martedì 3 novembre 2020

"Fiumi" di Martin Michael Driessen: l'imprevedibile discesa del fiume e dell'animo umano in tre racconti.


Fiumi
di Martin Michael Driessen
Del Vecchio Editore, 2020

Traduzione di Stefano Musilli

pp. 170
€ 15 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)


Quando si parla di racconti mi capita spesso di dire che una delle caratteristiche più interessanti della short story è la possibilità di sperimentazione offerta da questa forma: una sperimentazione strutturale che permette di espandere i confini della parola, e tematica per le possibilità della narrazione, libera dai vincoli del romanzo, dalle convenzioni, perfino dalla tradizione. La parola è puntuale, soppesata con cura, limata fino all’ossessione. Le possibilità narrative scavano negli angoli bui, si insinuano tra le pieghe, nei punti di vista marginali. Il dettaglio si fa protagonista, le ossessioni diventano il cuore pulsante della narrazione. Il racconto è un frammento e quello che vediamo sulla pagina è solo una minima parte della storia, la parte emersa dell’iceberg di Hemingway. Talvolta quello che emerge è racconto di un istante, altre volte la narrazione si fa di ampio respiro ma è anche in quel caso nel non detto che risiede a mio avviso la parte migliore del racconto e la sua essenza.
Fiumi, di Martin Michael Driessen, registra teatrale e scrittore olandese, è una delle più interessanti raccolte di racconti uscite quest’anno in Italia, in cui l’universo letterario dell’autore si concentra intorno al fiume, ambientazione privilegiata e fil rouge che lega le tre novelle. Pubblicata in Italia da Del Vecchio editore, già casa del romanzo Padre di Dio, colpisce per una narrazione che porta in sé l’eco dell’oralità, in una prosa magistralmente resa da Stefano Musilli che riesce a nascondersi dentro l’autore, ritrovarne la musicalità della voce, restituendoci la polifonia di un racconto che scorre come il fiume intorno cui tutto si muove. Ed è, soprattutto, la capacità di Driessen nel raccontare le pieghe dell’animo umano a colpire con forza nel corso della lettura, l’esplorazione degli angoli bui, la brutalità e la violenza che esplodono improvvise sulla pagina mentre tutto intorno sembra fermarsi in un istante eterno. Tre racconti legati dal fiume, si diceva, dentro al quale scorre la vita, la Storia, quasi un palcoscenico su cui mettere in scena passioni e vizi dell’essere umano. La metafora non è casuale, il gioco meta letterario intrinseco alla narrazione. Nel racconto d’apertura, “Fleuve sauvage”, un attore di teatro, combatte la sua battaglia contro l’alcolismo che lo sta devastando, in una discesa solitaria in canoa: la lotta contro la corrente sempre più forte è la lotta contro il desiderio di bere, le insidie del fiume sono i demoni che lo tormentano. È il ritratto dolente di un uomo che ha visto l’abisso, consumato dall’alcol e dal risentimento, l’eco lontana di giorni di gloria e l’amore viscerale per il palco in quei versi shakespeariani pronunciati nella solitudine sul fiume. I tormenti di McBeth fanno da specchio a quelli del protagonista, la sete di vendetta, la cieca rabbia, la violenza che esplode ancor più brutale perché inaspettata. Ma c’è stato davvero quel momento di furia accecante? Intorno tutto è bellezza, la natura e il paesaggio evocati con pennellate precise, tratto peculiare di tutta la narrazione:
C’era silenzio. Gli alberi, con le loro sfere di vischio, si stagliavano contro il cielo perlaceo del mattino. Dei topi muschiati si tuffavano e, sorpresi dalla comparsa della canoa, si nascondevano sott’acqua. Delle rondini in cerca di riparo si lanciavano giù dai nidi scavati nelle alte sponde argillose delle curve esterne del fiume, che andavano sfaldandosi. (“Fleuve sauvage”, p. 14)
La narrazione scorre, imprevedibile come il fiume, in racconti in cui il personale si fonde all’universale, la storia di due ragazzi si intreccia a quella di un Paese, mentre Driessen maneggia abilmente la materia evocata, destabilizzando il lettore nel momento in cui crede erroneamente di averla afferrata.

