mercoledì 22 agosto 2018

La casa sul Bosforo: microcosmo di vite, desideri, sentimenti

La casa sul Bosforo
di Pinar Selek
Fandango, 2018

Traduzione di Ada Tosatti e Camilla Diez

pp. 314
€ 20 (cartaceo)

Il tempo è una strana cosa, nulla gli resiste. (p. 294)
Mi è girata in testa questa citazione, che appare anche nel retro di copertina, per tutta la durata della lettura de La casa sul Bosforo, il romanzo – intriso di spunti autobiografici – della sociologa e saggista turca Pinar Selek: sì, il tempo è ben strana cosa, difficile resistergli. Ricordi, sentimenti, legami, luoghi, più di tutto sono soggetti alla condanna del tempo. Cosa resta da fare, quindi, se non raccontare? Per provare a sfuggire alla condanna del tempo, per cercare un senso, per non perdersi. Certe storie, sono più difficili da raccontare di altre:
E se cominciassi a raccontare la mia storia alla maniera di Sema? C’era una volta… Ma no, non posso. Non è una favola, è la realtà. (p. 7)
È la realtà. Quella del romanzo, certo, in cui le voci e le vicende di questi uomini e donne si intrecciano alla storia di una città, Istanbul, e soprattutto del quartiere di Yedikule, agli anni Ottanta, ai conflitti e alla paura, alla politica, ad un tempo che sembra perduto per sempre.
Ed è, soprattutto, la storia di questi ragazzi che cercano di diventare adulti e trovare il proprio posto in un mondo che sta andando in pezzi. Un romanzo corale, la cui forza risiede nell’attenta ricostruzione di quelle atmosfere, quei luoghi, che l’autrice rievoca in maniera puntuale e nostalgica, restituendo al lettore immagini vivissime di un quartiere, dei suoi odori, sapori, luci ed ombre.

Nel microcosmo creato da Selek le vite dei protagonisti, Sema e Salih, Elif e Hasan, si intrecciano a quelle degli altri abitanti di Yedikule divenendo racconto di un quotidiano fatto di legami famigliari, amicizia, tradizioni, sentimenti, segreti, resistenza. È la Turchia degli anni Ottanta, del colpo di stato militare, della violenza, della politica e della clandestinità, delle persecuzioni, delle minoranze che faticano ad integrarsi, della paura e del desiderio, nonostante tutto, di una vita che ci appartenga davvero. Una storia corale e stratificata, di dolori e miserie quotidiane ma non priva di speranza e vago senso di possibilità. Almeno per questi giovani: confusi, divisi tra orgoglio e determinazione, amore e lealtà verso sé stessi e i propri ideali, desiderio di libertà e famiglia. Legati al luogo in cui sono cresciuti, alle persone che amano, ma da cui qualche volta è necessario allontanarsi, per cercare di capire chi si è veramente. Uomini e donne: per nessuno di loro la vita è facile, a nessun lato della scala sociale, per una ragione o per un’altra, e forse non è possibile realizzare esattamente ciò che si era immaginato, ma cercare il proprio pezzetto di felicità in quel mondo complicato è un atto doveroso verso sé stessi.

Ci sono cose, in questo romanzo, che trovano una ragione solo nell’ambientazione in cui la storia è calata, ma ce ne sono anche moltissime altre – sentimenti, tematiche – in cui in qualche modo è possibile riconoscersi: nella confusione di quell’età incerta che sono i vent’anni, nel desiderio di scoperta, nei legami istintivi che diventano amicizie destinate a superare distanze fisiche o ideali, nella vita e nelle scelte a cui ci obbliga che non sempre sono all’altezza dei sentimenti. La famiglia, non necessariamente per legami di sangue, ma tante volte semplicemente scelta, i padri da rimpiangere, le amicizie tra anime affini. Vite complicate, tanto per le donne quanto per gli uomini, che lottano contro povertà e sospetto, le ambizioni che talvolta si scontrano con la realtà e il pregiudizio, la fatica e il fallimento, i sogni e l’amore.
Non è sempre facile ed immediato entrare in sintonia con i protagonisti di questa storia e verso alcuni ammetto di aver provato veri e propri moti di antipatia a tratti: ma forse è proprio la loro imperfezione a renderli umani, i loro difetti e mancanze, le loro frustrazioni, i fallimenti, l'istinto alla sopravvivenza nonostante tutte le avversità e i dubbi.
Sentimenti e desideri mescolati a una città, alle sue strade, a colori e profumi, alla musica e alle tradizioni che la scrittura di Selek riesce a rendere quasi tangibili, vividi, accorciando le distanze del tempo e dello spazio. Un romanzo coinvolgente e ricco, ma non privo di difetti, tra cui, a mio parere, una certa uniformità del registro linguistico che si scontra con il desiderio dell’autrice di costruire una storia corale; l’identità di ogni personaggio è chiaramente delineata, l’attenzione al dettaglio nella costruzione del quotidiano è notevole e la narrazione senza dubbio efficace, lirica a tratti, ma non sempre capace di restituire distintamente a ognuno dei quattro protagonisti la propria voce.

Resta, comunque, una storia ricchissima di spunti e tematiche, capace di affascinare il lettore e avvicinarlo ad una realtà rievocata con dovizia di particolari e sentimento. Colpisce, infine, nella storia di Selek, il senso di comunità che lega le vite di questi uomini e donne anche quando distanti tra loro per possibilità, ambizioni, etnia, provenienza. Un valore antico, che mi piace credere stiamo andando riscoprendo in questi tempi difficili. Yedikule è, appunto, un microcosmo di differenze che però, in qualche modo, esiste e diviene casa, rifugio, per ognuno di loro. Sono le botteghe che diventano luogo di incontro e scambio, sono le case in cui accogliere chi in quel momento ha bisogno di essere protetto e curato, nel corpo e nell’anima. È, dunque, quella casa sul Bosforo, che solo alla fine del romanzo si svelerà, simbolo di speranza e resistenza.

Debora Lambruschini