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«Sgrassare? Ecco: in questo libro io non sgrasso niente. Semplicemente racconto»: "Mai in prima persona" di Laura Laurenzi

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Mai in prima persona
di Laura Laurenzi
Solferino, 2022

pp. 202
€ 17,00 (cartaceo)
€ 9,90 (ebook)

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Sulla copertina di Mai in prima persona, appena pubblicato da Solferino, c’è il ritratto fotografico di una donna che guarda in camera: è Laura Laurenzi, l’autrice del libro. Da una parte, dunque, un titolo che enuncia il dogma del distanziamento e dello straniamento oggettivo, dall’altra una cover che, al contrario, esalta e traduce visivamente il significato di un’espressione come “metterci la faccia”. Controsenso? Errore? Contraddizione? Ambiguità? Niente di tutto ciò. Casomai un cortocircuito consapevole, intenzionale, che proprio grazie al conflitto tra parola e immagine sintetizza al meglio la quintessenza del giornalismo e delle sue aporie: testimoniare e informare senza mai (e per nessun motivo che non sia l’eccezione confermante la regola) dire “io”. Anche Laurenzi, firma di «Repubblica», ha imparato ben presto a rispettare questo diktat, fin da quando, alla fine degli anni Settanta, lavorava come infiltrata e a titolo gratuito nella redazione romana di «Momento-sera». Ed è proprio questa osservanza così diligente, applicata nel corso di una carriera ormai pluridecennale, che l’ha convinta a compiere oggi un atto al limite del riottoso: dare alle stampe un volume in cui le protagoniste siano proprio la sua voce e la sua prospettiva, per riepilogare una storia professionale e, insieme, quella degli ultimi cinquant’anni di cronaca e di costume. Un libro, stando alle sue parole, orgogliosamente (e metaforicamente) “unto”, l’opposto di quanto le è sempre stato richiesto di fare nel confezionare articoli che fossero sgravati da eccessi e ripuliti da patine superflue: «Sgrassare? Ecco: in questo libro io non sgrasso niente. Semplicemente racconto» (p. 16).

Dopo La madre americana, uscito nel 2019 sempre per Solferino e in cui il ricordo della madre Elma Baccanelli (scomparsa prematuramente nel 1969) andava di pari passo con quello della propria infanzia e adolescenza, è come se l’autrice riprendesse il filo di quel discorso biografico e autobiografico mediandolo però attraverso una serie di episodi che hanno scandito la sua avventura lavorativa e quella delle cronache italiane. Un modo, questo, per offrire un’altra versione dei fatti e dei personaggi, ma anche per mettere al centro il proprio ruolo di cronista e il mestiere in sé, tenendo conto dei notevoli cambiamenti a cui è andato incontro e di quelli che ancora ne modificano approcci, stili, mezzi e fini. Un libro che nasce dalla voglia di rendere pubblico un bagaglio di insegnamenti appresi sul campo – «con il passare del tempo cresce dentro di me il desiderio di condividere quello che ho imparato in tutti questi anni. Vorrei condividerlo con tutti gli appassionati del nostro mestiere» (p. 9) – e in cui l’autrice non manca di rammaricarsi rispetto a certe involuzioni e a certi vizi del sistema:

«con il passare degli anni ho avuto l’impressione che oggi nei giornali nessuno insegni più niente a nessuno, come se le cose da imparare fossero finite o non avessero più importanza. Io invece ho avuto il privilegio – lo rivendico con orgoglio – di poter contare su due maestri d’eccezione» (p. 12).

Mai in prima persona non è, ad ogni modo, un libro polemico o malmostoso, anzi. L’allieva di Indro Montanelli e Giampaolo Pansa, ben consapevole di appartenere a una generazione più fortunata di quella attuale anche per quanto riguarda le concrete possibilità offerte dal giornalismo, intende queste pagine come una sorta di backstage delle cronache passate, in cui ciò che più conta, stavolta, è la testimonianza diretta e non altrimenti “filtrata”. Pagine disobbedienti, per così dire, non sottoposte al vaglio di nessun direttore o caporedattore pronto a ribadire il bisogno di una più asettica neutralità:

«un’altra regola non scritta era non usare mai per nessuno motivo in nessun articolo la prima persona, privilegio elitario consentito solo alle grandissime firme, ma giusto a un paio, Natalia Aspesi, Giorgio Bocca. Trasgredire a questa ragionevole imposizione è ciò che mi ha spinto a scrivere il presente libro. Il brivido di disobbedire. Di usare in dosi massicce la prima persona. Di concedermi un lusso negato a tutti o quasi, consentito invece a chi non fa il giornalista ma fa lo scrittore. Ecco perché nessuno dei capitoli che si trovano in queste pagine è un articolo già scritto, un pezzo già pubblicato. Niente roba usata. Niente cronache per tutte le stagioni elegantemente smontate e rimontate. Alcuni capitoli parlano di quegli argomenti di cui mi sono sempre occupata, proprio perché molti miei colleghi non volevano farlo, ma è diverso l’occhio, è diversa la lunghezza, è più ampio – lo spero – il respiro e più umano l’approccio. Sono pagine da cui traspaiono le emozioni, che normalmente eravamo educati a nascondere, quasi vergognandocene» (pp. 14-15).

