giovedì 7 novembre 2019

L'arte che va contro la vita, e per questo la amiamo: il secondo romanzo di Francesca Marzia Esposito


Corpi di ballo
di Francesca Marzia Esposito
Mondadori, 1 ottobre 2019

pp. 216
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

I patti con Satana sono allegri, non fanno avvertire la mancanza, io stessa, oggi che ne parlo, rimango accesa nella solitudine di un corpo che non si è duplicato ma che ha tentato il raddoppio nella magrezza. Del resto i malefici sono sempre ottime occasioni per vivere. (p. 7)
Ci sono testi che sono come ossessioni: battono sempre sullo stesso punto fino a frantumare la superficie e, una volta penetrata, scavano ancora e ancora, si inoltrano in profondità e vanno al cuore della questione. Lì si assestano e sedimentano, si sviluppano e crescono, dilagando poi nel corpo estraneo come una piaga.
Il romanzo di Francesca Marzia Esposito – al suo secondo libro dopo l’esordio con Baldini & Castoldi nel 2015 con La forma minima della felicità – è esattamente così: un’ossessione. Anche se non sembra, e il paragone del romanzo con la piaga non aiuta di certo, questo vuole essere un complimento. L’idea di base, che torna e ritorna nelle pagine senza mai abbandonarle una sola volta, ma anzi ripresentandosi con più vigore proprio là dove la trama senza prendere le distanze dalle premesse delle prime pagine, è proprio l’ossessione.
Ma non un’ossessione generalizzata o psicotica – sebbene su quest’ultimo punto si potrebbe dire molto – bensì quella specifica forma di ossessione rappresentata dall’arte. L’arte, nella fattispecie la danza, è qualcosa che destruttura la vita così come la conosciamo – una vita fatta di routine anche fisiologiche come mangiare, defecare, dormire – per ristrutturarla sotto un nuovo dominio, che a tratti assume una prepotenza maggiore persino di necessità biologiche come la sussistenza stessa.
La danza d’altronde è un particolare tipo di arte che richiede la più totale devozione, che interviene direttamente sul corpo della ballerina fino a renderlo uno strumento che, laddove è perfetto in termini di tecnica, risulta quasi inadatto alla vita. Dopo tutto i corpi di ballo a cui fa riferimento il titolo «non c’entrano niente con quelli delle donne, non sono una variazione sul tema “femminilità”, anzi lo azzerano; i corpi delle ballerine non confondono la grazia con l’identità sessuale, derivano da tutt’altra cosa, sono disumani, iperarticolati, e hanno fattezze da insetti» (p. 128). Esposito prosegue nella sua invettiva contro la danza – un’invettiva che è al contempo odio e amore verso questa disciplina: odio e amore che si alternano per tutte le pagine del libro, e quanto fa male leggere certi passaggi – prosegue nella sua invettiva, dicevamo, affermando senza mezzi termini che «L’arte stessa non esiste in natura, la danza è innaturale, l’innaturalità regge tutto, se fosse il contrario non la seguiremmo» (ibidem).
Il senso di tutto questo discorso può essere riassunto in un’unica domanda: quanto siamo disposti a sacrificare per perseguire il nostro sogno artistico? Non si tratta infatti solo di tempo libero (quelli sono gli hobby), né tantomeno di una modifica sostanziale dei nostri ritmi di vita (quelle sono le passioni): qui si parla di un asservimento assoluto, di uno stravolgimento radicale delle nostre abitudini e dei nostri corpi, di una dedizione totale che coinvolge ogni nostro momento della giornata. Anita, la protagonista del romanzo, pensa alla danza anche quando è fuori dalla sala prove; ci pensa anche quando mangia, quando è in strada, quando dorme; sogna la danza, respira la danza, e questo pur sapendo quanto l’arte, in questa forma, sia tossica. L’arte è una tossina, sì, divora l’anima come farebbe un diavolo con cui si è stretto un patto: questo ci dice Francesca Marzia Esposito, di professione insegnante di danza.
L’autrice scrive con gusto, ha uno stile riconoscibilissimo maculato soltanto da qualche ingenuità che sono certo negli anni vedremo scomparire («Io ero per l’estinzione, la specie umana di mia conoscenza era intasata da brutture, da esseri mediocri, fallati, primitivi, inutili», p. 59). Scrive con gusto, dicevamo, raramente volgare eppure diretta, poetica eppure terragna, iper realistica ma con un tocco di surrealismo (soprattutto verso la fine, quando l’ossessione sembra prendere il dominio su tutto).
I suoi personaggi, quasi tutti devoti a una forma d’arte, risultano spesso incastrati in uno scatto fotografico, incapaci di andare oltre perché impelagati, appunto, nei loro mondi artistici. Vediamo delle esistenze che rasentano il solipsismo, elemento questo già presente nella Forma minima della felicità, e non è per niente difficile empatizzare con loro. Perché loro a volte siamo noi, imbambolati davanti a una pagina bianca che non ne vuole sapere di riempirsi di parole, davanti a una tela intonsa che non sa farsi dipingere, davanti a una composizione che ronza nella testa eppure all’orecchio suona male.
Corpi di ballo è un libro che parte in sordina – come faceva anche il precedente dopo tutto – e piano piano scava nella pelle, filtra attraverso i muscoli, si innesta nelle ossa. Proprio come l’ossessione di cui si diceva all’inizio, anche questa scrittura è pervasiva.
Da leggere con calma, fermandosi di quando in quando per metabolizzarne i passaggi più sublimi.

David Valentini