mercoledì 22 aprile 2020

"Generazione senza padri. Crescere in guerra in Medio Oriente", un reportage dall'interno

Generazione senza padri -
Crescere in guerra in Medio Oriente
di Gaja Pellegrini-Bettoli
Castelvecchi, 2019

pp.153 
€ 17,50 (cartaceo)
€ 11,99 (e-book)


Generazione senza padri - Crescere in guerra in Medio Oriente, è il racconto, in prima persona, di una giornalista freelance innamorata del Medio Oriente, con alcune avvertenze sulla percezione, spesso distorta, che si ha di questi luoghi e di cosa significhi interpretarli. In primo luogo il libro della giornalista Gaja Pellegrini-Bettoli è un utile vademecum su alcuni dei più noti e spesso “abusati” luoghi comuni sui conflitti che riempiono le pagine degli Esteri, a partire da Gaza, ma è anche un racconto che mette in guardia su alcuni stereotipi del mondo del giornalista freelance, e sulla grande preparazione che serve, per affrontare tematiche così complesse come quelle dei paesi all’interno delle aree di crisi. 
Non esistono sostituti per l’esperienza che si fa vivendo in un Paese, specie per culture che sono lontane da quella occidentale, per quanto a volte sembrino emularne gli aspetti superficiali. Più tempo passavo in Medio Oriente, più mi rendevo conto che è proprio ciò che può sembrare simile a nasconder le differenze più inaspettate. (p. 9)
Grande lucidità e schiettezza riempiono queste pagine, portandoci nel dietro le quinte di situazioni difficili, nell’enorme dissidio che si vive tra l’imparzialità del racconto e le emozioni che implica la presenza in loco di un inviato. Il guardare con i propri occhi è una delle regole che un vero giornalista non può ignorare, ma proprio per la grande crisi che da anni sta affrontando il mondo giornalistico e la chiusura dei molti uffici di corrispondenza, sempre più spesso la copertura di questi conflitti è affidata alla volontà e capacità dei freelance. 
Andai a Sidone in taxi, da Beirut. Non era stato semplice trovare un tassista che volesse portarmici, specie dopo aver spiegato che volevo intervistare lo sceicco salafita. Finalmente dopo molte insistenze e con l’aiuto del concierge dell’albergo trovai un candidato ben disposto. (p. 34)
Giornalisti che devono essere più preparati degli altri, per convincere una redazione o un quotidiano della loro affidabilità, che devono saper padroneggiare al meglio ogni aspetto del mestiere, per coprire più media e che decidono spesso di comprendere le dinamiche dall’interno, trasferendosi nei luoghi che scelgono di raccontare. È il caso dell’autrice di questo libro, che partita inizialmente con le Nazioni Unite, capisce che il Medio Oriente bisogna viverlo quotidianamente, per poterne raccontare le contraddizioni, spesso liquidate semplicisticamente, e quindi trova il modo per vivere in Libano. Ma questo non basta, perché per essere preparati ad alcune interviste bisogna avere una preparazione di lungo corso; ed ecco lo studio dello stile di alcuni dei più grandi inviati, la sfera dei contatti che si amplia, il contatto coi fixer (giornalisti in loco in grado di facilitare questi passaggi) e le insidie che si nascondono dietro alcune visioni troppo occidentalizzate di alcune figure chiave del conflitto.
La tragedia umanitaria che vidi a Mosul riportò la mia attenzione sul come e sul perché organizzazioni terroristiche da Is ad Al-Qaida si fossero diffuse nel territorio. Al mio ritorno in Libano decisi che avrei dedicato tutte le mie attenzioni e ricerche per approfondire questo argomento. (p. 107)
Senza contare il ruolo marginale che la politica estera, ahimè, ricopre nel nostro Paese. Molti sono i meriti di questo libro, che spazia all’interno di varie tematiche politiche e sociali, a partire dal rapimento della Urru, in Algeria nel 2012, passando per la vita tra Gaza e Israele, fino alla guerra contro Daesh nell’estate del 2014. senza tralasciare la vita quotidiana e la cultura, e avendo inoltre a corredo una serie di aneddoti interessanti. Un reportage da leggere, soprattutto per chi vuole comprendere le difficoltà di questo mestiere ma anche la grande passione e la voglia di raccontare di chi decide di intraprenderlo seriamente.

Samantha Viva






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