lunedì 27 luglio 2020

Il mistero insondabile de "Le affinità elettive" nella nuova edizione per Marsilio, a cura di Paola Capriolo


Le affinità elettive
di Johann W. Goethe
Traduzione di Paola Capriolo
Marsilio, 2020

pp. 608 
€ 18 (cartaceo)



Paola Capriolo, nell’introdurre la nuova edizione de Le affinità elettive da lei tradotta per Marsilio, scrive: «Tutti gli interpreti concordano nel considerare Le affinità elettive il più enigmatico tra i romanzi di Goethe. Il suo nitore perlaceo sembra nascondere abissi insondabili». I tanti interpreti da un lato e gli abissi insondabili dall’altro. Mi sembra che solo in questa polarità possa ancora avere un senso “recensire” l’opera di Goethe. Da una parte l’impossibilità di non fare i conti con la poderosa «storia degli effetti» scaturita da questo romanzo (che annovera fra gli interpreti, giusto per fare due nomi, anche Walter Benjamin e Thomas Mann), dall’altra l’ambiguo e indecifrabile mistero de Le affinità elettive, che lo rende come ogni classico che si rispetti, inesauribile. 
L’inesauribilità è del resto una cifra che si adatta perfettamente alla figura di Johann Wolfgang Goethe, per la vastità dei suoi interessi, che vanno dall’arte alla filosofia, dalle scienze naturali all’alchimia, dalla pittura alla teologia. Una summa del sapere del proprio tempo, un paradigma per i filosofi e i letterati tedeschi, ma soprattutto colui che seppe interpretare meglio di tutti gli altri la transizione della sensibilità europea dal limpido rigore del classicismo all’inquietudine legata al mondo mai rischiarato dei sentimenti e delle passioni, degli impulsi irrazionali.
Le affinità elettive rappresenta proprio questo precario e ammaliante equilibrio tra la bellezza formale e controllata e un inconscio perturbante che affiora prima nei presagi e poi nell’esito tragico della vicenda.

La trama è di una semplicità apparentemente disarmante: due sposi, Charlotte ed Eduard, che vivono in una grandissima tenuta in campagna, la cui natura selvatica tendono a imbrigliare con poderose opere di giardinaggio, invitano un amico di Eduard (il Capitano) e una ragazza di cui Charlotte è tutrice (Ottilie). L’ingresso prima di un terzo e poi di un quarto elemento altera la vita della coppia, fino a quando Charlotte si innamorerà del Capitano e Eduard di Ottilie. 
Si tratta di un romanzo sull’adulterio? O, invece, come altra critica ha creduto, un’apologia del matrimonio, della sua funzione non solo etica ma anche sacra? Per altri ancora, nel personaggio di Ottilie, l’anziano Goethe avrebbe raccontato la sua tardiva passione per una giovane fanciulla.
Spesso da fonte filistea si è elevato contro questo geniale e raffinatissimo poema dell'adulterio l'accusa di immoralità, e fu compito del gusto classico respingere l'accusa come goffa bigotteria o anche semplicemente rispondere con un'alzata di spalle. E tuttavia, carissima, tale risposta non basta. Chi vorrebbe negare, mettendo la mano sulla coscienza, che effettivamente in quell'opera sublime impera un senso di ambiguità morale, di morbosità, persino – perdoni la parola – di ipocrisia.
Ho lasciato la parola a colui che non solo mi appare uno dei più autorevoli interpreti di Goethe ma anche l’unico che possa fregiarsi del titolo di “erede”: Thomas Mann. Nel suo romanzo Carlotta a Weimar, Mann si confronta con l’opera goethiana, ma è un confronto con sé stesso, ossia con il difficile rapporto tra letteratura e vita, tra forma e caos, fra bellezza e materia inerte. Questi temi mi appaiono la vera posta de Le affinità elettive, la loro tragica e irriducibile polarità.

