domenica 30 agosto 2020

#IlSalotto - Farsi liquidi per sopravvivere: la storia di Roberto Chilosi narrata in "Come acqua"





Gli sport estremi come ragione di un’esistenza. A discapito di tutto, della sicurezza, di un introito stabile, di una vita tranquilla. È la vita scelta da Roberto Chilosi, che in Come acqua, il suo memoir edito da AltreVoci Edizioni, racconta il retroscena delle sue avventure più spericolate sui fiumi di cinque continenti. Perché affidarsi al proprio corpo come àncora richiede una fermezza e una determinazione mentale che la sua scrittura riesce a convogliare in modo mozzafiato. Ed è proprio riguardo il legame tra corpo e scrittura che abbiamo intervistato l’autore. 


Mesi passati sulla canoa in altri continenti, traversate a nuoto tra le isole del Mediterraneo, gare multisportive ai limiti delle capacità umane: esperienze in cui l’unica cosa su cui contare era il proprio corpo e la propria preparazione, fisica ma anche mentale. Nel libro lei non si tira indietro dal narrare le situazioni personali spesso difficili da cui i suoi viaggi lo hanno salvato. Viaggi che se all’inizio sembrano essere delle fughe, si configurano poi come dei momenti di ripartenza dai momenti più complicati della sua vita, pur non essendo facili da spiegare logicamente, come lei spiega nel capitolo finale del libro, significativamente intitolato “Inconclusioni”. La scrittura di Come acqua l’ha aiutata a riguardare indietro alla sua impressionante carriera sportiva ma anche ai suoi avvenimenti personali, giungendo un po’ a quella sensazione “totale” che lei narra di provare a volte, in alcuni fiumi particolarmente imponenti? O dopo trent’anni tra terra e acqua si sente ancora diviso tra il Chilosi uomo e il Chilosi sportivo?
Domanda difficile. Tornare a scavare su certi episodi mi ha fatto male senza dubbio; non che le avessi lasciate da parte, ma approfondirle, ha acuito il senso di inadeguatezza o frustrazione che provavo mentre le vivevo. Ora credo di aver trovato un buon equilibrio, anche se spesso temo di ricadere negli stessi errori, ma l'età e di conseguenza l'esperienza in questo senso aiutano molto. Adesso ho un lavoro fisso, anzi due, sono molto più responsabile dal punto di vista uomo. Dal lato sportivo anche in questi giorni sto facendo cose che forse sono un poco oltre il limite della sicurezza, ma non riesco a farne a meno, perché poi alla fine ne esco sempre bene. Fino al prossimo errore.

Per uno sportivo totale, che si spinge all’estremo delle proprie capacità fisiche in ambienti inospitali, spesso da soli, accade spesso che le esperienze vissute diventino ispirazione per la scrittura. Restando in Italia, basta pensare a Reinhold Messner, un cui libro viene anche citato nel romanzo, ma anche ad Alex Bellini e Walter Bonatti. Scrittura e sport: due attività solo apparentemente opposte, poiché quando lei racconta della riflessività e della preparazione mentale necessaria al canoismo, è possibile immaginare un fiume particolarmente difficile, come il Franklin River, in Tasmania, quasi come se il fiume stesso fosse una narrazione avvincente, ricca di colpi di scena che vanno affrontati con prontezza. Anche la scrittura rientra, come il nuoto e la canoa, tra le attività in solitaria che la aiutano a ritrovare sé stesso? Scrivendo il suo memoir, si è sentito parte di un genere letterario preesistente o ha scritto seguendo unicamente il suo istinto? 
Scrivo principalmente per divertimento e per non dimenticare quello che ho fatto, le sensazioni ed emozioni che ho provato in quel momento. Mi aiuta a riflettere su quello che è stato e su quello che potrebbero essere altre discese, altre nuotate. Uso molto anche le foto, mia altra grande passione. Sia la scrittura che la fotografia mi rilassano e mi piace l'idea di poterle condividere. Scrivo la maggior parte delle volte "a caldo", sviluppando poi i racconti con calma, anche dopo tempo. Sono molto analitico nelle cose che faccio, soprattutto dal punto di vista psicologico cosa che, in sport oggettivamente pericolosi, come la canoa o nel nuoto in mare invernale, serve più che la preparazione fisica. Ho scritto e scriverò sempre soprattutto dei miei fallimenti, in questo senso mi sento diverso dalla maggior parte degli sportivi scrittori. Leggendo molti libri di montagna o sport estremi, spesso mi sono annoiato, rilevando che erano solo resoconti freddi e senza anima, dove il protagonista non sbagliava mai, o quasi, o dove non dava spazio alle due motivazioni più profonde, che spesso sono banali, ma non per questo, a mio parere, vanno taciute. 
Come acqua
di Roberto Chilosi
AltreVoci ed., 2020

