lunedì 23 settembre 2019

L'ascesa di una famiglia tedesca nella "Palermo felicissima"

La luce è là
di Agata Bazzi
Mondadori, 2019


pp. 359

€ 19,00 (cartaceo)
€  10,99 (ebook)



Questo è l'anno delle biografie romanzate dei coraggiosi imprenditori che fecero grande la "Palermo felicissima" tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi del Novecento. Contemporaneamente (e curiosamente) insieme a I leoni di Sicilia, il romanzo di Stefania Auci, uscito per Editrice Nord (da noi recensito qui), che ripercorre le origini della famiglia Florio, Mondadori ha dato alle stampe La luce è là, di Agata Bazzi. La quale, a sua volta, fa rivivere l'epopea di un'altra grande famiglia di Palermo, gli Ahrens, di cui l'autrice stessa è discendente. Tutto prende le mosse dal diario del capostipite, Albert, conservato con cura di generazione in generazione e ora nelle mani della Bazzi che ha deciso di far rivivere in un romanzo quelle note scritte più di un secolo fa.

Albert Ahrens, tedesco e di famiglia ebrea, giunge a Palermo nel 1875 per dare vita a un'impresa, nel segno della fiducia positivistica dell'epoca. La città siciliana di quel tempo è un porto vivace, fulcro di arrivi, partenze, incontri, affari, lingue sconosciute, un vero crogiolo di popoli e di culture. Immediatamente a suo agio, Albert chiama a sé dalla Germania una ragazza vagamente notata anni prima ad Amburgo, Johanna Benjamin, anch'essa di famiglia ebrea. L'arrivo di Johanna, lo sguardo lanciato sulla città e sull'azzurro della Marina, segnano l'inizio di una lunghissima storia d'amore, tra Johanna e Albert e tra Johanna e Palermo. Dal loro matrimonio nascono ben otto figli, sei bimbe, Alice, Marta, Margherita, Berta, Olga, Vera e due maschi, Erwin e Robert. Nel frattempo gli affari vanno per il meglio, Albert ha impiantato un mobilificio che conquista un discreto successo. E con esso arriva il tempo di costruire, fuori Palermo, una grande villa con giardino (e baglio annesso per la produzione del vino), Villa Ahrens. Il giorno dell'inaugurazione Albert mostra con orgoglio a Johanna lo stemma che adorna il timpano della facciata da lui stesso disegnato: un'aquila regge la stella di David al cui interno sono incise le parole Lik Dör, la luce è là (brevissimo excursus, questa villa esiste ancora, se vi recate a Palermo andate a vederla, in via Stazione di San Lorenzo; attualmente ospita la sede della Direzione investigativa antimafia e l'aquila, la stella e la scritta sono ancora al loro posto).
Gli anni trascorsi alla villa sono felici e narrano di una famiglia benestante, di ottima cultura, di ottimi studi, di ottime frequentazioni, di ottime letture. Senza però mai dimenticare i lavoratori e i contadini della campagna circostante di cui Johanna si occuperà per tutta la vita alla villa. Seguiamo le vicissitudini dei figli, gli studi, i giochi, gli amori, i viaggi nel quadro di un periodo che ben si può definire di Belle Epoque. È il momento delle grandi trasformazioni industriali, delle promesse di bonifica, delle Esposizioni Universali, della fiducia in un mondo che non poteva altro che progredire.
Sentendoci inattaccabili, durante gli anni della giovinezza ci aprivamo a un mondo che sentivamo buono, e la villa si apriva con noi. Il mondo sembrava darci ragione; guardavamo al futuro, fiduciosi che la società stesse andando nella direzione giusta. Nulla pareva smentire questo movimento progressivo al quale partecipavamo attivamente, sicuri che il nostro impegno fosse a vantaggio di tutti. (p. 172)
Ma come spesso accade nelle saghe familiari, ci pensa la Storia a «smentire» il sentimento di fiducia nel futuro. Una Storia che prende il volto infame della guerra, la Prima e poi la Seconda con il suo strascico nefasto del nazifascismo e delle leggi razziali. Seguiamo dispiaciuti il destino della villa e della famiglia (per fortuna non così tragico come accaduto a migliaia di ebrei), la loro discesa e la lenta e faticosa risalita alla vita o a ciò che ne restava dopo la guerra e dopo i bombardamenti che distrussero Palermo (e i cui effetti tuttora si notano nel centro storico di questa meravigliosa città).