La polarità è presente nel titolo, che riprende con preciso termine tecnico l’operazione chimica di attrazione e repulsione tra materie diverse così com’è nominata dall’opera del chimico svedese Bergmann. Il Goethe scienziato interpella il Goethe scrittore, chiedendogli (e chiedendo ad ogni lettore) se nel mondo degli uomini valgono le stesse leggi che regolano la natura. Se il matrimonio è la cornice formale che la società ha dato al rapporto uomo/donna, le affinità elettive sono le potenze della natura che erompono e distruggono l’ordine dato dagli uomini. Se Charlotte aveva presagito un evento negativo, dichiarando che «in ogni relazione, niente è più decisivo del sopraggiungere di un terzo» (p. 33), Eduard si mantiene ancora nella fiducia illuminista che questo può accadere «a individui che della propria vita hanno solo una percezione oscura e confusa, non a quanti, già illuminati dall’esperienza, sono più consapevoli di se stessi» (ibidem). Il romanzo di Goethe celebra invece il potere della natura, che soggioga la ratio degli uomini, possedendo le chiavi di ben altre forze, che non si piegano alla morale, alla civiltà. «Quelle nature che quando si incontrano e si catturano rapidamente e si determinano l’un l’altra, noi le definiamo affini»  (p. 85) spiega il Capitano, parlando di alcali e acidi, ma Charlotte, interviene confessando che
quando lei ha definito affini queste sue prodigiose sostanze  ho pensato non tanto all’affinità del sangue, quanto a quella dello spirito e dell’anima. Appunto in questa maniera possono nascere fra gli uomini amicizie davvero importanti, poiché proprietà opposte consentono un’unione più intima (pp. 85/87).
Eduard prosegue asserendo che «le affinità diventano interessanti solo quando provocano separazioni». Si  mettono in tavola così gli elementi della trama e poche pagine dopo i tre amici decidono di invitare il “quarto elemento” che dovrebbe equilibrare la chimica di separazioni e congiungimenti: Ottilie. Goethe ci descrive un’attrazione magnetica, invincibile proprio perché la natura degli uomini è ombreggiamento della Natura, risponde alle stesse leggi. Il romanzo finisce in tragedia proprio perché Eduard non comprende che le affinità elettive non appartengono al campo della decisione umana e ancora di più si sbaglia perché il “quarto elemento” risulta eccedente da qualsiasi simmetria. Ottilie è la vera protagonista, nonostante - o forse proprio per questo motivo - sia la più silenziosa e ineffabile. Asimmetrica perfino nel colorito, quando è colta da emozione, Ottilie trova stabilità solo nell’affinità con Eduard: lei soffre di emicrania nel lato sinistro, Eduard nel destro.
«Se i nostri accessi coincidono e ci sediamo l’uno di fronte all’altra, io appoggiato al gomito destro, lei al sinistro, e le teste sorrette dalle mani in direzioni opposte, ne risulterà una graziosa coppia di immagini speculari» (p. 103),
dice Eduard, scherzando ancora inconsapevolmente. Ottilie è giovane, orfana, bella, povera e silenziosa. La sua gioventù la rende la più instabile e la meno delineata fra i quattro personaggi e la sua innocenza, il suo sacrificio finale, fanno sì che la passione che trascina Eduard ed Ottilia non sia un adulterio peccaminoso o un atto leggero di libertino, ma una forza misteriosa che Charlotte riesce a dominare (lei rappresenta la legge, il diritto, l’istituzione del matrimonio) e a cui lui, proprio l’illuminista del gruppo, invece soccombe. Ottilia non sceglie Eduard, non vi è nella sua anima pura un atto decisionale, è trascinata in un oscuro sentimento senza appello; vive e muore per lui.
Benjamin, nel pregevole saggio contenuto in Angelus Novus, ci invita a non sottoporre a valutazione etica il quartetto de Le affinità elettive (e in generale i personaggi dei romanzi). Ottilie è un personaggio perturbante, che viola l’esprit de geometrie in cui vivono Charlotte, il Capitano ed Eduard, non con lo Sturm und Drang di Werther, ma perché ama «portata dal sentimento della sua innocenza», quindi ama secondo natura, assolutamente, senza conoscere regole o limiti. Ottilie è indefinibile perché appare malleabile, disponibile e passiva, atta a prendere la forma del sogno di Eduard. Ha la «pericolosa magia dell’innocenza». Anche il suo suicidio non sarà come quello di Werther; non sarà un gesto ma una passività: si lascia morire non mangiando. 
Perché, miei cari, devo dirvi esplicitamente ciò che s’intende da sé? Io sono uscita dalla mia strada, e non potrò mai più ritornarvi. Un demone ostile, che ha acquisito potere su di me, sembra ostacolarmi dall’esterno, anche se io avessi ritrovato l’armonia con me stessa (p. 525).
dice Ottilie, in uno dei suoi rari monologhi. La sua morte la trasfigura in santa, gli abitanti del villaggio circondano la sua salma, stupiti che la sua bellezza non sfiorisse. Poi, iniziarono a portare i figli malati, nella convinzione che quella ragazza potesse avere poteri curativi. La morte di crepacuore di Eduard e la decisione di Charlotte di seppellirli uno vicino all’altra, nell’attesa di un risveglio, chiude serenamente le pagine de Le affinità elettive, mantenendo fino alla fine il principio ordinatore e la nitida bellezza formale della penna di Goethe che non sbava mai, mai si lascia coinvolgere dall’oscuro demone che invece soggioga i suoi personaggi. Il contrasto tra la forma e la vita se sembra essere a svantaggio della forma nella vita degli uomini - e proprio questo era forse il cruccio del Thomas Mann interprete de Le affinità elettive - viene risolto positivamente nell’arte. Goethe padroneggia e ordina l’informe, lo rende intellegibile. Sotto questo aspetto Le affinità elettive non è il canto del cigno del classicismo, ma la sua verità trionfale: la bellezza forse non salverà il mondo - come voleva Dostoevskij - ma lo rende comprensibile e pone un ponte fra l’uomo e il Mistero.
La nuova edizione di Marsilio, corredata dal testo tedesco a fronte, rende onore nella curatela e nella traduzione al principio informatore voluto da Goethe.