lunedì 15 giugno 2020

"Sepolcri di cowboy": tre inediti nell'universo letterario di Roberto Bolaño



Sepolcri di cowboy
di Roberto Bolaño
Adelphi, 2020

Traduzione di I. Carmignani

pp. 176
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Entrare nell’universo letterario di Roberto Bolaño è come imboccare una strada senza ritorno, perché Roberto Bolaño non è solo quello che ha scritto, ed è una produzione sterminata, ma anche e, soprattutto, è quello che ha letto: l’inimmaginabile.
Se Borges si dichiarava orgoglioso più dei libri che aveva letto che di quelli che aveva scritto, anche Bolaño, nell’autoritratto che fa di se stesso in apertura del saggio “Tra parentesi”, dichiara candidamente di essere “molto più felice quando leggo che quando scrivo” e di ciò hanno dato conferma nelle interviste rilasciate i   grandi scrittori che lo hanno conosciuto: Villoro e Fresàn su tutti.
Lasciamo da parte quello che ha letto (non si finirebbe mai di citare opere e scrittori) per concentrarci su quello che ha scritto. E qui viene da porsi una domanda: siamo proprio sicuri di essere a conoscenza di tutta la produzione letteraria di Roberto Bolaño? Stando a tutti gli inediti che sono stati pubblicati dopo la sua morte avvenuta diciassette anni fa direi che no, non ne siamo affatto sicuri. Oltre al monumentale “2666”, tra l’altro rimasto incompiuto, “Il gaucho insopportabile”, “Il terzo Reich”, “I dispiaceri del vero poliziotto”, “Lo spirito della fantascienza” e i tanti articoli pubblicati su riviste e giornali, si aggiunge ora, sempre pubblicato da Adelphi e come i precedenti tradotto magistralmente da Ilide Carmignani, “Sepolcri di cowboy” nel quale sono raccolte tre bozze di romanzi rimasti incompiuti; pertanto non è compito facile poterne trarre una trama o quantomeno parlarne senza evidenziare i temi, i luoghi e i personaggi che lo ricollegano ad altre opere precedentemente pubblicate.
Un’altra domanda si aggiunge alla prima: con “Sepolcri di cowboy” si esaurisce la produzione letteraria di Bolaño? Le date riscontrate nelle carte ritrovate lasciano presupporre di no.
“Sepolcri di cowboy”, che dà il titolo al libro, risale al 1995/1998; “Patria”, la seconda bozza, al 1992/1993 e “Commedia dell’orrore di Francia”, la terza bozza, al 2002/2003. Le tre bozze sono state raccolte in unico volume solo nel 2017 e sappiamo con certezza che negli anni che vanno dal 1992 al 2003 Roberto Bolaño ha scritto e pubblicato tante altre opere molto più importanti e ormai entrate nell’Olimpo della grande letteratura. Catalogare quindi in maniera temporale le sue opere è un’impresa oserei dire ardua, non solo per la grande quantità di materiale che continua a pervenirci, quanto per il fatto che dei tanti personaggi da lui creati troviamo tracce disseminate che si incrociano di libro in libro. Solo il suo alter ego Arturo Belano è presente in quasi tutti i suoi libri; degli altri avvertiamo la presenza ora in questo ora in quell’altro libro.
Succede anche in “Sepolcri di cowboy” di imbattersi in Juan Cherniakovski un personaggio che i lettori più attenti di Bolaño ricorderanno di aver incontrato prima sia in “Stella distante” che in “La letteratura nazista in America”. Vale lo stesso per Carlos Wieder, fiancheggiatore del regime nazista e pilota che   traccia versi nel cielo col suo aereo, conosciuto sempre in “Stella distante” e che in “Sepolcri” avvertiamo la sua presenza pur non essendo nominato espressamente. Nasce il sospetto, addirittura, che il personaggio sia lo stesso. Per non parlare del raccapricciante racconto del traffico di organi presente in “Sepolcri” che lascia presupporre un collegamento con l’atroce cronaca dei femminicidi narrati in “2666”. Personaggi e argomenti utilizzati come tasselli di un puzzle da collocare nel punto giusto.
Le prime due bozze di “Sepolcri” sono prettamente incentrate sulla giovinezza dell’autore, da quando si trasferirà in Messico - quella che poi sarà la sua patria di adozione - e dove conoscerà Mario Santiago Papasquiaro di cui diremo più avanti, fino al ritorno in Cile qualche giorno prima del terribile golpe militare di Pinochet e proprio al golpe dedica un capitolo di “Sepolcri”:

