venerdì 26 luglio 2019

Sandali, stivali, tacchi e sneakers: la storia delle calzature raccontata da Elizabeth Semmelhack

Scarpe.
Storia, stili, modelli, identità
di Elizabeth Semmelhack
Traduzione di Irene Micheli Amodeo
Revisione della traduzione: Anna Scopano
Odoya, 2019

(Prima edizione originale: Reaktion Books Ldt, 2017)
Prima edizione italiana: Rizzoli, 1965)

pp. 308
Euro 24,00


Anche chi sempre diffida dalle fascette e dagli strilloni promozionali non rimarrà indifferente a ciò che si legge sulla copertina di Scarpe. Storia, stili, modelli, identità di Elizabeth Semmelhack, appena tradotto e dato alle stampe in Italia da Odoya: se il guru delle calzature Manolo Blahnik lo ha definito “an absolute must” almeno un poco di verità ha pure da esserci. Di che si tratta, dunque? Forse di un catalogo fotografico in pieno stile shoeporn?  Di un manuale di consigli su come completare al meglio il proprio outfit con ciò che ci si mette ai piedi? Di un prontuario di podologia, ortopedia o riflessologia plantare? No, niente di tutto questo. Perché l’autrice, Senior Curator del Bata Shoe Museum di Toronto e con all’attivo diverse pubblicazioni sul medesimo tema, ha ben pensato di scrivere una storia delle scarpe che andasse oltre gli aspetti più prettamente legati alle mode e alle tendenze come anche all’anatomia e alla salute delle nostre estremità inferiori. Nella convinzione che ciò che gli esseri umani hanno usato per proteggere e facilitare il movimento di queste ultime sia una faccenda tutt’altro che frivola, Semmelhack ha dato vita a un saggio storico-critico che si legge con la piacevolezza di una passeggiata a piedi nudi – “camminare” per credere – o, se si vuole, di un ballo che si compie in quattro passi: uno con i sandali, uno con gli stivali, uno con i tacchi e uno con le sneakers.

Per quanto possa sembrare riduttivo, ogni scarpa finora ideata, progettata, confezionata, commercializzata e indossata appartiene a una delle categorie appena citate – quattro “archetipi” che nelle società occidentali sono stati variamente declinati per esprimere identità sociali nel XX e XXI secolo – ed è proprio su questa classificazione preliminare che la studiosa ha deciso di organizzare la trattazione e dunque la scansione in capitoli, individuando per ciascuna tipologia una caratteristica tale da distinguerla dalle altre: eccentricità, inclusività, instabilità, esclusività. Il risultato è una puntuale ricognizione di come sono cambiate le nostre abitudini in termini di footwear negli ultimi duecento anni, un percorso parimenti lineare e accidentato che ha di volta in volta tenuto conto di variabili quali (tra le altre) la comodità e la scomodità, la maggiore o minore reperibilità dei materiali, il costo più o meno elevato della manodopera, il buono e il cattivo gusto, le questioni identitarie e di genere, magari qualche guerra/rivoluzione/ribellione in corso:
«queste quattro grandi categorie si muovono attraverso gli stessi momenti nel tempo, ma offrono visioni sorprendentemente diverse e uniche di quei periodi, facendo luce ciascuna su problematiche più ampie di stampo storico, sociale e culturale» (p. 10).
Come si capisce, l’intenzione di Semmelhack non è quella di ripercorrere semplicemente l’evoluzione dei trend in una prospettiva diacronica, bensì di rendere conto di tutti quei valori ideali e non di rado anche ideologici impliciti nella preferenza o nel rifiuto di un particolare tipo di scarpa:
«questo saggio non elenca tipologie, e non è né uno studio sulle tecniche di costruzione né una lista di mutamenti di stile. Parla invece del senso e del significato delle calzature in relazione alla cultura, alla storia, all’economia e alla costruzione di un’identità sociale. Affronta, in particolare, il modo in cui alcune scarpe sono state usate per preservare strutture di potere e perpetrare valori culturali, laddove altre sono state indossate in segno di protesta contro le norme culturali predominanti, pur essendo al contempo uno sfacciato prodotto del capitalismo dei consumi» (p. 8).
Se dunque è vero che almeno nelle Conclusioni vengono affrontate questioni relative agli aspetti più pratici del fenomeno “scarpa” – dunque le dinamiche legate alla produzione nel passaggio dall’artigianato all’industria e fino alle più recenti innovazioni tecnologiche, con tutto ciò che ne consegue in termini di mercato del lavoro e di vecchie e nuove professioni – i quattro capitoli principali offrono una disamina affascinante sul ruolo che le calzature hanno svolto nei decenni e in relazione a movimenti culturali di ampio raggio, dall’arte alla filosofia alla politica. Con un comune denominatore, ovvero la non neutralità della scelta: perché c’è più di una ragione se le immagini pornografiche destinate a un pubblico maschile hanno spesso previsto la nudità integrale del soggetto femminile eccezione fatta per un paio di alti stivaletti stringati; se il collezionismo in materia riguarda non solo donne disposte a digiunare pur di avere l’ultimo (oltre che l’ennesimo) paio di platform ma anche uomini capaci di indebitarsi in nome delle sneakers più recenti e più costose; se i tacchi alti sono stati a lungo una prerogativa di un sesso forte che più tardi avrebbe ridicolizzato chiunque osasse dotarsi di zeppe o di rialzi interni; se l’istituzione dei cosiddetti casual friday ha determinato un sovvertimento dell’ordine delle divise da ufficio che è passata anche e soprattutto per le calzature, con differenti percentuali di libertà concesse agli impiegati e alle impiegate.

