giovedì 12 marzo 2020

Non c'è alcuno scampo al dolore della vita: l'esistenza al limite di luoghi e persone di un pescatore della laguna

Sommersione
di Sandro Frizziero
Fazi Editore, 12 marzo 2020

pp. 190
€ 16,00 (cartaceo)
€ 8,99 (e-book)



Tu non puoi lasciare l’Isola, lo sai bene. È il prezzo da pagare per il male che hai fatto. Questa sottile striscia di terra che emerge a malapena dalle acque per te è un penitenziario, un carcere di massima sicurezza.
Sandro Frizziero è insegnante di Lettere e con Fazi Editore ha pubblicato nel 2018 Confessioni di un Neet, finalista al Premio John Fante del 2019. L’arrivo in libreria del suo secondo romanzo, Sommersione, lascia quindi presagire una rinnovata potenza narrativa e una consapevolezza da parte dell’autore delle potenzialità della sua penna.

Un vecchio e misantropo pescatore passa una giornata sull’Isola al largo di una laguna dove sempre ha vissuto, incontrando gli scarti della società che condividono il suo stesso spazio vitale. Una giornata che sembra uguale a tutte le altre e che si trascina con un’indolenza disturbante che caratterizza la vecchiaia di un uomo come tanti, circondato da una galleria di esseri miseri, che vanno dalla vicina alla prostituta, dai vecchi commercianti alla figlia, passando per i fantasmi di chi non c’è più, come i fratelli e la moglie Cinzia, morta (dannata lei!) di chissà quale malattia. Ma questa giornata si colora anche dei toni cupi del senso di colpa per eventi che dovrebbero già essere sepolti e sommersi dal tempo e che invece tornano a galla.

Sommersione è un esempio di letteratura condotta dallo stile più che dal contenuto narrativo. Sandro Frizziero sembra non voler lasciare nulla al caso: ogni lemma, ogni preposizione e interiezione sono funzionali allo scatto di un’istantanea di desolazione e dolore, di cui si viene avvinti e da cui si riesce a emergere a fatica. Le descrizioni sono costruite in negazione, nella loro assenza di vita. Già il titolo crea un’atmosfera: una singola, lapidaria parola rende l’idea di una dimensione marina che al fisico della natura aggiunge il metafisico dell’interiorità della vita; una sommersione fra le acque che sono fuori e sono dentro ai personaggi; una riflessione, una lunga tormentata e impietosa riflessione, che l’autore costruisce sul dialogo fra il suo narratore/scrivente e l’uomo suo interlocutore/destinatario; una riflessione sui malesseri torbidi e i mali dolorosi della vita.

Ma Sommersione è anche un romanzo distopico: racconta infatti di una Venezia (l’Isola citata è un palese richiamo alla città lagunare sebbene questa non venga mai citata) spaventosa, via d’accesso a un proverbiale inferno biblico dove sono relegati coloro che non hanno più alcuna speranza: né di salvarsi né di conoscere di nuovo il sapore della felicità. Questa Venezia che traspare dalle pagine è una non-città, qualcosa che ha smesso di essere a causa di continui cambiamenti climatici che portano il mare a divorare la terra, a far tornare nelle profondità dell’acqua ciò che è emerso come una ferita, come una cicatrice che ha sfidato le leggi della gravità. La sommersione di questa Venezia senza nome è la sommersione del protagonista stesso che si perde dentro di sé. Lo sfacelo e la solitudine dell’Isola sono una condizione generale, a cui lui stesso e tutti i suoi compaesani sono assuefatti. Quel lembo di terra inghiottito dal mare diventa un universo autonomo, con regole e ritmi propri. Gli abitanti sono vittime del proprio comportamento, abituati alla sopravvivenza, vivendo come bestie al pascolo, sottomesse ai propri istinti.
Sicuramente la prospettiva di Sandro Frizziero è intrisa di infelicità, di una certa profondissima sofferenza e solitudine morale, di indifferenza e brutalità; un male di vivere aleggia ferale e trasuda fra le pagine del testo, violento, cattivo, foriero di brutalità e comportamenti del tutto abietti. Un mondo chiuso, sommerso da ombre tetre: fra tutte, emerge violentissima la crudeltà del pescatore che fa mattanze di pesci e di uomini, nell’atrocità delle sue maglie che fanno agonizzante il pescato.

Il romanzo dà voce a sentimenti primordiali, istinti bestiali che non possono, e non vogliono, essere repressi. L’unico difetto, forse troppo grosso per essere ignorato, che ho riscontrato nel libro di Frizziero è la scelta della seconda persona singolare come voce narrante: seppure serva una profonda consapevolezza autoriale per servirsi di questo espediente (e in molte fasi la tenuta dell’impianto è stata efficace), in Sommersione tale scelta ha aggiunto un dipiù di distanza tra la storia e il lettore, già alle prese con un’atmosfera e un protagonista assai respingenti. O forse l’intenzione dell’autore era proprio quella di creare un vuoto tra i suoi interlocutori e l’abisso profondo del dolore.

Federica Privitera



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