Ciascuno dei venticinque capitoli – ventisei se si considera tale anche il primo, Semplicemente racconto, introduttivo e programmatico – è dunque l’occasione per tornare indietro nel tempo e ricordare le circostanze che hanno dato origine a cronache, reportage e interviste relative a eventi, fenomeni e personaggi che hanno lasciato il segno nella storia italiana e internazionale; sezioni concatenate con abilità e non meccanicamente messe in fila, in cui non di rado capita che l’ultima persona citata sia proprio la protagonista della sezione successiva; sezioni il cui ordine cronologico aiuta a ripercorrere come in un documentario le tappe che hanno cambiato il nostro modo di concepire la politica e i politici (Cossiga, Andreotti, Berlusconi, ma anche dittatori “esotici” e relativi eredi), i divi e le dive del cinema e dello spettacolo (Anita Ekberg, Elizabeth Taylor, Richard Burton, Suso Cecchi D’Amico, Silvana Pampanini), i campioni dello sport e dell’economia (Maradona, Pietro Barilla, Gianni Agnelli, Paul Getty), gli uomini e le donne dell’arte, della moda e della scienza (Andy Warhol, Karl Lagerfeld, Margherita Hack).

Così, mentre l’affidamento degli incarichi è il pretesto perfetto per descrivere la vita all’interno di una redazione e magari per accennare all’influenza o all’indifferenza delle questioni di genere a tale proposito, diversi passaggi chiariscono il senso della rinuncia alla famigerata prima persona a cui si riferisce il titolo, e dunque della scrittura di articoli che avrebbero potuto essere volutamente emotivi senza alcuno sforzo e che invece furono redatti in antitesi rispetto a tanta stampa (e poi tanta TV) del dolore, tutta pathos, climax ed esasperazione del sentimento: come la descrizione di ciò che accadde sulla scena dell’assassinio di Aldo Moro, in cui Laurenzi si aggirò libera e indisturbata per diverso tempo riuscendo addirittura a entrare nella vettura e a sfogliare le tesi di laurea degli studenti che attendevano il giudizio del loro professore; o come il ricordo atroce della “morte in diretta” del piccolo Alfredino Rampi, con cui la giornalista parlò una decina di volte nel tentativo di tenerlo sveglio e vigile nel fondo del pozzo artesiano in cui era precipitato per disgrazia. Abituata da sempre a recarsi sul posto, a suonare campanelli, a non accontentarsi di un’intervista telefonica, a cercare il vis à vis e, se necessario, a “imbucarsi” con destrezza e nonchalance in luoghi inaccessibili o eventi blindati (per la categoria nuziale basti citare i matrimoni del Pibe de oro, del Pupone e di Big Luciano), la giornalista avanza dagli anni Settanta a oggi con la consapevolezza che l’attitudine alla testimonianza fedele è ciò che ha permesso di fissare sulla carta e nella memoria i volti e le gesta di personaggi divenuti simbolo di un’epoca, alla pari dei momenti di transizione e rivoluzione culturale: nel 1983 Eugenio Scalfari la volle – unica donna – a bordo del Vespucci per raccontare vita e opere di 400 marinai in servizio durante cinque giorni di navigazione da La Spezia a Palma di Maiorca, e nel 1992 fu sempre lui a spedirla a New York nel momento del risveglio “erotico” della Grande Mela dopo gli anni della castità da incubo determinata dall’avvento dell’HIV.

Un po’ amarcord e un po’ making of, Mai in prima persona è un libro che – qualora ce ne fosse ancora bisogno, e forse ce n’è – riscatta la cronaca di costume dal suo stigma di frivolezza e subordinazione, e mette l’accento sull’importanza del modo in cui ogni notizia viene offerta al pubblico: «il “come”, non soltanto il “cosa”», sintetizza Laurenzi nel finale, «avendo cura di scegliere le parole giuste e di mantenere il dovuto distacco» (p. 200). Allo stesso tempo esso è per l’autrice l’occasione perfetta per raccontare ex novo incontri ed episodi memorabili, aggiungendo però quel qualcosa di evidentemente “troppo personale” che non avrebbe mai potuto permettersi di rendere esplicito su quotidiani e riviste (“il giornalismo dà, il giornalismo leva”). Oltre la miriade di aneddoti gustosi che esso contiene, e dunque oltre la facile fascinazione per gli stessi, si tratta di un libro in cui la quarta parete cade con sollievo liberatorio per rilevare entusiasmi, perplessità, imbarazzi, paure, esitazioni, gioie e tormenti; un libro in cui l’istanza enunciatrice sceglie finalmente di guardare in camera per rivendicare un’identità inequivocabile, e a cui, proprio per questo, ci si affeziona come a una voce narrante autorevole e confidente.


Cecilia Mariani