima aveva a che fare col sentirmi lontana da qualcosa di intoccabile, di bello ed etereo, come fossi incatenata a una realtà terrena e vedessi la luna allontanarsi per sem-pre, adesso era più legato al percepirmi come una protuberanza, una deformità. Mi vedevo come un recipiente di pelle morta con delle sporgenze, come se dentro avessi le ossa incrociate in modo casuale, a creare tensioni e rigonfiamenti. Portavo vestiti enormi per dissimulare quello che consideravo un corpo appassito da una stagione all'altra. (p. 69)

Insieme alla protagonista vi sono tutta una serie di donne trans che accompagnano le scene: Maria la Parrucca, vecchia e strega; Margarita, fiera, mostruosa, perennemente in vestaglia; le Moiras, Eugenia, Rachel, Paula, prostitute fragili e tenere; e Madrid, protagonista a tutto tondo, con la sua trasformazione, con i primi quartieri gay friendly come Chueca, con le sue ombre e luci.
La vita è difficile per chi abita una gabbia: credo che poche cose al mondo siano dolorose come nascere in un corpo che non si sente proprio; tutto la sfasamento, il degrado a cui sono costrette queste donne, l'autrice lo rende poetico e lirico, nonostante il tono e lo stile siano espliciti.
Ho letto che le atmosfere del romanzo ricordano molto i film di Pedro Almodovar: beh, come non nominare Tutto su mia madre? Ma perché no, anche Jared Leto in Dallas Buyers Club (2013), Miguel Bosé in Tacchi a spillo (1991) sempre di Almodovar, e Johnny Depp in Prima che sia notte (2000) tratto dal meraviglioso libro di Reinaldo Arenas (cubano, costretto a lasciare il Paese perché omosessuale).
Portero si allinea, come ho detto in principio, a una fortissima attenzione di matrice ispanica (Sosa Villada è argentina, Lemebel era cileno, per esempio) per le storie queer, soprattutto quelle che ci descrivono le trasformazioni delle donne trans. Se volessimo fare un parallelismo in Italia abbiamo testi come Scende giù per Toledo di Patroni Griffi.
Leggetelo se vi piacciono i romanzi poetici, dolorosi, che alla fine della lettura vi spingono a riflettere sul mondo in cui viviamo.

Deborah D'Addetta