C’è, insieme al fiume, un altro elemento che lega a mio avviso i tre racconti ed è la riflessione intorno al concetto di identità: nel conflitto dell’uomo in lotta con sé stesso e i propri demoni, nell’ambiguità dell’essere attore e delle maschere da indossare anche una volta sceso dal palco, nei tratti del volto deformati dall’abuso di alcol, nella frattura tra chi eravamo e quella persona che più non sappiamo riconoscere. Nel ritratto di due ragazzi poi uomini che tentano di comprendere loro stessi, sentimenti e desideri repressi. Due vite che si sfiorano senza mai conoscersi davvero:
Agli occhi di Konrad, in Julius c’era un che di sfuggente, di inafferrabile. Forse era questo a unirli: entrambi avevano qualcosa che li distingueva dagli altri. Ma quel qualcosa faceva anche sì che non si conoscessero a vicenda. (“Il viaggio per la luna”, p. 67)
Eppure Julius e Konrad, protagonisti del lungo racconto centrale, “Il viaggio per la luna”, si accompagnano per tutta la vita, senza mai comprendersi veramente, senza mai riconoscere perfino loro stessi. È un racconto di ampio respiro, in cui la narrazione intima si apre alla Storia. Leggiamo in questo racconto della fatica di diventare uomini, di trovare il proprio posto in un mondo sempre più complicato e brutale, di discriminazioni e di perdita. Di fame di vita e di esperienze, di avventura oltre i confini limitati entro cui la propria condizione talvolta costringe. E di progresso e cambiamento, che travolge tutto ciò che fino a quel momento era stato. Anche in questo racconto si affaccia la violenza, in forme differenti. C’è quella che siamo portati a giustificare, un gesto di difesa e salvezza, un’altra mossa dalla paura di quanto di noi non comprendiamo. L’ultima, quella della guerra e dell’oppressione, brutale, devastante.

Identità, si diceva, una delle chiavi di lettura con cui discendere il fiume della narrazione di Driessen: Pierre e Adèle, protagonisti dell’ultima storia, la religione a dare definizione e motivo di rancore. Un rancore che si trascina da tempo immemore, una faida famigliare tramandata di padre in figlio. In mezzo, a separare terreni e credo, il fiume. Ma è un fiume capriccioso, che muta il proprio corso e alimenta il risentimento. È anche lo stesso fiume sulle cui opposte rive due bambini, per una breve stagione, si fanno beffa delle guerre degli adulti.

In ognuno di questi racconti c’è un certo grado di violenza e brutalità, si è detto: in “Pierre e Adèle” il male ha il volto di un uomo crudele, la violenza si riversa sulla pagina in immagini che è davvero difficile sopportare. Adèle, violata, picchiata brutalmente dal marito, intrappolata.
Adèle non aveva mai disprezzato niente e nessuno quanto quel ciarlatano che non sapeva arare un solco dritto ma si dava arie da grande proprietario terriero, che si faceva passare per un uomo ma era soltanto un moccioso depravato. Le era servito nella lotta contro i Corbé, ma nessuna donna avrebbe mai dovuto pagare un prezzo così alto, nemmeno per il peggiore dei suoi sbagli. (“Pierre e Adèle”, p. 144)
Il fiume, anche questa volta, a legare personaggi e storie. A custodire segreti. Con una prosa sempre misurata, attenta, che si apre a immagini vividissime, Driessen cattura il lettore e lo inchioda alla pagina mediante storie di sorprendente bellezza. Una bellezza mescolata alla brutalità, dove poco spazio è lasciato alla consolazione e l’innocenza non appartiene neanche ai bambini, corrotti dalla violenza degli adulti. Eppure è ancora possibile riconoscere la bellezza, farsi travolgere dalla corrente con cui ci conduce dentro le pieghe dell’animo umano.