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Tredici cartoline boliviane di parole per spiegare la globalizzazione della letteratura moderna

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Calles. Tredici racconti dalla Bolivia
a cura di Maria Cristina Secci
gran vía, dicembre 2018 

pp. 203
€ 15,00 (cartaceo)

Potrei raccontarvi del mare, dei tramonti ai Caraibi e dell'estate di sabbia e salnitro, ma no, questa è una storia che non ha nulla a che fare con cose del genere. È una storia che non parla del mare, parla di me. In questo istante, ad esempio, sto fluttuando con un paracadute a trenta metri di altezza; so che può sembrare strano, a dir poco, ma è vero. Pare che il meccanismo di discesa si sia inceppato, un imprevisto che mi impedisce di tornare alla barca, una rottura di palle in piena regola. [Incipit del racconto “Blu Kamikaze” di Alejandro Suárez] 
Quanto conosciamo la letteratura latinoamericana?
E quanto, nello specifico, quella boliviana?
Sono cambiati i tempi. La letteratura non è un blocco monolitico, ma viaggia, cambia, si evolve come le stesse lingue che parliamo, siano esse natie o apprese. Trattasi di mero sillogismo.  
E allora non basta più aver letto (e magari amato) Gabriel García Márquez o Isabel Allende per “vantare” una conoscenza approfondita di un determinato stile narrativo caratteristico di una parte del mondo, perché nel mentre, anche nella scrittura creativa, le cose sono mutate. 
È quanto è accaduto alla narrativa boliviana: se prima gli scritti vertevano su una denuncia delle problematiche politico/economiche e soprattutto, di rado varcavano i confini andini, ora con l'avvento delle nuove generazioni di scrittori – in questo testo sono tutti giovani nati tra gli anni '70 e '80 – il canovaccio tradizionale ha subito variazioni, è divenuto moderno e, elemento fondamentale, suddetti scritti hanno conosciuto la grazia della globalizzazione che ha dato loro lustro, riconoscimenti e nuovi lettori/estimatori da tutto il mondo. 

Nel pensionato, come nel sistema carcerario, il furto era un processo naturalizzato, al punto che i giovani sembravano incorrervi semplicemente per aggiungere un pizzico di pepe alle serate. [“Forestieri a Flores” di Gabriel Entwistle]
Calles è la raccolta di tredici racconti scritti da autori già apprezzati in Bolivia e nel mondo.
L'antologia è curata da Maria Cristina Secci, professoressa associata presso il Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell'Università di Cagliari, dove coordina “Aulas Abiertas. Seminario permanente di studi linguistici e letterari su America Latina e Caraibi”. Nel 2017 con “Il testimone” di Juan Villoro ha vinto il Premio AISI (Associazione Italiana di Studi Iberoamericani) per la migliore traduzione. La scelta dei racconti e degli autori presentati nell'antologia presa in esame è curata dalla Secci, la quale è anche la direttrice della collana “Dédalos” per la casa editrice Gran Via. 
I traduttori sono vari e hanno frequentato il corso di Laurea Magistrale in Traduzione Specialistica dei Testi presso la Facoltà di Studi Umanistici dell'Università di Cagliari. 

