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Il secondo romanzo con Adelphi e la candidatura al Premio Strega 2022: «Nova» di Fabio Bacà

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Nova
di Fabio Bacà
Adelphi, 2022

pp. 279
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Il suo compasso aveva completato il cerchio. Lo spiraglio si era richiuso. La connessione interrotta.
I ricordi, le competenze, i sentimenti, le gioie e i tormenti dei suoi settantadue anni si stavano rapidamente criogenizzando nell’algor mortis delle membra.
Davide non aveva mai immaginato che sarebbe successo così.
Che buona parte dei suoi guai sarebbe finita così.
Che mondo, si disse.
Che razza di diabolico, sorprendente, benedetto mondo. (p. 77)

«Fabio Bacà è l’ex esordiente più anomalo che conosca. Alla terza pagina del suo primo romanzo, Benevolenza cosmica, ero già fuorviato dalla maturità di una scrittura in cui non c’era ombra di acerbo, di veniale. […] Poi esce Nova, un libro diverso, letterario nel senso più seducente del termine, che racconta a scopo di riflessione. Parla di violenza e di vigliaccheria». Così Diego De Silva, che ha presentato Nova al Premio Strega di quest’anno, parla del secondo romanzo di Fabio Bacà. E in effetti, avendo letto entrambi i testi, è possibile notare una crescita sia in termini di voce che a livello di narrazione. Nova, rispetto a Benevolenza cosmica, è un romanzo più corposo e articolato, che mette da parte i toni quasi comici per affondare i denti nel lato oscuro della mente umana.

Nova è uno di quei romanzi in cui la trama non conta granché. A ben vedere non c’è molto da raccontare: un medico, con una buona carriera e una famiglia di stampo borghese alle spalle , viene a contatto con la parte più sanguigna di sé dopo aver trascorso una vita a sfuggire dalla violenza. Il tutto conduce a una escalation di eventi culminante in un climax che, in fin dei conti, non sembra portare neanche a una vera e propria risoluzione. Si arriva alla fine un poco storditi, indecisi se quella sia o meno una degna conclusione del romanzo, quantomeno a livello di trama. Se invece guardiamo all’arco di trasformazione del personaggio – o meglio, dei personaggi, poiché Nova è un romanzo quasi corale, il cui punto di vista si sposta da Davide alla moglie Barbara al figlio Tommaso – la prospettiva cambia: in quasi trecento pagine li vediamo crescere, perché tutti affrontano, più o meno indirettamente, la faccia nascosta della propria luna.

Questo confrontarsi con se stessi e con la propria anima malvagia avviene più nelle riflessioni che negli atti. In questo Bacà è impareggiabile: laddove gli eventi spostano di poco la bilancia, nei momenti di riflessione avvengono i grandi cambiamenti, a indicare che l’equilibro fra il bene e il male, così come quello fra la placidezza e la violenza, sono una questione di prospettiva. Il modo in cui si decide di affrontare una questione – andando oltre con una scrollata di spalle o prendendo a sprangate qualcuno – è una questione di posizione. È rispondere alla domanda: in quale punto, lungo questa linea che va da A a Z, voglio posizionarmi io? Perché voglio stare su B piuttosto che su V? E soprattutto, sono disposto a pagare le conseguenze di questo mio situarmi? Proprio a questo servono i lunghi momenti di riflessione che intercorrono fra un evento e l’altro: a dare modo al lettore di immedesimarsi e porsi le stesse domande che si stanno ponendo i personaggi. Il cambiamento avviene così, sia in chi agisce letterariamente sia in chi legge nella vita reale, attraverso lunghi momenti di stasi extra-narrativa.

Dal punto di vista della voce, di quella che De Silva definisce «una scrittura in cui non c’era ombra di acerbo, di veniale», possiamo notare come, rispetto a Benevolenza cosmica, in Nova sia presente una maggiore aggettivazione e una maggiore ricercatezza dei termini che, c’è da dirlo, a volte sfocia nel manierismo. La ricercatezza del termine aulico, infatti, resta un elemento positivo solo finché la cosa non diviene prassi comune. Se il termine aulico, magari accompagnato da una serie di aggettivi anch’essi poco comuni, viene utilizzato con parsimonia, anche all’interno di un registro comunque elevato, la sensazione del lettore è quella di trovarsi al cospetto di un autore che sa usare bene, e con il giusto dosaggio, la lingua italiana; se invece ci si trova davanti a un testo che è tutto così – e che costringe il lettore medio a una continua interruzione per recuperare le informazioni mancanti – allora il rischio è quello di apparire non più colti ma pretestuosi. Sorge nel lettore l’idea che l’autore abbia voluto cercare in ogni occasione la parola e la struttura della frase più complesse possibili, anche laddove sarebbe stata preferibile la semplicità. Anche a discapito di una lettura più fluida del testo. Il rischio è di far pensare che la scelta di rendere la lettura più lirica e affettata sia stata più urgente rispetto a rendere la lettura più vicina al lettore. È un rischio calcolato, questo, o piuttosto un errore di valutazione?

Come si dice in questi casi: ai posteri l’ardua sentenza. Noi qui ci limitiamo a sospendere il giudizio in attesa di leggere un terzo romanzo di questo autore che, certamente, sa attirare l’attenzione su di sé.

David Valentini