martedì 10 marzo 2020

Hans Mayer e la bambina ebrea, l'Olocausto raccontato da una giovanissima

Hans Mayer e la bambina ebrea
di Eleonora E. Spezzano
Bonfirraro Editore, 2020

pp. 390
 18,90 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)



Da una parte un romanzo impegnativo e dall’altra una giovanissima scrittrice. L’esordio della quattordicenne Eleonora Spezzano ci porta direttamente al centro di un dramma storico di portata mondiale. 
L'arco temporale si dipana dal 1941 al 1945, con alcuni flashback sul passato del protagonista, affidati alla diaristica. Nella Varsavia delle deportazioni, delle delazioni, del clima di terrore e di orrore che condurrà alla soluzione finale, transitando per una Svizzera vista come terra salvifica, quasi una parentesi che va ad incorniciare un momento quasi fuori dal tempo e dalle responsabilità da parte del protagonista, prima di immergersi nel campo di sterminio di Auschwitz, in seguito ad un piano che lo renderà un uomo migliore o rischierà di condannarlo per sempre, un giovane ufficiale della Wermacht, Hans Mayer (tra l'altro un suo omologo, realmente vissuto, fu un germanista illustre, ebreo), viene folgorato dall’incontro con una bambina piccolissima, Marie, di appena quattro anni, sola, ed ebrea. 

La decisione immediata di cambiare tutto nella propria vita renderà Mayer un uomo diverso, alle prese con la propria coscienza e la Storia. Con l’aiuto di una donna di cui si innamorerà metteranno a punto un piano per salvarsi, per riportare l’ordine e la giustizia in un mondo rovesciato, dove il male trionfa e i bambini sembrano essere diventati adulti eroici, capaci di affrontare l’orrore con più consapevolezza degli adulti. 
Neanche queste stesse righe possono rappresentare fino in fondo quello che provavo. Mi sentivo un bambino in quel momento, il bambino che ero stato e che sono ancora oggi, quel bambino che c'è dentro ognuno di noi. p.30
Tanti sono gli elementi a favore di questo romanzo, ma ci sono anche alcuni punti più deboli, dovuti di sicuro alla giovane età dell’autrice. Un punto a favore è di sicuro il merito di aver affrontato un argomento molto impegnativo, di aver fatto delle ricerche sul periodo storico, di aver provato a mettersi dalla parte di un personaggio così diverso dalla propria esperienza e così lontano sia per età che storicamente. Purtroppo questo può diventare anche un limite dal punto di vista di approfondimento psicologico, con alcuni pensieri a volte troppo semplicistici che vengono attribuiti al militare, o alcune soluzioni in generale comode e profondamente coerenti con il pensiero di oggi, ma molto difficili da decifrare in un contesto storico così permeato da un’unica volontà distruttiva, a tal punto da sovvertire il male in bene, e da convincersi della giustezza di alcune regole e di alcuni metodi. 
Avevo un uragano nello stomaco e un altro di pensieri che si confondevano e si mischiavano nella mia testa, e non facevo che evitare chiunque si trovasse attorno a me per paura che si accorgessero della condizione in cui mi trovavo. Ci sono cose che non sono mai riuscito a controllare e se normalmente contenevo gli effetti negativi delle mie emozioni, in quel momento non era così. L'importante era mantenere la calma. p.121
Altro elemento di merito è l'aspetto emotivo che si percepisce per tutto il romanzo, si vede che l'autrice vuole lancia un messaggio importante, un messaggio che sa di consapevolezza ma anche di comprensione, che riesce a farci vedere la banalità del male al margine, ma anche a far emergere una coscienza, che ci auspichiamo possa essere subentrata, forse successivamente, in qualcuno di quegli uomini, obnubilati dal male.

Non mancano alcune incoerenze ed errori imputabili ad una superficiale revisione del testo, come quando si afferma a p. 12 che nella calma sera di Varsavia cantano i grilli e due pagine dopo si parla della stessa serata descrivendo il temporale che imperversa. Un controllo attento avrebbe evitato questa disattenzione che non inficia il lavoro, ma infastidisce il lettore attento. Nelle ultime pagine salta all’occhio ripetuto tantissime volte l’errore su Auschwitz, trascritto senza “c”, ovvero 'Aushwitz'. Anche questo errore, ad un’attenta revisione del manoscritto, non sarebbe sfuggito.

I personaggi femminili, dalla donna amata Victoria, alla piccola Marie, forse meritavano più attenzione, soprattutto vista la mole delle pagine entro cui si dipana la vicenda. Invece di rispecchiarsi nella psicologia femminile, l’autrice ha preferito seguire la strada più difficile, il confronto con il genere maschile, con i suoi pensieri, che tuttavia a tratti risente di questa gentilezza, che lo rende caricaturale, e poco sfaccettato; così il dissidio del soldato che lotta tra la divisa e la morale resta solo un dissidio di parole ma non di sentimenti. 

La trama è molto influenzata dal linguaggio cinematografico e ricorda alcune scene dei più celebri film sull’argomento, segno di una maturità e di una ricerca di coerenza da parte della giovane scrittrice ma anche ovvio ricorso per supportare le poche sfumature psicologiche dettate da un’esperienza di vita ancora non in grado di misurarsi con certe cupe tonalità. Questo non è di sicuro un demerito, ma potrebbe essere una chiave di lettura per leggere il libro con spontaneità e leggerezza, nonostante l’argomento, e tuttavia con l’urgenza del raccontare che una giovane di talento potrà manifestare in futuro, magari con argomenti anche più consoni al suo percorso.

Samantha Viva