giovedì 6 dicembre 2018

Meglio le pozze del mare aperto: le "meditazioni sull'arte di scrivere racconti" di Cognetti

A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti
di Paolo Cognetti
minimum fax, 2014

pp. 132 
€ 13,00

A chi, come me, non ama in modo particolare né la saggistica, né i racconti, la scelta di leggere un saggio che parla di racconti, per quanto compatto, potrebbe sembrare quantomeno azzardata. Eppure la scelta inusuale ripaga, per l'abilità espositiva di Paolo Cognetti, che si muove tra i concetti con il trasporto di chi, prima che autore, è soprattutto lettore appassionato di narrativa breve. Il suo è un percorso attraverso i luoghi e i personaggi, ma soprattutto attraverso i grandi autori della tradizione. I loro racconti vengono citati, ripresi, smontati; le loro opere analizzate, chiamate a farsi esempio, utilizzate come pilastri dell'argomentazione. Spesso ritroviamo tra le pagine nomi fondamentali: Ernest Hemingway, David Foster Wallace, J.D. Salinger... di ognuno di questi, Cognetti rivela una meno nota natura di autori di racconti, e quindi ci obbliga a familiarizzare nuovamente, secondo una prospettiva inconsueta, con personaggi che credevamo di conoscere.
Perché quella del racconto è una vocazione (tanto per il lettore quanto per lo scrittore). Scrivere romanzi, ci dice fin da subito Cognetti, è come andare a pescare in mare aperto, incalzare grossi pesci, a volte dedicare la vita a un inseguimento (come Achab, o Santiago). Per scrivere racconti, invece, si deve essere un pescatore d'acqua dolce: bisogna preparare l'esca, e già questa è una forma d'arte; curare ogni dettaglio, esercitare la pazienza. Restare in attesa che la preda venga a te (non essere tu a inseguirla) e accettare l'ipotesi che a volte non arrivi, o non sia quella che aspettavi o desideravi. E poi non devi cercare gli spazi aperti, ma le paludi, le zone ombrose, le acque torbide, perché è lì che si nascondono i pesci (e le storie) migliori. L'essenza del racconto è profondamente, ontologicamente diversa da quella del romanzo. La scelta dell'uno o dell'altro deve essere consapevole, implica uno schierarsi ed accettare regole diverse: 
Il racconto non è solo una narrazione breve, è una narrazione incompleta. Comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos'altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo della storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c'è dentro. [...] il romanzo ha l'ambizione di rispondere, di contenere tutto [...] costruendo per noi una casa in cui abitare. [...] Il racconto è piuttosto una finestra sulla casa di qualcun altro. (p. 17)
Le parole di Cognetti risultano incredibilmente efficaci nel descrivere e motivare le sensazioni di disagio o insoddisfazione che proviamo talvolta di fronte ai racconti: tutte le volte che ci diciamo che il testo non ci ha dato il tempo di affezionarci, che il romanzo ha più spessore, tutte le volte che ci infastidiamo perché non ci viene descritta la fine della storia, lo facciamo perché non abbiamo ancora trovato il modo di confrontarci con la nostra condizione di voyeurs, di chi non ha il pieno controllo sulla vita dei soggetti rappresentati, ma è costretto ad accompagnarli per un breve tratto di strada e poi lasciarli andare, con il segreto della loro esistenza che ancora sfugge in buona parte. Le ombre, il mistero che ci trascende, quello che si nasconde sotto la superficie... questo è ciò che ci disturba, ci ossessiona, ma anche quello che dà vita al testo, credibilità e complessità ai personaggi. 
Nel passare in rassegna le teorie sul racconto che hanno espresso i suoi modelli, gli autori da lui più amati, Cognetti si lascia andare a volte ad una riflessione sul suo proprio scrivere. È in questi punti che la trattazione si illumina, facendo di A pesca nelle pozze più profonde qualcosa di più di un semplice saggio, una sorta di racconto dell'esperienza, di memoriale di formazione che spalanca la strada a una riflessione metaletteraria tutt'altro che banale, ma ci avvince al tempo stesso - questo sì - come un romanzo
