lunedì 23 novembre 2020

«Per venti minuti ho avuto una famiglia, e mi è piaciuto». Parola d'ordine: "ritrovarsi", nel nuovo romanzo di Daria Bignardi


Oggi faccio azzurro
di Daria Bignardi
Mondadori, novembre 2020

pp. 168
€ 17,10 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Mio marito, l'uomo di cui mi fidavo più al mondo, l'uomo giusto, razionale, integro, saggio che amavo da vent'anni e con cui avevo condiviso ogni cosa, mi aveva tirato il tappeto sotto i piedi senza preavviso e senza spiegazioni. 
Sbam.
(p. 38)

Cantare l'abbandono è un'arma a doppio taglio: da un lato, la maggior parte dei lettori solidarizza, si rispecchia e si lascia avvincere da domande come: «Che cos'ho addosso? Perché tutti mi lasciano?»; dall'altra c'è un'eco pericolosa, che rischia di far rispecchiare il lettore nell'egolatria e di allontanare dalla trama originaria. Nel nuovo Oggi faccio azzurro, Daria Bignardi rifugge questo rischio con ciò che sa fare molto bene: raccontare gli altri, e farlo con una sincerità per cui, alla fine del libro, ti sembra di aver conosciuto dal vivo i personaggi e, anzi, a volte sei proprio convinto di averne visto almeno uno. 

In questo nuovo romanzo, l'autrice esplora ancora una volta l'interiorità, scava anzi nella sofferenza che i suoi personaggi stanno vivendo. La protagonista, Galla, resta in mente fin da subito, e non solo per il suo nome insolito ed esigente, ma anche - e soprattutto - per l'abbandono che l'ha marchiata a fuoco: Doug, il marito, dopo vent'anni di amore e fiducia, l'ha lasciata senza tante cerimonie. Anzi, l'ha lasciata in una scena che ha ben poco di rispettoso, e che resta in testa per la sua vuotezza. Come tale, Doug non merita chissà quale posto nella narrazione: semmai è la sua assenza a farsi sentire, fino ad assordare Galla, totalmente avvolta dalla sua mancanza. Sola sul divano a riflettere più e più volte sul suicidio, Galla si sente senza una finalità, un lavoro e anche senza una famiglia. Ecco perché la Voce, che si presenta come Gabriele Münter, moglie e amante di Kandinskij per anni e poi abbandonata, le tiene compagnia: perlopiù, la redarguisce, la invita a non abbandonarsi nell'assaporare la solitudine e la sprona a ripartire da sé. Lei stessa ha subito un addio feroce, al quale si è aggiunta tutta l'amarezza di essere stata rimpiazzata. Il lettore se lo chiede subito dopo i primi capitoli: Gabriele è solo una proiezione di Galla? O siamo davanti a un caso di dissociazione? 

Ma non abbiamo quasi il tempo per concentrarci su loro due, perché Daria Bignardi, senza avvisarci, ci presenta altri due io-narranti e io-narrati, che prenderanno la parola: sono Bianca, ragazzina tormentata, anche lei uscita da un abbandono, che a diciassette anni non riesce più ad andare a scuola e, ogni mattina, cade vittima di attacchi di panico incontenibili; e Nicola, operatore umanitario ormai "da ufficio", che non sa come dimenticare la moglie, pur essendo in parte causa del suo abbandono, e prova a rimediare progettando la sua vita sentimentale in appuntamenti seriali con donne che non rivedrà, se non per un paio di volte. 

Che cos'hanno in comune questi tre personaggi? L'analista. Ebbene, proprio nella sala d'aspetto, Galla, Bianca e Nicola intrecciano sguardi e pensieri, ipotesi l'uno sulla vita dell'altra, finché un evento non metterà i personaggi nella condizione di parlarsi e di conoscersi. L'analista è in effetti una sorta di bolla che condividono, uno spazio sicuro, che pone i tre personaggi in una strana condizione di fiducia reciproca. Non sanno niente, eppure di parlano; hanno età e storie diverse, eppure tutti e tre soffrono, o non sarebbero lì; hanno bisogno di essere ascoltati, eppure non sanno da dover partire. La sensazione che vivono? Sempre quella di essere abbracciati dalla sofferenza degli altri: «Per venti minuti ho avuto una famiglia, e mi è piaciuto» (p. 112) è una frase che colpisce, senza dubbio (e per questo l'ho scelta per il titolo di questo articolo), ma è anche il perno attorno a cui possiamo far girare tutta la storia. 

Questa idea narrativa è, a mio parere, piena di potenzialità creative, da cui - in effetti - si dipanano più incroci, volontari o meno, tra i tre personaggi. La Voce continua a intessere con Galla una conversazione privata, che spesso diventa occasione per sulla storia con Kandinskij, ma anche sull'arte in sé («L'arte deve emozionare, essere autentica, far male!», leggiamo a p. 90). Intanto, Galla prova a uscire dal proprio dolore regalando piccoli minuti di gioia agli altri: partecipa come volontaria al coro del San Vittore e aiuta i detenuti a evadere almeno con la propria voce. Ma come può uscire davvero da sé e dal viluppo stagnante dell'abbandono? 

Seguiamo con grande curiosità le tre storie, e qualche volta ci auguriamo che a Galla e a Bianca si intrecci un po' di più anche la vicenda di Nicola, che appare invece più relegata. Forse questo Oggi faccio azzurro vuole invece essere una narrazione declinata più al femminile? Questa è solo una mia proposta di lettura, non suffragata da altro, se non dalle sensazioni di una sorta di solidarietà e di sorellanza tra le protagoniste, davanti alla quale gli uomini svaporano, anche a livello narrativo, forse perché le protagoniste femminili sono estremamente più forti e convincenti. O forse perché la prosa estremamente asciutta, a cui Daria Bignardi ha abituato i suoi lettori, in questo romanzo non vira mai verso il compiacimento stilistico; c'è un'estrema sobrietà di linguaggio - scelta che deve piacere -, che punta a comunicare con tutta l'incisività paratattica della prosa un messaggio decisamente d'impatto. 

GMGhioni