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"Aspirare alla perfezione è un viaggio, non una meta: il meglio è sempre passeggero!": con "Better is temporary" Sam Grawe racconta 50 anni di Nike

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Nike. Better is temporary
di Sam Grawe
traduzione di Daniela Magnoni
L’ippocampo, 2022

pp. 320
€ 75,95 (cartaceo)

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Sarà pure uno stereotipo, ma quando gli Elio e le storie tese descrivevano il bisogno di scarpe da parte delle donne come una follia che non voleva sentire ragioni, qualche ragione forse ce l’avevano; e che cos’erano, poi, addirittura i milioni, per tali feticiste spendaccione (con i soldi degli altri), quando in cambio di una strisciata di carta di credito (da parte dei loro uomini, per l’appunto) potevano avere un nuovo paio di calzature? Non c’era analista che tenesse, per queste figlie di Eva pazze per i sabot ma anche per i pantaloni di velluto a coste e i tatuaggetti piccoli (fatti per imitare le amiche) e grandi (fatti per camuffare in modo ancora più demenziale i precedenti), ma chissà se gli autori di un album come Cicciput (2003) avevano mai avuto a che fare con uno di quei discendenti di Adamo ascrivibili alla categoria “sport”. Quegli atleti – professionisti, della domenica o da divano che fossero – avrebbero fornito altrettanta materia cantautoriale in merito allo stesso busillis: perché se è vero che Cenerentola legò il suo destino a una decolleté di cristallo, non c’è campione – o campionessa: perché “è una catena ormai” – che non abbia affidato e non affidi buona parte del proprio successo alla tipologia di sneakers più opportuna per la sua disciplina (costi pure quel che costi, dopotutto coincide sempre con lo sponsor). La storia della Nike ne è la prova, e non a caso Sam Grawe ha scritto un libro per raccontarla: un tomo da collezione che farà sbrilluccicare anche i più opachi “occhi di maschio” di fronte a tomaie, lacci e suole riconoscibili tra miriadi di imitazioni.

Già edito da Phaidon nel 2020 e ora disponibile nella sua versione italiana grazie alla casa editrice L’ippocampo, Better is temporary è un volume che si vota alla dea della vittoria fin dalla copertina segnaletica a tinte fluo, in cui il nome del marchio si ripete quattro volte (quasi una per punto cardinale, a ricordarne il successo planetario). Poi lo si apre, lo si legge, se ne ammirano le innumerevoli fotografie e si capisce quanto caos, quanto disagio, quanto fallimento e quanta incompletezza stiano (anzi debbano stare) alla base di ogni realtà di successo: perché senza disordini, frustrazioni, errori e incertezze non sarebbe esistita e non esisterebbe la Nike, che ha fatto proprio delle difficoltà e del tentativo di superarle la propria cifra distintiva da un cinquantennio a questa parte; un po’ nello stile della Nike di Samotracia, insomma, la cui bellezza sta anche, e per non piccola percentuale, nel rimando a una perfezione perduta e impossibile ma pur sempre perseguibile (meglio: rincorribile). Anche perché, come viene ricordato e come ben si comprende nel corso di queste 300 pagine, i progettisti dello sport hanno una musa tra le più irrequiete, che richiede un continuo adeguamento agli incrementi di forza e di prestazione da parte degli atleti più competitivi; una musa dinamica, dunque, che ama flirtare con ogni tipo di arte, che sa convincere i suoi seguaci “a fare zig quando gli altri fanno zag” fino a renderli liberi di esibire i propri segreti (avete certamente presente la distintiva tecnologia “air” in bella vista), sfidare le convenzioni, infrangere i protocolli, osare l’impossibile. Sarà per questo che camminando per le strade di una qualsiasi città ci vogliono davvero pochi minuti prima di avvistare il caratteristico swoosh, il “baffo” che prende il nome “dal rumore che fa qualcuno che ti supera”?

Introdotto dal racconto dell’incredibile impresa battezzata BREAKING2 (ovvero del tentativo compiuto il 6 maggio 2017 di correre una maratona con un tempo al di sotto delle due ore) e suddiviso in sei capitoli – La voce dell’atleta, Design che parla, Dream with us, Allargare le vedute, La Terra in gioco, L’arte del colore – il libro di Grawe è senza dubbio un omaggio a una realtà divenuta sinonimo di agonismo positivo, ma è anche un tentativo di raccontare la complessità di una missione e di un progetto indifferente agli autocompiacimenti e alla costante ricerca di problemi da risolvere: quelli degli sportivi di ogni livello, che ne pongono molti, moltissimi, almeno uno a testa quando tutto va bene; quelli tra il dire e il fare, dal momento che ce ne vuole prima che un’idea, anche ottima in partenza, diventi design e che il progetto diventi realtà; quelli legati alle disabilità individuali e alle specificità culturali e religiose, che vanno dall’aiuto ai portatori di handicap affinché pratichino ogni disciplina loro accessibile con sempre meno fastidi a quello nei confronti degli atleti che osservano particolari prescrizioni legate alla propria origine (vedi, per esempio, alla voce: hijab); per non parlare, poi, delle nuove sfide poste dall’emergenza ambientale in corso e con cui un’azienda di questo tipo deve necessariamente confrontarsi a proposito dei processi produttivi, dei materiali, degli scarti e dei rifiuti altamente inquinanti che caratterizzano la filiera del settore dell’abbigliamento e delle calzature. Sam Grawe dà conto di tutto questo offrendo al lettore una quantità di informazioni, resoconti, aneddoti e testimonianze di prima mano che ricostruiscono una storia lunga già cinque decenni, e che nel corso del suo cammino ha incrociato i destini di alcune tra le eccellenze mondiali dell’agonismo divenute iconici testimonial ma anche di innumerevoli dilettanti per cui ciò che conta non è il raggiungimento del gradino più alto del podio bensì quello di uno stato di benessere personale. 

Poderoso nella mole, sontuoso nelle immagini, ambizioso anche nel prezzo (pur sempre inferiore a quello di un paio di sneakers, ma del resto dove altro ti aspetti ti spendere il tuo denaro, se il pallino dello sport ce l’hai?), Better is temporary è un libro che tira le somme e che, nel contempo, “si fugge tuttavia”. In piena corrispondenza con la filosofia del marchio di cui ricostruisce la storia arrivando fino ai tempi più recenti, è come se il libro di Sam Grawe autodenunciasse in qualche modo la propria “obsolescenza programmata”: come a dire che i punti di arrivo raggiunti e i traguardi tagliati, tutti opportunamente ricordati con esibito orgoglio, non sono altro, in fin dei conti, che ulteriori punti di partenza. Guai a chi si ferma, insomma, guai a chi si crede finalmente arrivato, giunto. Questo tomo va sfogliato e interpretato proprio così: come un catalogo, un archivio, un album di famiglia e come un documento storico per i professionisti del settore, un manuale motivazionale per i progettisti del futuro e anche, inutile negarlo, una rivista di moda pluridecennale dall’innegabile peso specifico. Libro evidentemente settoriale, esso è però talmente ben congegnato che piacerà sia ai fanatici del marchio, ai cultori dello sportswear e ai patiti del fitness sia agli spiriti più oziosi, sedentari e filosofici; quelli che, proprio come il fondatore Phil Knight, corrono anche loro, sì, ma molto, molto piano, e che proprio come recita il mantra aziendale hanno capito che “aspirare alla perfezione è un viaggio, non una meta: il meglio è sempre passeggero”

Cecilia Mariani