“Furono due delle ore peggiori della mia vita quelle che passai seduto in una via dove non c’era un’anima, immerso nella contemplazione delle case sbarrate. Sapevo anche io di essere sorvegliato e per di più capivo la curiosità e in qualche modo la ragione di chi mi sorvegliava: solo un pazzo sarebbe rimasto seduto in una via deserta, assorto a contemplare il nulla, col rischio che passasse una jeep dell’esercito e lo arrestasse…”

In “Patria”, invece raccontando la storia di Patricia Arancibia affronterà l’inquietante caso dei “desaparecidos”. Temi che in precedenza abbiamo riscontrato in quella che viene considerata la sua “opera culto” e cioè “I detective selvaggi” e dove il già citato Mario Santiago Papasquiaro sarà conosciuto con il nome di Ulises Lima il poeta che con Arturo Belano darà vita al movimento poetico del “realvisceralismo” di ispirazione surrealista che si contrappone alla poesia tradizionale che vede il suo capostipite nel borioso Julio César Alamo nel quale i critici hanno riconosciuto il poeta messicano Octavio Paz. Poesia e surrealismo che ritornano prepotentemente anche in quest’ultimo libro. Se in “Sepolcri”, qualora ce ne fosse bisogno, Bolano esalta la poesia di Nicanor Parra in particolare “Poemas y antipoemas”, nel bellissimo “Commedia dell’orrore di Francia”il protagonista Diodoro Pilon viene in modo del tutto “surreale” contattato e reclutato telefonicamente (doveroso mi sembra ricordare che “Chiamate telefoniche” è il titolo di un altro suo bellissimo libro) da un fantomatico Gruppo Surrealista Clandestino di chiara ispirazione bretoniana e dal suo interlocutore, che lo chiama da Parigi, verrà messo al corrente di un fatto che si svolge nelle fogne della grande città francese e che vede come protagonisti André Breton, fondatore del Movimento, e cinque giovani poeti di diversa nazionalità. È un vero peccato che quest’ultimo romanzo sia rimasto incompiuto. Le poche pagine che ci sono pervenute sono a dir poco meravigliose e da esse si evince l’immensa cultura poetica di Bolaño.
Questi e tanti altri esempi si potrebbero fare. Ecco perché viene difficile, molto difficile, catalogare in ordine temporale le sue opere. E per lo stesso motivo mi trovo in imbarazzo quando qualcuno mi chiede da quale libro iniziare per accostarsi a questo grande autore. Si può cominciare da questo o da qualsiasi altro suo libro. Ciò che conta è leggerlo perché con la sua scrittura, le sue parole e le sue frasi semplici e mai banali, ma che contengono una intensità indicibile, come per magia, ci ipnotizza, ci cattura e ci avvolge nella tela delle sue opere che ha intessuto e intrecciato con la stessa abilità di un ragno. La sua grande capacità, come dicevo sopra, di disseminare le tracce dei suoi personaggi nei vari libri ci dà la chiara e netta percezione che di Bolaño stiamo leggendo un unico grande romanzo. Temi, luoghi, scene e personaggi si ripetono nel tempo per confluire tutti in una sola “grande opera”.
Solitamente di un autore si dice che o si ama o si odia, per Bolaño questo detto non è coniugabile. Bolaño si ama soltanto, perché quando ci si immerge nelle sue storie e nei suoi scritti in generale dà immediatamente l’impressione di voler condividere con i suoi lettori la sua vasta e enciclopedica cultura; la mette a disposizione e poi sta a chi legge saperne approfittare e trarne gioia e divertimento. Questo è quel che succede con ogni suo libro e “Sepolcri di cowboy” non fa certo eccezione. Diciassette anni sono passati dalla sua scomparsa, ma la “stella distante” dell’universo letterario di Bolaño splende sempre e continuerà a splendere ancora per molto tempo.

Liborio Volpe