venerdì 14 agosto 2020

Morte edibile: "Cibo" di Helena Janeczek

Cibo
di Helena Janeczek
Guanda, 2019


pp. 288
€ 17,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Erano più poveri, come si capiva dall'imbottitura dei loro panini. Tutti potevano notarlo, tutti lo sapevamo, e sarebbe stato il caso di finirla con quella domanda sulla merenda che non partiva quasi mai da loro, o almeno di mentire trasformando la nutella in marmellata, il crudo in cotto, anche se nessuno credeva fino in fondo a chi vantava sempre nutella o prosciutto crudo, e se sospettavamo che qualcuno mentisse per darsi delle arie sapevamo pure che non sarebbe stato giusto fare confronti fra merende, e invece continuavamo a farli. (pp. 86-87)
"Dieta" è una di quelle parole che compare nel vocabolario di ogni donna in qualche momento della propria vita. Che sia da adolescente per conformarsi a dei canoni o per sottostare a regimi sportivi, che sia prima di un evento importante, che si debba seguire per motivi di salute o in determinate fasi biologiche, non c'è donna che possa, in tutta coscienza, negare di aver mai seguito un regime alimentare controllato.
Elena, voce narrante e protagonista del romanzo, ha iniziato il percorso di un'ennesima dieta. Sin da bambina a dovuto controllarsi sul cibo e ora si ritrova sul lettino di Daniela, estetista della provincia di Treviso, che la impasta e la massaggia per combattere i chili di troppo da qualunque angolazione. Il fatto è che il cibo è troppo buono, parlarne è già di per sé gratificante e ogni piatto porta profumi e ricordi. Vacanze italiane da bambina, colazioni segrete con il padre, osterie milanesi da adulta, ogni piatto, anche il più semplice, è una finestra sul passato, oltre che un modo per interpretare alcuni dei traumatici eventi di inizio millennio. E non sempre il cibo svolge una funzione ammaliante e vitale.

Il cibo in narrativa è legato alla vita, alla sensualità, ai ricordi. Dall'ormai consumata madeleine proustiana, al cioccolato sinestetico di Joanne Harris, alle estasi culinarie della Barbery e agli svariati romanzi che hanno per titolo un elemento edibile e che occupano vaste aree delle librerie, il cibo è vita, piacere, gioia. 
Helena Janeczek si rifiuta di appiattire l'argomento con un ennesimo panegirico della bellezza del mangiare e ne esplora il lato oscuro partendo da una dieta e sviluppando un nuovo binomio di cibo e morte.
È una vita che faccio diete. Non ricordo più quando è stata la prima volta, chi mi ci avesse messo, se io o altri, se fossi davvero stata consenziente a farmi tagliare i viveri. Non so quanti anni avevo, né quanto pesassi allora. (p. 21)
Personaggi a dieta, anche in letteratura, non mancano. L'eroina per eccellenza in questo senso è la single più famosa di Londra degli anni Novanta, Bridget Jones, sempre in lotta con il suo tabagismo, le relazioni poco funzionali e quei chili di troppo che non se ne vogliono andare. E che, anzi, quando se ne vanno, la fanno sembrare "a pezzi e giù di corda" come la definiscono gli amici. Per quanto ironico e capostipite del genere chick lit, Bridget Jones sull'argomento cibo non fa sconti. Le abbuffate catartiche e sregolate di Bridget ogni volta giustificate da fantasiosi motivi come una gravidanza immaginaria, il desiderio di prendersi la tenia per poter arrivare al peso forma, mettono in evidenza un rapporto malato che tutta la verve britannica non può cancellare. 
In Cibo tutte le relazioni presentate hanno piatti e profumi associati, ma anche se il connubio sembra essere rassicurante, in realtà non è mai alieno da disturbi e, in molti casi, è collegato alla morte. 
Daniela, l'estetista che supporta la protagonista nel suo percorso alimentare, è bulimica e a ogni attacco in cui svuota il frigo senza controllo, si massacra con ore di palestra e si confessa, terrorizzata e dispiaciuta. Daniela che si riempie di così tanto lavoro per non avere momenti liberi in cui sa che si metterebbe a mangiare.
Ulrike, vecchia compagna di classe della protagonista, associata alla crema di piselli servita al suo compleanno che ha combattuto una lunga battaglia con l'anoressia tanto da spingere Elena a chiedersi se quando non riesce più a mangiare per la dieta non stia anche lei imboccando quella strada. 
Andreas, cotta e amico ai tempi dell'università, che le cucina scaloppine al vino con riso patna, ha la cucina piene di spezie esotiche e condisce l'insalata con gesti così ampi e precisi da sembrare un direttore d'orchestra che poi si ammala di AIDS.
E poi, su tutti, il padre, morto il 12 dicembre 1984 e complice delle colazioni segrete con la figlia a base di pane, burro, sale e aglio che tanto gli ricorda la sua infanzia in Polonia e a come sopravviveva sfamandosi solo con quello.
I piatti presenti nel romanzo non risvegliano quel leggero languorino che la narrativa culinaria da sempre fa e che ti fa quasi credere di mangiare per interposta persona. Sono sapori e profumi che portano con sé un lieve sentore di muffa, di decomposizione, di cibo che è indistricabilmente legato alla morte. Ma, come ogni vaso di Pandora che si rispetti, anche questo romanzo mantiene il suo appiglio di speranza. Una speranza data dagli insegnamenti che i nostri trapassati ci lasciano. Un piccolo filo che, come dimostra l'ultimo capitolo dedicato all'attacco delle Torri Gemelle, può far sì che il cibo sia in grado di portare vita anche in mezzo alla distruzione più completa.

Giulia Pretta