di Francesca Giannone
Nord, maggio 2026
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
«Sai», continuai, tirandomi in piedi. «Riflettevo sul fatto che è rischioso, filmare la vita così com'è. E che le storie è meglio inventarsele di sana pianta. D'altronde è il compito del cinema, no? Fabbricare sogni». (p. 166)
Fabbricare sogni. Non è un imperativo a casa Elia, dove la soddisfazione personale viene all'ultimo posto; meglio portare a casa il pane in modo sicuro e inserirsi nella società senza provocare scandali o coltivare chissà quali aspettative. Maria, la primogenita, infatti è una sarta abile quanto la madre, e così anche Giovanna, che coltiva segretamente una certa simpatia per il comunismo, ma deve guardarsi bene dal parlarne in casa. Ada, operaia, legge con passione e si batte per condizioni migliori in fabbrica, ma anche lei lotta in segreto. E la tredicenne Domenica, l'io narrante della storia? Lei intende diventare regista, va di nascosto al cinema e, col benestare del gestore, guarda di nascosto i film appena usciti. Niente le dà tanto entusiasmo né un «desiderio nitido» (p. 16) quanto il cinema. E per questo anche a scuola risponde con fierezza alla maestra che lei, un giorno, diventerà una regista.
Tutta questa sicurezza, manco a dirlo, a casa viene riposta in un cassetto. Niente deve infatti lasciar pensare al padre che Domenica, "Mimì" per i familiari, farà qualcosa di diverso da ciò che vuole lui. Sono i primi anni Sessanta, e l'affacciarsi del boom economico non ha ancora dato respiro ai tanti sacrifici che si fanno nel loro paesino salentino. La moglie e le quattro figlie rispettano il volere del capofamiglia, Pantaleo, ed è ben raro che alzino la voce o anche solo che portino avanti le loro istanze. Sanno che basta poco per generare sfuriate che possono sfociare in cinghiate, e dunque la rabbia del capofamiglia viene prevenuta. E la paura è di casa, per cui è facile immaginare quanto poco le cinque donne condividano con Pantaleo e, viceversa, quanto si confessino l'una con l'altra.
Imboccare una strada rispettabile – quella voluta dal padre – è l'unica cosa che può rabbonirlo, per cui ben venga il matrimonio annunciato nelle primissime pagine tra Maria e Michele, suo fidanzato storico. Poco conta che il loro legame sia più un'amicizia solida e rasserenante che un amore passionale: anche Maria, d'altra parte, vedendo l'esperienza in casa sua, cerca soprattutto un modo per andarsene. E la dedizione assoluta di Michele nei suoi confronti, unita alla fiducia che le dimostra, sono un toccasana per il suo carattere rispettoso e altruista.
Diversissima è la situazione di Giovanna: lei, la figlia «senza crianza» (p. 51), quando conosce Luigi, figlio del falegname del paese, studente di filosofia a Lecce e sostenitore della lotta comunista, perde totalmente la ragione e fin dall'inizio del romanzo intuiamo che sarà lei a mettere apertamente in discussione l'autorità paterna.
Ma, senza fare anticipazioni colpevoli, ogni figlia, con le scelte professionali e/o sentimentali che farà, si staccherà dal volere di Pantaleo. Ognuna coltiva la sua forma di ribellione, talvolta condividendo le scelte con la madre, Lina, che resta a casa per quieto vivere e cerca di disinnescare la violenza del marito, ma vive il matrimonio come una pena da scontare. Non c'è amore né libertà nel suo rapporto, e dunque non sorprende che Lina speri che le sue figlie, ognuna a suo modo, trovino una diversa strada per essere felici.
E tutte e quattro le ragazze, con difficoltà ma anche con abnegazione, provano a misurarsi con i propri limiti e a realizzare i propri desideri; certo, il sogno di Mimì è il più ambizioso, perché non è per niente facile per una ragazza farsi notare nel mondo della regia, e per di più filmare richiede una cinepresa, pellicole e altri strumenti che comportano costi particolarmente esosi per un'adolescente. Eppure c'è chi crede in lei, e non solo in casa: anche un suo compagno di scuola, Vincenzo, la supporta. La sua determinazione si fa sacrificio; la sua passione, inizialmente creduta dagli altri un'utopia infantile, risulta sempre più strutturata. E chi legge, manco a dirlo, non può che parteggiare per la giovane sognatrice, talentuosa in modo evidente, ma anche tanto bloccata dal contesto familiare, culturale e socio-economico in cui vive.
Con grande attenzione a tutte le donne della famiglia Elia e ad altre che si aggiungeranno nel corso della narrazione, ne Gli anni in bianco e nero Francesca Giannone fa quello che le è più congeniale: dà voce a chi spesso può solo sussurrare. E nella famiglia Elia persino sussurrare può essere rischioso.
L'emancipazione, la lotta contro gli stereotipi e le discriminazioni di genere (tanto in famiglia quanto in società), l'autoaffermazione femminile in ambito professionale e sentimentale, a cui l'autrice ci ha già abituato con La portalettere e Domani, domani, si intrecciano a nuovi temi, quali la ricerca della propria identità di genere, i sacrifici necessari per perseguire i propri obiettivi, la lotta politica. Più in primo piano rispetto ai romanzi precedenti, nel nuovo Gli anni in bianco e nero appare il peso del contesto politico, culturale e socio-economico. Questa storia non può infatti essere disgiunta dalle sollevazioni che culmineranno nel Sessantotto, ma già evidenti negli anni precedenti, né dalla lotta tra destra e sinistra, mentre si percepisce tutto il fermento di una società che vuole partecipare attivamente alla vita politica e chiede un cambiamento.
In più occasioni durante la lettura le profonde ingiustizie che colpiscono le donne di casa Elia provocano sdegno e si vorrebbe poter cambiare le cose; eppure sarebbe inverosimile entrare in una famiglia tradizionale degli anni Sessanta e respirare già aria di libertà e parità. In un'epoca in cui le discriminazioni sono dietro l'angolo, Pantaleo non fa che peggiorare le cose: è il primo antagonista della storia e non viene il minimo dubbio che dietro ai valori che proclama ed esige vengano rispettati si cela una terribile paura del cambiamento. La sua testardaggine – simile a quella di tanti altri padri – è la principale arma contro la libertà individuale delle sue figlie. E Francesca Giannone lo sa bene, per cui capisce che le frotte di proibizioni non possono che generare piccole e grandi rivoluzioni.
GMGhioni
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