venerdì 20 settembre 2019

"La figlia del re ragno": un buon esordio in potenza di una giovane scrittrice nigeriana trapiantata in Inghilterra

La figlia del re ragno
di Chibundu Onuzo
Fandango Libri, 2019

Traduzione di Chiara Brovelli

pp. 298

€ 20,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook) 


Tenete d’occhio Chibundu Onuzo. Nata in Nigeria nel 1991, si trasferisce in Inghilterra a 14 anni per frequentare una scuola femminile, per poi proseguire gli studi al King’s College di Londra, conseguendo una laurea in storia e una specializzazione in politica pubblica. E se oggi sta studiando per un dottorato di ricerca, il suo romanzo di esordio, La figlia del re ragno, ha vinto un Betty Trask Award, è stato selezionato per il Dylan Thomas Prize, il Commonwealth Book Prize, il Desmond Elliott Prize e l'Etisalat Prize for Literature. E non è tutto. Come l'autrice stessa dichiara in questa intervista. ha iniziato a scrivere il romanzo a diciassette anni, ha avuto un agente a diciotto, ha firmato un contratto con Faber & Faber (per intenderci l’editore inglese che pubblica Sally Rooney) a diciannove anni ed è arrivata alla pubblicazione a soli ventun anni. Onuzo ha quindi tutte le carte in regola per diventare la nuova voce dell’Africa subsahariana in Europa. In Italia la conosciamo sette anni dopo la pubblicazione del suo primo titolo, quando all’estero il suo secondo romanzo, Welcome to Lagos, ha già incontrato il gusto della critica. Fandango ha deciso di pubblicarla, investendo in una scrittrice che, sono certa, farà ancora parlare di sé.

La figlia del re ragno racconta la storia di due adolescenti dalle vite opposte, ma i cui i destini si intrecciano irrimediabilmente l’uno con l’altro. A Lagos la diciassettenne Abike, figlia intelligente e smaliziata del ricchissimo magnate Johnson, incontra per strada un giovane venditore ambulante di gelati, Runner G, che si distingue dagli altri suoi colleghi per tenacia e classe, sebbene viva nel famigerato distretto Mile 12, dove i cumuli di rifiuti assomigliano a tumuli tombali. Eppure un tempo frequentava gli stessi ambienti elitari di Abike: adesso è lui a sostenere economicamente la madre e la sorella, ma fino alla misteriosa morte del padre avvocato anche loro vivevano circondati dagli agi. Tra i due scatta un’attrazione fisica e intellettuale dirompente, dando vita a una relazione che tracima gli argini delle classi sociali e li avvinghia in un rapporto fortemente disequilibrato, in una bilancia che pende sadicamente dalla parte di Abike che chiama il giovane “il mio venditore ambulante”, allo stesso modo in cui appella il suo autista o la sua governante. Ma ciò che li tiene uniti, più dell’attrazione fisica ed emotiva, sono i segreti che entrambi custodiscono e non riescono a confidare, pur volendo a tutti costi svelare i misteri dell’altro. Abike vuole sapere perché il suo venditore ambulante parla così bene e perché non si comporta come un poveraccio. Dal canto suo, Runner G vuole, prima, scoprire perché questa ragazza ricca si è interessata a lui semplicemente scorgendolo dal finestrino di un auto, e poi cosa c'è dietro la figura di Mr. Johnson, uomo in grado di assicurare alla figlia un’opulenza impensabile in un Paese come la Nigeria dove le disparità sociali sono enormi. Quando tutti i nodi verranno al pettine, la relazione tra Abike e Runner G verrà, tragicamente, influenzata dalla verità e il peso del passato li schiaccerà senza scampo.

Ricordando che La figlia del re ragno è uscito quando la scrittrice aveva solo ventun anni, quello che emerge senza ombra di dubbio è che ci troviamo di fronte a romanzo d’esordio ancora acerbo. E non a causa dell’io autoriale che invade molte delle prime opere di narrativa, ma per un disequilibrio interno alla trama e alla struttura diegetica del racconto. L’avvio è coinvolgente, con un incipit esplosivo, che stuzzica la curiosità e spinge a scoprire di più sui protagonisti. Le atmosfere e i luoghi, forse i veri punti di forza di tutto il testo, sono ben evocati: il ritratto di una società dalle sperequazioni incredibilmente ampie, la vita nei vicoli della città, il Mile 12, il quartiere in cui vivono i venditori ambulanti e la maggior parte dei poveri urbani di Lagos, il mercato di Tejuosho, i danfo (i mini-bus che fungono da mezzi pubblici) e i Mama Put (piccoli locali di street food nigeriano) vengono ritratti con il giusto grado di intensità per immergere il lettore occidentale in una dimensione a lui sconosciuta. Il divario di classe, la gerarchia nei rapporti umani e l’economia nigeriana vengono trattati senza retorica e per questo appaiono in tutta la loro vivida violenza. La seconda parte, invece, viene eseguita con troppo velocità e quando viene meno la componente ambientale, le decisioni dei protagonisti appaiono banali, prevedibili e prive di quell’approfondimento emotivo che pur era stato loro dedicato nella prima parte della storia.

Tuttavia la scrittura ne La figlia del re ragno è precisa, magmatica e mimetica senza eccessi manieristici. La scelta di raccontare la storia in prima persona dal punto di vista dei protagonisti chiarisce molto della loro fisionomia, senza creare fraintendimenti interpretativi. Per questo dico che la Onuzo merita tutta la nostra attenzione: il suo primo testo, da destinare forse con maggiore successo di accoglienza a un pubblico di adolescenti, possiede le giuste potenzialità stilistiche e di vedute per lasciar presagire qualcosa di più grande nei testi della maturità. E non dovremo aspettare molto per scoprirlo, dato che Fandango ha dichiarato di avere già in lavorazione il secondo titolo dell’autrice.

Federica Privitera




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