"Tutto quello che voglio", disse una volta Edward Hopper, "è dipingere la luce del sole sul muro di una casa". Da scrittore di racconti la sposo in pieno. Come cade la luce e ci mostra il mondo, le domande nascoste dove la luce non arriva: di che altro dovrei scrivere se non di questo? (p. 30)
L'arte del racconto passa innanzitutto attraverso una professione di umiltà, l'accettazione di una verità scomoda: non solo non avrò modo di dire tutto, ma molto probabilmente di quello che dirò non avrò capito tutto. Probabilmente non avrò capito quasi nulla. I migliori racconti sono quelli che dispiegano un'incomprensione sulla pagina, che mostrano la limitatezza dell'autore e la potenziale infinità del personaggio. Se la legge che ogni autore di narrativa breve dovrebbe far propria è "Ama i tuoi personaggi, e poi fa' quel che vuoi", le regole da seguire sono poche e chiare:
non si ama un personaggio usandolo per uno scopo. Quando scriviamo per sostenere un'idea [...] finiamo per ridurre il racconto a una parabola e il personaggio ha una maschera. [...] Non  si ama un personaggio giudicandolo, né ridendo di lui. [...] Non si ama un personaggio pensando di sapere, fin dall'inizio, tutto di lui. [...] Scrivere è un atto di esplorazione: se abbiamo un personaggio accettiamo di affrontare la sua complessità e interrogarci sulle sue scelte. (p. 58)
Nella seconda parte dell'opera, Cognetti dedica pagine bellissime alla narrativa dei suoi scrittori prediletti: da Grace Paley a Raymond Carver, da Flannery O'Connor a Andre Dubus. Ognuno di loro è l'occasione per affrontare una tematica, o attraversare le pagine dei racconti più amati raccontandoli una seconda volta, seducendo il lettore con trame e motivi che completano e arricchiscono una trattazione mai comunque solo teorica. Il punto più debole del volume – forse non davvero necessario – è allora proprio l'ultimo, quello in cui l'autore occupa in prima persona lo spazio, per raccontarci "Quattro storie di Sofia". Dopo aver tanto descritto cosa significa scrivere racconti, Cognetti decide di mostrarcelo con assoluta trasparenza: ci fa vedere la difficoltà a lasciar andare un personaggio, il bisogno a volte di intrattenersi ancora con lui, come con un amico di vecchia data, o un amante. Ecco allora che ricompare la protagonista del suo Sofia veste sempre in nero, in nuove varianti, nuove fasi della vita, nuove scelte. Nuovi racconti. Chi non la conosce già, però, fatica un po' a entrare in sintonia con questo personaggio che ha già una vita sconosciuta in un altrove e che va a dissipare una tensione argomentativa creata con sapienza nelle pagine precedenti. Ultimata la lettura, non è detto che venga davvero voglia di correre a leggere le prime storie di Sofia. Io però sono corsa a comprare Cattedrale di Carver.

Carolina Pernigo






""Tutto quello che voglio", disse una volta Edward Hopper, "è dipingere la luce del sole sul muro di una casa". Da scrittore di racconti la sposo in pieno. Come cade la luce e ci mostra il mondo, le domande nascoste dove la luce non arriva: di che altro dovrei scrivere se non di questo?". In questo compatto trattato relativo all'arte della narrativa breve, Paolo Cognetti ci stupisce con sintesi lapidarie prestate a un'appassionata difesa della forma letteraria del racconto, vista come scelta elitaria rispetto al romanzo, molto più "pop". Come #citazionedelgiorno abbiamo scelto un passo in cui si riflette sull'importanza della luce (ma anche del controluce, e delle ombre) per dare spessore alle proprie storie. Eppure questo è solo uno dei moltissimi spunti in un testo che, pur nella sua concisione, finisce per convincere anche chi - come @quinquilia - i racconti non li ha mai amati moltissimo. E voi, cosa preferite? Qual è il vostro racconto del cuore? #quotes #quotesoftheday #quotesdaily #instaquote #quotestagram #paolocognetti #minimumfax #racconto #shortstories @minimumfax
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