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La diversità prigioniera in "Macello" di Maurizio Fiorino

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Macello
di Maurizio Fiorino
edizioni e/o, 2021

pp. 155
€ 15,00 (cartaceo)
 
Non inizia sotto i migliori auspici la vita di Biagio, figlio del macellaio del piccolo borgo di Bagnamurata, e questo ben prima che per caso metta i piedi nell’acqua avvelenata dal malocchio, da cui invano lo mette in guardia la vicina di casa Lia, esperta di “bassa magia”. Biagio infatti è orfano di una madre morta tanto presto che lui non la ricorda nemmeno più; in compenso la sua stessa presenza è un pungolo sgradito per il padre Bruno, uomo violento e di poche parole, prigioniero di rabbie inespresse e di segreti mal sepolti: 
La mia nascita e la sua morte non furono eventi collegati l’uno all’altro, sebbene io abbia sempre pensato, lo penso anche oggi, che mio padre credesse il contrario e in qualche modo gli ricordassi, ogni giorno della sua vita, che a diciotto anni, lui che voleva essere un brigante, era invece un padre, un vedovo, un morto dentro. (p. 15)
Bruno sembra incapace di qualsiasi manifestazione d’affetto e tende ad allontanare da sé chiunque provi ad avvicinarglisi, compresa Elsa, che solo per qualche tempo condivide la loro quotidianità domestica, prima di fuggirla. D’altronde non è facile stare accanto al macellaio, rude e sgradevole nel privato quanto in pubblico: “i suoi unici momenti di dolcezza erano quelli trascorsi con le bestie morte” (p. 27).
Anche il protagonista cresce da figlio di suo padre: chiuso nel retrobottega della macelleria, prende a pugni le carcasse appese nella speranza di coltivare un mediocre talento da pugile che possa riscattarlo dai confini angusti della sua esistenza.
Non c’è tra questa pagine l’ironia occhieggiante di Ora che sono Nato, e se ne sente un po’ la mancanza. Rimangono il disagio e lo spaesamento di un ragazzino che cresce senza punti di riferimento, sentendosi diverso senza capire perché: 
Avevo quasi sedici anni e nessuno che mi baciasse gli occhi mentre dormivo. La sensazione di sentirmi inadeguato e fatto male crebbe col trascorrere delle stagioni. (p. 59)
Biagio si definisce in opposizione al padre, soprattutto per una sensibilità dolente e continuamente repressa, ma al contempo sembra predestinato a ripercorrerne le orme: abbandona gli studi, si sposa troppo presto, smette di avere dei sogni, dimentica persino quella passione dell’infanzia per l’arte antica che era rimasta germoglio troppo fragile, brutalmente sradicato. Quando Bruno un giorno, improvvisamente, scompare, vengono meno per il figlio appena diciottenne anche quelle poche certezze legate alla sua figura: “il suo disfacimento aveva calibrato i contorni della mia esistenza rendendomi quel che ero, me stesso” (p. 78).
La sparizione dell’uomo offre solo un’illusione di libertà, concretizzata dal protagonista nella distruzione della macelleria e nel tentativo di andarsene da Bagnamurata per raggiungere la capitale. Ma Roma è “un gigante spietato” (p. 87), capace di calpestare prima le speranze residue e poi di sgretolarsi sotto la miseria di una pioggia battente. E quello che torna in paese non è più un giovane uomo, ma un guscio cavo.
Ricorre tra le pagine del romanzo un lessico residuale, del marciume, del sudiciume, dell’avvelenamento, enfatizzato dalla narrazione in prima persona che ci riporta alla prospettiva scoraggiata del protagonista. Dalle sue parole capiamo che il macello non è solo un luogo, ma una condizione esistenziale, uno stato d’animo. L’evasione pare impossibile e il rischio, anche per il protagonista, è quello di essere svuotato di tutto, di ridursi a vivere una vita bugiarda e sterile, in tutti i sensi possibili. La bruttezza che dilaga e coinvolge luoghi e persone sembra a Biagio una condanna, e del resto l’aspirazione alla bellezza è qualcosa di difficile per chi si sente indegno e vive in una realtà in cui anche i paesi possono sprofondare nel fango e nella polvere.
Solo Alceo ha uno sguardo diverso. Alceo, che lo stana dalla sua bottega in quello che dovrebbe essere un giorno qualunque. Alceo, che è un artista e sogna di essere libero sotto gli occhi della gente. Alceo, che immagina un’altra esistenza e vuole trasmettere anche a Biagio il desiderio di nuovi orizzonti. Ma per quest’ultimo, bambino non amato, adolescente dal sorriso spezzato, uomo prigioniero di una gabbia in parte autocostruita, l’universo è ristretto tra i vicoli di Bagnamurata, entro il perimetro di un matrimonio senza affetto, negli spazi di un borgo in cui la felicità viene nominata solo quando se ne nega la presenza.
Tutto in Macello ha il sentore di ciò che è definitivo e senza appello; si può salvare solo chi ha il coraggio di tradire le aspettative altrui, di accettare la violenza subìta per scavalcarla in una nuova visione di sé. A Bagnamurata, però, nessuno sembra davvero in grado di farlo e anche il confine tra vittime e carnefici si fa labile. Per questo la lettura risulta tanto amara, nella descrizione pungente, priva di orpelli, di un determinismo che non lascia via d’uscita.

  
Carolina Pernigo