venerdì 2 novembre 2018

"Ma l'orso cammina, cammina, cammina fino alla fine. Perché sa farlo. Ecco perché": i "Bambini" (e gli adulti) secondo Matteo Meschiari

Bambini.
Un manifesto politico

di Matteo Meschiari
Armillaria, 2018

pp. 99
€ 10,00 (cartaceo)



Si apre con tre epigrafi tratte da Trilogia della città di K (1986-1991) di Ágota Kristóf, Il signore delle mosche (1954) di William Golding e Bambini, la canzone con cui Paola Turci ottenne il primo posto nella sezione Emergenti al Festival di Sanremo del 1989. Tre citazioni che sanno di infanzia capovolta, (auto)distruttiva gestione del potere, drammatiche conseguenze esistenziali, culturali, sociali. Fin dalle prime pagine dell’ultimo libro di Matteo Meschiari pubblicato da Armillaria – Bambini, per l’appunto, definito nel sottotitolo Un manifesto politico – c’è poco da stare allegri. Perché si parlerà di infanzia, certo, ma di un’infanzia intesa come stadio della vita sottoposto a continue “riformattazioni” psicologiche e comportamentali, nell’obbedienza a un ideale di ordine efficientista che non prevede deviazioni spontanee da una norma data per non criticabile e non negoziabile. E il peggio, secondo l’autore, è che tutti noi ne siamo vittime e complici: bambini e genitori, di ieri, oggi e domani. Perlomeno, fino a prova contraria.

Scrittore, poeta, docente di antropologia e geografia all’Università di Palermo, nonché già autore per Armillaria di Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica (pubblicato lo scorso anno nella stessa collana, I Cardinali), con Bambini Matteo Meschiari consegna al lettore un pamphlet al cento per cento polemico nei confronti dell’educazione dei più piccoli e dei danni perpetrati nei millenni dalla biopolitica famigliare e sociale e dalle istituzioni patriarcali. Facendo leva sull’inconsapevolezza del bambino e sulla sua totale permeabilità all’acquisizione di modelli e atteggiamenti imposti dall’esterno, una certa idea di comunità si è imposta senza sostanziali alternative già dal passato più remoto, addirittura dal Neolitico, arrivando oggi a un altissimo grado di sofisticazione che plasma l’individuo ancora prima della nascita, agendo direttamente sulla puerpera e poi sulla giovane madre. Meschiari racconta questo processo in un centinaio di pagine, senza fronzoli, ricorrendo a brevi paragrafi titolati che incalzano il lettore tanto per il ritmo quanto per il contenuto ben poco rassicurante. Qua e là, illusori come tutte le oasi, ecco che fanno capolino i disegni fatti da John Claudio Meschiari all’età di cinque e sei anni, perfettamente integrati alla prosa per la loro totale assenza di leziosità.

