martedì 20 novembre 2018

#CriticaNera - La prima storia della procuratrice Serena Vitali, eroina della lotta alla mafia

Palermo Connection,
di Petra Reski
Fazi, 2018

Traduzione di Ivana La Rosa

pp. 332
€ 15 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)



In Sicilia, così come in tutta Italia, si ripete incessantemente una cosa dall’inizio del XXI secolo: la mafia non ammazza più nessuno. Quale, allora, il ruolo di un procuratore antimafia a Palermo, se quello dei clan di Cosa Nostra è solo uno spauracchio di cui si serve la propaganda di sinistra per avallare il lavoro dei magistrati rossi che parlano di trattativa Stato-mafia e se è proprio la criminalità organizzata a fornire il lavoro nella regione con un tasso di disoccupazione tra i più alti di Europa?
Questi gli interrogativi di fondo del libro di Petra Reski, scrittrice tedesca trapiantata da anni in Italia che ha fatto della mafia la protagonista di molti suoi saggi e scritti, che con il suo Palermo Connection esordisce alla narrativa e inaugura una nuova serie di gialli, con una protagonista tutta al femminile: la procuratrice italo-tedesca Serena Vitale, donna affascinante e battagliera che decide di accogliere l’eredità del suo mentore, il giudice ucciso in quell’attentato, per non lasciare scampo alla nuova mafia, quella che agisce in silenzio negli uffici parlamentari e che ha ampliato il suo raggio di azione anche all’estero, fino alla stessa Germania in cui è cresciuta, dopo che i genitori avevano deciso di sfuggire all’asfittico ambiente siciliano.

Palermo Connection si apre proprio con Serena, e con il processo in corso contro il Ministro degli Interni Gambino: dalle confessioni di un pentito è emerso che per anni il Ministro ha preso parte alla rete di sangue della mafia, collaborando in omicidi efferati e collocando nelle scrivanie di ebano lucido dei piani alti personalità volute dalla cosca palermitana. Tutti, però remano contro Serena: vuoi per la sua morigeratezza, vuoi per la sfacciataggine con cui dichiara alle telecamere l’ipocrisia del mondo giudiziario e politico italiano, la procuratrice deve difendersi su molteplici fronti. Quello interno, in primis, con il procuratore capo che le mette sempre i bastoni tra le ruote (e su cui lei nutre più di un dubbio); quello esterno, poi, rappresentato dalle minacce e dal pericolo che sente su di sé a ogni passo compiuto da sola tra le vie di Palermo, trattenendo il fiato quando la macchina su cui sale si metto in moto. 

A complicare la sua vita si aggiunge l'altro protagonista della storia, il giornalista tedesco del Fakt Wolfgang W. Wieneke, in viaggio in Sicilia alla ricerca dello scoop che possa fargli guadagnare finalmente l’autorità che merita all’interno della redazione. Parte, allora, seguendo la pista dei rifiuti tossici in Germania sui quali società edilizie gestite da siciliani costruiscono comunità per anziani. Seguendo le imbeccate del fotografo Giovanni, tuttavia, si troverà invischiato un pericoloso gioco di minacce, intercettazioni e viaggi incappucciato sui sedili posteriori di una macchina, da cui gli sembrerà impossibile uscire e in cui trascinerà, suo malgrado, anche la dott.ssa Vitale.

Una domanda sorge spontanea: avevamo bisogno, ancora, di un nuovo filone poliziesco di argomento mafioso? La risposta è, categoricamente, di . Non si parla mai a sufficienza di una realtà che esiste ed è vitale, ma che non avendo più le modalità espressive spettacolari di un tempo, sembra quasi dimenticata. La trattativa Stato-mafia non è un’invenzione dei comunisti e il giro economico della criminalità organizzata raggiunge ai giorni nostri vette inesplorate dagli analisti e dagli studiosi.Che ben vengano storie che attraverso la finzione narrativa possano offrire una maggiore consapevolezza sulla società dei giorni nostri. Servono come il pane.

Un grande ma, però, affianca questa mia affermazione. Pur non cedendo alla saggistica, romanzi di questo tipo devono possedere una capacità di approfondimento critico di elevatissimo livello. Riconosco quanto sia difficile mantenere tale equilibrio, ma ovviamente nessuno costringe gli scrittori a imbarcarsi in questa sfida e a raccogliere questa missione. Se le intenzioni della Reski sono, certamente ottime, e il suo stile possiede l’asciuttezza giusta per lasciare che siano i fatti e le dinamiche del romanzo a incatenare il lettore, tenendolo non di rado sulle spine di una suspense ben gestita, quello che manca è proprio l’equilibrio tra argomento mafioso, giallo poliziesco, biografia e romanzo sentimentale. Non si riesce mai ad arrivare al punto della situazione, con una trama che non procede secondo un crescendo e che non riesce a chiudere completamente tutte le porte aperte nelle pagine precedenti. Vi è, certamente, una strategia per supportare un progetto seriale. Tuttavia, in attesa del nuovo capitolo che, visti i presupposti stilistici di questo primo volume, confido esprimerà una maggiore maturità, spingo comunque a riflettere sull’esigenza di dare autonomia a ogni capitolo di una serie, di qualunque tipo essa sia, in particolare se caratterizzata da un argomento così delicato come in questo caso. 

Federica Privitera