pp. 222
€ 15,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
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Tornando a parlare della dimensione in solitaria, nel libro lei ci narra moltissime avventure, e in ognuna si è dovuto confrontare con compagni di viaggio più o meno originali; ma in certi contesti, come quando ci si trova nel Rio delle Amazzoni o nel deserto della Mongolia, la capacità di fare lavoro di squadra è vitale. Tanto più se le compagne di viaggio sono anche compagne di vita, come nel caso delle spedizioni insieme alle sue partner. Dalle sue parole e dai suoi resoconti delle esperienze più varie però è chiaro che la dimensione d’avventura che lei preferisce è quella in solitaria. Come concilia questi due lati di sé? 
Bella domanda. La dimensione della solitaria è quella che prediligo però amo anche condividere queste esperienze con persone che amo o stimo molto come Matteo e Ivan citati nel libro, o le mie compagne. Però mi sento responsabile per loro e questo mi pesa perché in certi frangenti ne avresti abbastanza di pensare a te stesso. Se ho il dubbio che una persona possa crearmi problemi come nel caso del viaggio in Cile, no grazie, preferisco andare da solo. Non sopporto essere sopportato, so di non avere un carattere facile, ma sono onesto nel senso che non frequento persone che non tollero. 

Nella narrazione delle sue memorie, spesso si riferisce alle letture da lei compiute, ovunque e a ogni costo, anche portandosi libri in canoa nel corso delle sue avventure; ma un altro oggetto che non manca mai nel suo equipaggiamento sono anche i taccuini di appunti e le penne. Com’è avvenuto il passaggio dai taccuini di viaggio al memoir che è Come acqua? E come influiscono le sue letture “compulsive”, per usare le sue parole, in ciò che scrive? 
La scrittura, come dicevo prima, mi aiuta a fare ordine nei pensieri e mi rilassa. Idem la lettura: io non leggo un libro, lo vivo e tante volte mi è servito per estraniarmi da una realtà che in quel momento era insopportabile. Purtroppo negli anni ‘90 gli ebook non esistevano e portarsi libri in canoa, in viaggi di più giorni, avrebbe voluto dire sacrificare dello spazio al cibo, da qui la necessità dei taccuini, anche per riempire le ore nei campi notturni. Il passaggio dai racconti a Come acqua è stato naturale, grazie anche al lavoro enorme di Francesco Grandis, che ha collegato parte del materiale che gli ho mandato. Rispetto alla mia produzione, il libro è un decimo delle cose che ho scritto. 

Per concludere, avrebbe dei consigli per dei lettori che leggendo le sue avventure avranno voglia di seguire il suo esempio? Magari non necessariamente lanciandosi in gare come il Raid Gauloises (otto giorni e più di mille chilometri divisi tra canoa, bici, corsa, gommone e arrampicata), ma semplicemente trovando il coraggio di abbandonare le proprie sicurezze per rincorrere una felicità che troppo spesso e con troppa facilità consideriamo irraggiungibile? 
La mia forza è sempre stata la costanza negli allenamenti e non aver mai scuse per non farli, non lasciare nulla al caso, lavorare sui punti deboli, porsi degli obiettivi progressivi senza voler strafare. Io curo abbastanza l'alimentazione, bevo molto poco, alcolici intendo, anche se cado sui dolci, ma sono molto disciplinato in questo senso. Cerco di riposare appena posso e oramai conosco alla perfezione il mio fisico. Non mi abbatto troppo per un fallimento, cerco piuttosto di trarne spunto per nuovi obiettivi. Penso che nulla sia impossibile per nessuno, basta crederci, volerlo e vivere per quello. Dipende da cosa uno cerca, cosa vuole dallo sport. Conciliare la famiglia, gli affetti, con l'attività sportiva ad alto livello è difficilissimo, di questo deve rendersi bene conto chiunque voglia praticare sport oltre la soglia amatoriale. Bisogna mettere tutto sulla bilancia, ascoltarsi e poi chiedersi cosa si vuole veramente. Io non sono sicuro di averlo ancora capito.

Intervista a cura di Marta Olivi

Foto riprodotte con l'autorizzazione della casa editrice.