Ricco, colto, fitto di storielle aneddotiche e di curiosità mai fini a se stesse, curato anche nella sezione degli apparati (una trentina di pagine tra Note, Bibliografia, Indice dei nomi) e in più corredato da una selezione di bellissime immagini a colori con fotografie di scarpe o illustrazioni d’epoca, il libro di Elizabeth Semmelhack è di quelli che fanno la felicità: ma non solo e non tanto per una mera soddisfazione narcisistica del lettore fanatico, che si compiace di pagine riguardanti un argomento già molto amato e conosciuto. Ciò che più si apprezza di una simile impostazione saggistica è il perfetto bilanciamento tra l’aspetto scientifico e l’aspetto divulgativo, che mira in pari misura all’apprendimento, all’approfondimento e all’intrattenimento. Per questa ragione, un libro come Scarpe. Storia, stili, modelli, identità piacerà indistintamente agli studiosi di settore, agli artigiani, ai commercianti e ai cosiddetti shoeaholic, ma ha dalla sua la capacità di incuriosire anche gli scettici e gli snob: perché tutti possediamo almeno un paio di scarpe e ogni volta che lo indossiamo riveliamo agli altri la nostra idea su noi stessi e sul mondo che ci circonda.   

Cecilia Mariani






La storia delle scarpe scritta da Elizabeth Semmelhack è un racconto che si compie in quattro passi: il primo con i sandali (gli eccentrici), il secondo con gli stivali (gli inclusivi), il terzo con i tacchi (gli instabili) e l'ultimo con le sneakers (le esclusive). Il tasso di feticismo per l'ultima pubblicazione Odoya @odoya_edizioni è alto quanto il più alto dei trampoli mai indossati, e la dedizione al tema da parte dell'autrice ha tutte le caratteristiche di una magnifica ossessione antropologica, sociale e culturale, in cui lo stile e la moda sono solo alcuni tra gli elementi in ballo. La recensione di Cecilia Mariani presto sul sito 👞👠👟👡👢 #libro #book #instalibro #instabook #leggere #reading #igreads #bookstagram #bookworm #booklover #bookaddict #bookaholic #libridaleggere #librichepassione #libricheamo #criticaletteraria #recensione #review #recensire #recensireèmegliochecurare #scarpe #shoes #elizabethsemmelhack #odoya #odoyaedizioni
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