Le storie narrate son ben lontane dal realismo magico che potremo aspettarci. Anzi, sono brutali, crude, sanguinose, a tratti spaventose e certamente, più della metà, psicologiche. Sono tutte realistiche e trovano fondamento nella cattiveria, nel cinismo, nella follia psicotica e nelle ingiustizie. Una lettura moderna che sorprenderà certamente il lettore. 
Sin dai primi racconti si possono riscontrare differenti punti in comune tra una narrazione e l'altra, tra un autore e l'altro. 
Per esempio la violenza è il comune denominatore tra tutte le narrazioni. A volte lo scrittore lascia intendere quanto è accaduto. A volte la violenza è esplicita, atroce, efferata, descritta con un tale sadismo da incutere terrore nel lettore. Pare quasi che sia il pane quotidiano della società. La violenza si declina in differenti maniere. Su due racconti compare l'angosciante spettro della pedofilia. Spesso fa capolino la mancanza di salute mentale nei protagonisti. Una madre in preda a psicosi sacrifica la sua bambina per i pensieri persecutori su di essa, legati, guarda caso, alla pedofilia. Oppure la giovane donna che continuava a farsi del male fisico, salvo ritrovarsi e volersi bene alla fine della storia. 
Gli incipit arrivano sempre dopo le canoniche dodici righe. Eccezion fatta per alcuni racconti, nella maggior parte di essi l'attacco principale, quello vincente che cattura il lettore e ci introduce adeguatamente nella vicenda, è possibile leggerlo soltanto dopo un'astrusa introduzione superflua. Anche analizzando questo elemento si può scorgere una tecnica di narrazione di gran lunga diversa da quella occidentale, europea, alla quale siamo avvezzi a interagire tra le pagine. 
Se da un lato l'incipit tarda ad arrivare, la conclusione spesso “non è pervenuta”. I finali infatti sono spesso aperti, mai dichiarati e lasciano tuttavia presagire una qualche disgrazia. 
La famiglia compare sempre, nel bene o nel male. Unico elemento caratteristico della cultura latinoamericana che troviamo in queste storie, è la presenza quasi maniacale del nucleo familiare. Genitori e figli, mogli e mariti, compagni di vita, madri e figlie, padri e figlie. Spesso nel male, raramente nel bene. 
La guardavano amareggiati quando tornava dopo una notte fuori, non chiedevano dove andasse quando usciva, e più di una volta avevano visto Álvaro andare a prenderla in macchina. Aveva sentito suo padre e suo fratello parlare di lei e del fatto che non ci avrebbe messo molto a restare incinta. Quello era il suo destino, dicevano, cosa ci potevano fare? [“Afferrare” di Natalia Chávez Gomes Da Silva] 
Undici racconti su tredici hanno per protagonisti giovani: che sia dovuto al fatto che i narratori siano essi stessi giovani potrebbe essere una spiegazione, ma non necessariamente. Ma tant'è, anche il suddetto punto in comune balza agli occhi durante tutta la lettura. 
In questo scenario spesso viene descritta anche la malattia, sia mentale come evidenziato qualche riga sopra, che fisica. Spicca un racconto in cui la protagonista, afflitta da zoppia, cita ossessivamente sia Frida Kahlo che Dorothea Lange. E poi ci sono i mali dettati dalla vecchiaia. Un uomo deluso dalla vita piange compulsivamente, il più delle volte senza motivazione. La nonna di una grande famiglia che non dovrebbe comprendere più quanto le accade attorno sorprende il più piccolo nipote rivelando di non essere poi così tanto malata come asseriscono i parenti. 
Così come la violenza predomina su ogni storia, anche il disagio sociale e individuale prevale su tutto. Ogni singolo protagonista ha la sua dose di problemi, a volte immaginari, a volte concreti. E allora fioccano, poiché terreno fertile, anche i vizi e i reati. Un gruppo di amici esce con il fuoristrada a bere intere casse di birra in giro per la città, privi di aspirazioni, di impegni e di etica morale.
Ci fermammo in un negozio lungo la strada. Comprammo un'altra cassa di birra. Durante il tragitto, Rudy aveva dato dei consigli a Beto su come comportarsi. Sui polsi di quest'ultimo avevo visto delle vecchie cicatrici. Facevo fatica a immaginarlo tagliarsi più volte le vene. Beveva, bevevamo tutti, d'un fiato, perché non volevamo che la birra diventasse calda. Le luci della strada penetravano all'interno dell'abitacolo; io chiudevo gli occhi, buttavo giù un sorso, poi li riaprivo; di tanto in tanto vedevo grandi silos o la superficie piatta dei terreni coltivabili. Il paesino di Pailas non tardò a comparire. [“La giapponese” di Saúl Montaño] 
Si viene catapultati in un'altra parte del mondo, in situazioni, problematiche e contesti che apparentemente sembrano lontani anni luce da noi. Eppure quanta violenza sommersa ci circonda? La nuova letteratura boliviana pare concentrarsi ormai non più sui “dissapori e guai” politici ed economici, ma bensì sui complessi e purtroppo spesso oscuri contrasti umani. Non più fuori dalla porta, fuori dalla propria casa, ma dentro, intimi e a volte segreti. Per questo alcuni racconti sono duri, ma pur sempre realistici. 
Una gran bella lettura, anche se talvolta complicata, che porta a riflettere su noi stessi e su chi ci sta vicino per poterci e poterli anche osservare con occhi diversi, più lucidi. 
Il libro Calles è uno splendido approfondimento per chiunque non voglia fossilizzarsi nei datati autori famosi latinoamericani e, al contrario, voglia aggiornarsi sull'evoluzione della narrazione andina. 
Rappresenterà per giunta un viaggio virtuale in un periodo in cui possiamo programmare spostamenti soltanto con la mente. I paesaggi descritti, i nomi esotici e le storie forti faranno il resto. 

Alessandra Liscia 




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Calles è la raccolta di tredici racconti boliviani scritti da autori pluripremiati e riconosciuti oramai anche oltre i confini andini. Sono tredici cartoline di parole che ci raccontano una Bolivia moderna, cruda, violenta, ma più intimista e psicologica. Se un tempo le narrazioni vertevano sui problemi politici ed economici del Paese, la letteratura boliviana si è evoluta con le nuove “reclute”. I racconti presenti nell’antologia sono frutto della creatività di giovani scrittori nati tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80. Canovacci rinnovati, tematiche forti e un linguaggio moderno portano dritti dritti alla globalizzazione della letteratura boliviana (e non solo). Un lavoro eccellente che vede coinvolta la docente Maria Cristina Secci, in quanto curatrice dell’opera, e tutto il suo team di giovani traduttori sardi. Presto vi inviteremo a fare un viaggio virtuale in Bolivia attraverso la recensione di Alessandra Liscia @shanumi, disponibile a breve sul nostro sito! #Calles #MariaCristinaSecci #racconti #antologia #GranVia @granvia_edizioni #recensione #letteraturaBoliviana #Bolivia #letteratura #cartolina #cartolinedalmondo #collanadedalos #dedalos #letteraturalatinoamericana #traduzione #criticaletteraria
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