Il romanzo segue gli avvenimenti della vicenda con ordine, mentre grazie a qualche flashback abbastanza indovinato ricolleghiamo momenti distanti. Il punto di forza del libro è la caratterizzazione dei personaggi: Agata Bazzi ha saputo far rivivere, attingendo a ricordi e discorsi familiari, Albert e Johanna e i loro ragazzi con vigore e con estremo piacere del lettore. Ne escono figure nitide, vere, plastiche, in particolare Johanna, vero pilastro della famiglia e instancabile "riannodatrice" di fili familiari. Pur piegata dal dolore, è lei la continuità, il punto di riferimento, la colonna. E attorno a lei prendono vita le figure dei figli, diversi, ognuno con la propria specificità.
Una delle figlie, Marta, affetta da semisordità fin da ragazzina, è l'io narrante. È lei, Marta, legatissima al padre tanto da voler lavorare al suo fianco per tutta la vita, che ci racconta lo svolgersi degli eventi. La scelta dell'autrice di affidare la voce a un personaggio è però un artificio letterario che, se talvolta può essere interessante, qui, a parer mio, ha forse il difetto di togliere spontaneità al quadro: chi legge è condotto infatti a vedere le vicende come dietro un vetro, seppure trasparente.

Nel complesso il romanzo è ben scritto, anche se non manca di qualche piccola pecca (comprensibile se pensiamo che Agata Bazzi non nasce come scrittrice, bensì come valente architetto). Qualche rigidità di scrittura si coglie, per esempio, laddove la Storia si fa protagonista e le annotazioni storiche prendono un po' il gusto didascalico della spiegazione. Oppure nei dialoghi, a volte troppo sincopati e costituiti da brevi e chiusi botta e risposta.
Al di là di queste piccole notazioni, il libro merita di essere letto perché ci restituisce con verità, vivacità e concretezza la storia di una famiglia, lo splendore di una Palermo poco conosciuta e figure femminili emancipate, per nulla scontate, lavoratrici, intelligenti e libere. Se ne I leoni di Sicilia le figure-ossatura erano prevalentemente maschili (Vincenzo Florio su tutti), ne La luce è là il mondo è piacevolmente femminile. Sono proprio le donne della famiglia Ahrens a farsi carico del ricordo, della tessitura del filo familiare, della sopravvivenza dell'idea stessa di famiglia. Fino ad arrivare a noi. Che leggiamo delle loro vicissitudini grazie a un'altra donna Ahrens, Agata Bazzi, figlia di una delle nipoti di Johanna, sua bisnonna.

Rosatea Poli






“Lik Dör”, la luce è là... È la scritta, incastonata tra le punte della stella di David, leggibile ancora oggi sul timpano del palazzo che, a Palermo, ospita la Direzione investigativa antimafia. Una seconda vita per quella che fu Villa Ahrens. La villa che fa da sfondo al libro di Agata Bazzi, “La luce è là”. Il romanzo racconta la storia di Johanna e Albert Ahrens, tedesco, ebreo e imprenditore illuminato, nella “Palermo felicissima” tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La saga, storia vera della famiglia, prende vita proprio tra le mura di questa dimora con magnifico giardino dove gli otto figli della coppia (sei sorelle e due fratelli) dipanano vite segnate da successi e rovesci, gioie e dolori. E tanto affetto familiare. Mentre l’ombra delle leggi razziali arriva anche in Sicilia. A breve la recensione su #criticaletteraria. #laluceèlà #mondadori #agatabazzi #libro #libroinlettura #recensione #recensire #bookstagram #booklovers #leggere #ioleggo #bookish #books #recensionilibri
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