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L'uomo che non sceglie. L'antieroe de L'età dell'innocenza

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L'età dell'innocenza
di Edith Wharton
BUR, 2008

1^ edizione in lingua originale: 1920

pp. 323
€ 9,50 (cartaceo)
€ 2,90 (ebook) - disponibile gratuitamente su Kindle Unlimited


«Che cosa sono io? Un genero..." pensò Archer.
Un uomo senza qualità, probabilmente, Newland Archer, un genero come lui stesso si definisce, raccogliendo in questa definizione tutte le buone qualità che la famiglia della moglie entusiasticamente gli attribuiva ai tempi del fidanzamento e dei primi anni di matrimonio: affidabilità, lealtà, pazienza, capacità di anteporre il bene della famiglia al piacere personale. La famiglia, in altri termini, è il primo anello di quel cerchio in ghisa che stritolerà l'anima di Archer e si inserisce in un anello più forte e stringente: la buona società della New York del XIX secolo.
Molti lettori si sono lamentati dell'inerzia di Archer, del fatto che egli non si accinga neppure a scendere in campo contro gli imperativi sociali e il "si fa e si dice" professato indefessamente dalla moglie May. Perfino la sua amata - e mai amante - Madame Olenska, nel momento in cui le dice che vuole andare al di là delle convenzioni e creare insieme un mondo in cui entrambi possano amarsi liberamente, gli dice che lui non è in grado di compiere questa azione.
«Per noi? Ma non esiste nessun noi in quel senso! Siamo vicini l'uno all'altra soltanto stando lontani. Così possiamo essere noi. Altrimenti siamo soltanto Newland Archer, il marito della cugina di Ellen Ollenska, ed Ellen Olenska, la cugina della moglie di Newland Archer, che cercano di essere felici alle spalle di quelli che confidano in loro».
«Ah, io sono al di là di questo» gemette lui.
«No, non lo sei! Non lo sei mai stato. Io sì».
Questo andare “al di là di questo”, cioè al di là del moralismo bigotto della buona società newyorkese, dei suoi rituali sociali di solenne frivolezza, della «muffa dell’apatia», delle abitudini che annientano la vita, la Olenska lo chiama “guardare in faccia la Gorgone”. Lei lo ha fatto, nel momento in cui ha abbandonato il marito violento che, nonostante tutto, viene accettato dalla società, e ciò l’ha condannata ad un’esistenza bohémien, ai margini della società “perbene”, ammirata in privato e malvista in pubblico. La Olenska è colei che «vive nell’attimo in cui è felice». Per Newland Archer lei sarà colei che "gli ha fatto intravedere dei lampi di vita vera, poi gli ha detto di continuare a viverne una falsa". 
Pensare che al protagonista de L'età dell'innocenza difetti il carattere, significa, a mio avviso, mancare la consistenza dell'intero romanzo della Wharton, a cui non interessava narrare l'amore sfortunato di due eroi romantici, ma presentare un antieroe in linea con la figura novecentesca dell'inetto. La crisi di Archer non è una crisi di comprensione, ma di azione. Lui vede tutto, è una splendida coscienza lucida delle fatuità che regolano il mondo degli uomini, dell'insensatezza contro cui le regole sociali e morali vanno a cozzare. Archer sa tutto e ciò lo rende infelice; ma non ha la tempra per agire. Due volte, nel romanzo, prova ad optare la scelta definitiva - verso la vita, l'anticonformismo, ciò che non si dovrebbe fare - ma le maglie impersonali di "ciò che è giusto e corretto" riescono a muoversi prima di lui.  
Non c'è nessuno qui che voglia sapere la verità, signor Archer? La solitudine vera è vivere in mezzo a tutte queste persone gentili che ti chiedono soltanto di fingere! 
chiede la contessa Olenska, che rappresenta l'unica alternativa possibile alla finzione: la solitudine e la fuga.
La Wharton descrive impietosamente un mondo dove l’ipocrisia è l’unico collante sociale, dove nemmeno nell’interno delle mura domestiche si dice ciò che si pensa. Il romanzo è quindi magistralmente giocato sul non detto, su dialoghi nei quali si parla di inezie ed eventi sociali, ma che lasciano affiorare il taciuto; la società, quella di New York di allora quella nostra di oggi, ha un codice di comunicazione fatto di assenze, inviti, messaggi mandati o non inviati, vestiti e disposizione dei posti a tavola.
«Perché voi non tenete a nessun’altra?» chiede la Olenska.
«Perché non intendo sposare nessun’altra» risponde Archer, quando ancora fra di loro nulla era stato detto. Eppure si parlano così e sanno entrambi ciò che accadrà
La Wharton è implacabile nel mostrare la crudeltà “tribale”, la definisce alla fine del romanzo, di questo codice. May, la moglie di Archer, è la perfetta incarnazione di questo non dire, di una innocenza che alla fine si rivela molto meno ingenua di quanto appariva. Lei riesce a muovere il destino di Archer e della Olenska perché il suo linguaggio, i suoi comportamenti sono perfettamente incastrati nel meccanismo sociale.
Era il sistema della vecchia New York, quello di uccidere senza spargimento di sangue; il sistema adottato da gente che temeva lo scandalo più dei malanni, che anteponeva la rispettabilità al coraggio, che giudicava che niente fosse più incivile delle scenate, tranne il comportamento di coloro che le provocavano.
Neanche il tempo dona ad Archer il coraggio della risoluzione. Quando il figlio Dallas lo porta a Parigi per fargli incontrare la Olenska e gli confessa che la madre in punto di morte gli ha rivelato che la Olenska rappresentasse tutti i rimpianti della vita di Newland, Archer siede in panchina e osserva la finestra della casa dell'Olenska. Attende, forse, che lei si affacci, come tanti anni prima aveva atteso che lei si girasse, nel padiglione sul mare.
Ma, alla fine, torna solo in albergo, perché capisce che Ellen Olenska «è più reale qui che se salissi», che è ormai trasfigurata in una idea, in un simbolo di ciò su cui il mondo non aveva potuto mettere una targa.

Deborah Donato