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«Anche se pensiamo di sapere tutto sull'America, dobbiamo sempre ricordare che alle nostre spalle potrebbe esserci un alligatore». Peter Farris, "Il diavolo in persona"

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Il diavolo in persona
(The Devil Himself, 2022)
di Peter Farris
NN Editore, 2023

Traduzione di Valentina Daniele

pp. 272
€ 18,05 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Quando leggo un romanzo per la prima volta evito di proposito le note in quarta o in risvolto, le recensioni, le sinossi e tutto quello che potrebbe guastarmi l’esperienza rivelandomi parte della trama o semplicemente influenzando l’immagine generale che, come chiunque altro, mi creo con il procedere della lettura. Ambienti, situazioni, personaggi, insomma l’intero mondo contenuto nel romanzo preferisco sia una creazione magari imprecisa ma fatta da me, andando poi, terminata la lettura, a confrontare sensazioni e impressioni soggettive con il materiale editoriale a corredo del libro.

Ma perché questa precisazione personale, indubbiamente di scarso interesse? Perché non sono riuscito a evitare un attimo di sorpresa quando, chiudendo Il diavolo in persona dopo aver letto le oltre 250 pagine nello spazio di un tardo pomeriggio, ho letto una nota in quarta di copertina che fa riferimento allo “sguardo affilato di Clint Eastwood in Gran Torino”, che è esattamente l’immagine che mi ero costruito dando un aspetto a Leonard, il personaggio principale (no, forse non il principale ma di certo quello che si mangia tutti gli altri) del romanzo: un Clint ultraottantenne, rude, misantropo, insofferente e incazzato con l'intero genere umano, un redneck dalla lingua micidiale quanto le armi con le quali difende il suo angolo di mondo da chi incautamente vi entra senza chiedere permesso. Un vecchio strambo che vive in una fattoria nascosta fra i boschi della Georgia insieme a un manichino che dovrebbe surrogare la moglie (morta? uccisa? fuggita? vedremo), a un numero imprecisato di gatti e, da un certo punto della storia, con una giovane prostituta (lei, in realtà, il personaggio principale) in fuga dall’organizzazione criminale che la vuole morta perché non riveli quello che ha sentito raccontare.

Ecco, capirete che da qui si snoda una vicenda complicata, fatta di narcotrafficanti messicani, malavita locale, poliziotti e politici corrotti, tanti soldi e un notevole quantitativo di proiettili di diverso calibro sparati qua e là.

Peter Farris: segnatevi questo nome, o voi che amate i noir adrenalinici, travolgenti e – perché no? – nei quali la ricerca della giustizia non è una pia illusione. Il diavolo in persona è una storia non molto diversa da tante altre oggetto di romanzi simili, ma ciò che permette il balzo a un livello superiore è la tecnica narrativa, che rende perfettamente visualizzabili scenari, personaggi e dinamiche.

Un altro aspetto che rende singolare questo lavoro è la descrizione minuziosa della natura e dei tanti animali più o meno selvatici che la abitano; la traduttrice Valentina Daniele, in una nota al termine del romanzo (meravigliosa, da sola vale l’acquisto del libro) nota quanto l’ambiente sia la figura sempre in primo piano:

[…] Peter Farris fa proprio del paesaggio la figura più dettagliata, quella dalla personalità più forte e invadente. Nulla, in questo romanzo, è determinante quanto la terra, che non solo è oggetto delle mire criminali dei villain ma è complice dei protagonisti in molti modi: nasconde, inghiotte, divora, magari sotto forma di un alligatore che arriva a far giustizia del capo della banda. [p. 261]

Al di là della vicenda narrata, Il diavolo in persona è un lavoro interessante anche per le dinamiche umane e relazionali trattate: è un romanzo che parla di distacco, di perdite, di dolori laceranti ma anche di tentativi di riappacificazione, di riavvicinamenti e di speranza. E poi, a differenza di tanta letteratura appartenente a questo genere, c’è una presa di posizione decisa su un piano etico; c’è, in altri termini, un confine piuttosto netto fra bene e male, fra giusto e sbagliato, tra i personaggi negativi e quelli che, pur con tutti i difetti insiti nella natura umana, dai quei personaggi si discostano in modo assoluto. E pazienza se i "buoni" sono pochi: il vecchio Leonard, con i suoi segreti inconfessabili, la giovane Maya, ma soprattutto il vicesceriffo Jack Chalmers, che si rivela il perno della storia, l’attore che più di tutti ha un impatto decisivo sul corso degli eventi. Un semplice vicesceriffo di una contea (fittizia) così piccola da non comparire sulle mappe, ma proprio per questo così appetibile per il crimine organizzato. Una persona "normale", che sarà portato da questa normalità a fare la cosa giusta.

- Prance sta coprendo qualcuno, la ragazza è in grave pericolo e tu vuoi andare a prenderla?
- Sì.
- Ma se sbagli, puoi dire addio al tuo lavoro.
- Avrò comunque la soddisfazione di avergli spaccato i denti, disse Chalmers.
Kelly Anne gli appoggiò la testa sulla spalla.
- Be', ho sentito che la cartiera sta assumendo. [p. 208]

Jack Chalmers è una figura abbastanza lontana da "colleghi" più dinamici quali il Raylan Givens di Elmore Leonard o il Quinn Colson di Ace Atkins; i modelli verso cui è possibile un accostamento sono piuttosto lo sceriffo Dan Norman della Trilogia di Grouse County di Tom Drury, o ancora di più il Clayton Burroughs dei romanzi di Brian Panowich, il cui endorsement su Farris peraltro compare in quarta di copertina.

La previsione di un sequel non è, a mio parere, più di tanto ipotizzabile: l’arco narrativo ha una conclusione apparentemente definitiva, pur lasciando qualche tenue spiraglio aperto. Ma la cosa essenziale, sequel o meno, è che Peter Farris continui a scrivere.

Stefano Crivelli