Gli esiti di questo processo millenario sono sintetizzati dall’autore in un paragrafo ben poco esaltante e dal titolo antifrastico – Diritto alla libertà – che vale la pena riportare per intero:
«ai bambini delle società industriali vengono garantiti migliaia di diritti tranne uno, quello alla libertà. Fotocopie da colorare restando nei contorni. Corpi costretti a star seduti per ore. Giochi o esercizi ginnici racchiusi in uno schema rigido. Giornate scandite con attività programmate da mattina a sera, senza zone di allentamento fisico e mentale. Sorveglianza e supervisione h24 da parte degli adulti. Erosione di spazi e di opportunità di esplorare e giocare autonomamente per tempi prolungati. Paura della noia, vissuta come stasi improduttiva e non come motore di creatività. Dall’altro lato la convinzione che essere genitori coincida esattamente con l’impegno quotidiano e puntuale a garantire tutto questo, e che un allentamento della tensione sia sinonimo di genitorialità manchevole. Si esalta dunque il mito del bambino indipendente e responsabile ma non gli si concede la libertà di diventarlo. Anzi, si confondono (deliberatamente) indipendenza e responsabilità con qualcosa di molto diverso: l’abitudine a scimmiottare i comportamenti degli adulti, in primo luogo la censura emotiva, la repressione dei sentimenti e dell’empatia. Bambini visti come progetti, abituati a essere sempre sorvegliati a vista, meno creativi e meno comunicativi, simili a piccoli adulti anaffettivi e indifferenti, depressi, narcisisti, obesi, ossessionati come i loro genitori dall’idea di massimizzare divertimento e successo, ma soprattutto affetti da un vuoto cognitivo cruciale, quello di chi non mette più assieme i pezzi della realtà attraverso la propria testa» (pp. 75-77).
Andando avanti, si comprende come l’inversione di questo meccanismo risulti come bloccata a priori soprattutto a causa di una distorsione (o comunque di un cattivo indirizzamento) della risorsa tutta umana del linguaggio verbale, che coincide con la soppressione violenta di ogni fantasticheria autonoma e tradisce un'ansia di controllo e punizione:
«il linguaggio viene usato per descrivere, non per esplorare, l’immaginazione viene usata per illustrare parole, non per costruire catene di combinazioni impreviste e sorgive. Il disordine ordinato del fuori, annidato nei nostri geni, viene represso. Ma reprimerlo troppo a lungo ci avvilisce e deprime» (p. 81).
Ciò che è peggio, è che l’atteggiamento manipolatorio nei confronti dell’infante si replica su altre categorie sociali ad esso equiparabili per subordinazione e impotenza:
«che cosa si fa al bambino che non ubbidisce? Il paternalismo del maestro, del datore di lavoro, del cittadino che dà del tu all’immigrato non è una semplice struttura retorica o metaforica, è un preciso dispositivo che dalla subordinazione storica del bambino si articola su altri soggetti e autorizza psicologicamente le persone in posizione di vantaggio ad assumere comportamenti coercitivi, punitivi, violenti» (p. 84).
Nelle parole di Meschiari, forti di una chiarezza non poco tranchant, ci sono denuncia e pessimismo, e specialmente la consapevolezza che nessuno, nemmeno l'individuo e il genitore più in buona fede possa dirsi esente dalla replica inconscia di quella che, più che una cattiva pedagogia (subita, acquisita, pratica) sembra quasi una caratteristica innata dell'animale uomo. Come estirpare, dunque, questa mala pianta, se non alla radice? L’autore non lo sa, o meglio non lo dice, non lo scrive. Per questo non vi aspettate proposte concrete: Bambini è un libro che “non chiude” in letizia, volontariamente privo di una qualche forma di consolazione sottospecie di prontuario pratico. Il paragrafo finale – il cui titolo Va bene, che cosa facciamo? sembra quasi dare sfogo all’impazienza del lettore anticipandone la prevedibile domanda – è una sfida implicita a un volo (pindarico?) verso nuovi orizzonti possibili, priva però di incoraggiamenti di sorta e di facili (quanto inutili) ottimismi. «Il mondo non cambia», ripete Matteo Meschiari, e lo dimostra il fatto che ancora continui a perpetrare schemi millenari a dispetto di ogni critica e pratica intelligente messa in atto nel corso della storia per sovvertirli o almeno modificarli. Forse sembrerà contraddittorio che quello che si definisce un virulento “manifesto politico” non contempli un’efficace pars construens, ma con tutta probabilità la verità è un’altra: più che essere riconducibile a un’ingenuità dell’autore, questo finale totalmente aperto, in cui l’unica certezza si conferma il perpetuarsi della specie umana, ci chiama in causa proprio nel cercare, proporre e trovare soluzioni. Quello che Meschiari sembra strategicamente augurarsi è un dibattito vivo, libero da interessi personalistici e privo di ogni retorica. Non sarà una passeggiata, soprattutto se è vero che la nostra condizione di partenza è quella che Meschiari definisce di «orsi in gabbia»: animali selvatici tra le sbarre, a cui tuttavia non resta che continuare a camminare. 

Cecilia Mariani