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Quel disperato bisogno d'amore (negato)

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Eleanor Oliphant sta benissimo
di Gail Honeyman
Garzanti, 2018

pp. 344
€ 17,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Ha trent'anni, da nove anni fa la contabile in un'azienda di graphic design, occupa una scrivania come tanti altri. Non c'è niente di strano nella vita di Eleanor agli occhi dei suoi colleghi, se non quella brutta cicatrice che le deturpa una parte del viso. Ma loro ignorano tutte le cicatrici che Eleanor porta sotto i vestiti e soprattutto nel cuore: lei non lo dà a vedere, è la solita prevedibile, grigia, riservata se non asociale, anonima signorina Oliphant. Loro non sanno dei weekend ottenebrati dalla vodka, senza alcun programma o contatto sociale, non sanno neanche delle telefonate alla madre carcerata al mercoledì sera, puntuali nel portare frustrazione e delusione nel difficile equilibrio che Eleanor si è creata. Nessuno sa niente di lei, perché in fondo trincerarsi dietro l'anonimato è stato facile, dai tempi dell'incidente in poi. 
Eleanor si è concessa ben poco: ha dovuto imparare a cavarsela, passando da una famiglia affidataria a un'altra, senza sprecare l'occasione dell'università e del lavoro. Far valere i propri diritti è una parola, quando, come lei, si è convinti di non valere niente e di essere un rifiuto sociale. 

Fino a due eventi che, quasi contemporaneamente, smuovono il presente paludato di Eleanor: a un concerto, la protagonista si incapriccia di un musicista del gruppo d'apertura e si convince che lui sia il perfetto candidato per la sua felicità. Ma il vero evento (a dispetto delle convinzioni di Eleanor) è un altro: un giorno, in uscita dal lavoro, un vecchietto si sente male per strada e il collega informatico di Eleanor, il nerd Raymond, interviene prontamente. Lei non avrebbe avuto l'iniziativa né il coraggio di soccorrere uno sconosciuto, ma in men che non si dica Eleanor si trova al capezzale di quel che scoprirà chiamarsi Sammy, sarà invitata dalla sua famiglia a un party e presto, quasi senza accorgersene, la vita sociale di Eleanor avrà un guizzo. Il tutto, grazie a Raymond, che si dimostra non solo strano, ma anche una persona molto piacevole. 
Certo, Raymond non ha niente a che fare con il fantomatico musicista (di cui Eleanor spia i movimenti e i pensieri sui social network), ma la sua compagnia si fa via via più importante. Semplice innamoramento? Tutt'altro. Eleanor, vuoi per il suo vissuto, vuoi per una serie di pregiudizi da ragazzina, non vede al di là del proprio naso e ha bisogno di tanto tempo per accorgersi di come la sua vita stia subendo un'autentica rivoluzione. Ma ogni rivoluzione, si sa, sovverte l'ordine costituito,  scoperchia segreti e misteri, e questo può essere molto pericoloso per Eleanor... 

Arrivato in una manciata di mesi (è uscito a metà maggio) alla quinta ristampa e ben piazzato in classifica, Eleanor Oliphant sta benissimo ha raccolto tante lodi quanto riserve e anche giudizi negativi (trovate qualche esempio anche solo tra i commenti della nostra foto su Instagram). Per quale motivo? Forse perché a ridosso del lancio si sono lette recensioni entusiastiche, eccessive nel rilevare pregi che senza dubbio esistono, ma in maniera molto più pacata. In alcune pagine sembra di trovarci in un nuovo capitolo di Bridget Jones: l'inadeguatezza sociale di Eleanor fa scappare un sorriso, come il divario tra ciò che crede di vedere e i fatti in sé. Poi, però, ci si tuffa in pagine di tutt'altro spessore emotivo: la protagonista ha un passato sepolto con enorme fatica, che riemerge imprevedibilmente e le mostra a un passo il baratro. Queste due dimensioni sono amalgamate bene, bisogna proprio dirlo, e Gail Honeyman sa come farci passare da un sorriso a un momento di tristezza e viceversa. Il problema, poi, è quel che Eleanor suscita in noi: può risultarci a tratti confortante (chi una volta o l'altra non si è sentito come lei?), a tratti eccessiva e disturbante (da qui tante delle critiche). E a mio parere è proprio su questo doppio binario che si gioca il successo alternato alle critiche: Honeyman sguazza nella dimensione della commedia, ne esplora le potenzialità (indugiando talvolta eccessivamente su questo o quell'episodio comico), poi però ripiega verso il dramma, invadendo un genere di per sé più impegnato. Quest'alternanza toglie terreno sotto i piedi ai lettori: c'è a chi piace e a chi no.
Se a mio parere il discrimine tra esaltazione e critica negativa (e le varie sfumature) dipende proprio dai contenuti e dalla diversa temperatura di emotività che vogliamo accordare all'autrice, non c'è invece ragione di discutere le scelte stilistiche. In questo, il romanzo di Gail Honeyman rientra perfettamente nel genere della commedia: linguaggio quotidiano, ricorso all'ironia, sintassi semplice, dialoghi svelti e basici. Non ci sono pretese; dunque, non analizziamo il romanzo alla ricerca di una letterarietà mai nemmeno ambita. Siamo davanti a un caso editoriale, ma siamo soprattutto davanti a una storia piacevole, insolita, che ha al suo centro una protagonista ben tratteggiata. Niente di più, ma anche niente di meno.

GMGhioni



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