sabato 7 aprile 2018

Dodici anni quasi senza udito: un calvario o un percorso?

Rumore. Perdere e recuperare l'udito - memoir
di Bella Bathurst
Utet Libri, 2018

Traduzione di E. Gallitelli

pp. 223
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Ho sentito Beethoven centinaia di volte e raramente mi sono soffermata sulla sua sordità: sapevo della malattia, ho immaginato quale grado di disperazione desse a un musicista, ma non sono andata oltre. Forse perché immedesimarsi nelle disgrazie altrui richiede molta empatia, ma anche energia, voglia di lasciarsi trasportare in una testimonianza che si fa anche esperienza, indiretta certo, ma ugualmente molto forte e destabilizzante. 
Se quasi tutti, messi davanti alla scelta, diciamo: "meglio sordi che ciechi", Bella Bathurst arriva a narrarci la sua esperienza: lei, che per ventotto anni ha dato per scontato l'udito, si è ritrovata a un certo punto colpita da una sordità progressiva e senza apparente spiegazione scientifica. E allora ha scoperto che «la vista ti dà il mondo, ma l'udito ti dà agli altri. Ti dà la capacità di interagire, di usare il dono della lingua e il contatto, di essere udito e compreso nel mondo» (p. 64). 

Se infatti «con la perdita graduale dell'udito c'è un'alta possibilità di perdere anche la propria vita sociale» (p. 149) per le continue difficoltà di comprensione, interazione e formulazione di risposte pertinenti, è anche vero che l'ipoacusia ha aperto a Bella Bathurst un nuovo mondo: un mondo che viene "ascoltato" attraverso piccoli segni, perché i dettagli acquisiscono tutt'altro valore, adesso. Ed è anche una realtà di cui esiste un eterno retroterra, a cominciare dall'alfabeto per sordomuti, fino alle esperienze di tanti grandi personaggi, soprattutto musicisti, che vivono mascherando la loro sordità in vari modi. Insomma, Bella Bathurst non si limita a vivere con sgomento e perenne sofferenza i suoi dodici anni di ipoacusia, ma si documenta e studia, si confronta, intervista persone che hanno affrontato il problema: tra i capitoli più interessanti, il dialogo con Giles Martin, figlio di quel George Martin. Se ora lui è un produttore musicale di successo, lo deve in parte a una gavetta speciale: per anni ha accompagnato il padre, che lo impiegava come "orecchio" nel giudicare questo o quell'artista per nascondere la sua sordità. I musicisti sono tra le categorie più a rischio per l'udito, lo sappiamo bene, ma sentirselo raccontare fa un'altra impressione. Così ha grande impatto leggere di tutti gli incontri che Bella Bathurst ha coltivato in questi dodici anni di sordità, anni in cui ha imparato a prevenire e aggirare i problemi, adattandosi ad apparecchi acustici fortunatamente sempre più perfezionati:
[...] proviamo ad abbassare il volume di circa l'80 per cento. Eliminiamo tutto il succo e gran parte della polpa. Rimuoviamo metà delle sensazioni e appiattiamo le altre. Lasciamo quel suono che resta in una sequenza sconnessa di fischi e sibili. I bordi del suono ci sono ancora, ma non il centro. Sento ancora la vibrazione dell'autobus e il leggero tremolio dei finestrini quando frena. Vedo trapani e smerigliatrici, ma il suono è assente. Sento ancora le sirene, ma finché non sono vicinissime non riesco a scinderle dal borbottio del motore. Non sento più il respiro di Londra. Forse è morta.
In questo non c'è niente di spiacevole o imbarazzante e, siccome va avanti da tanto, mi ci sono abituata. Ma è strano. Mi accorgo di certi suoni perché ne colgo la fine, come con le ultime parole di una citazione o di un proverbio noto. [...] Sarebbe come, per usare un'analogia, mettere i tappi per ascoltare una radio che trasmette dall'altra parte della stanza. (pp. 183-184)
Questa lunga citazione è solo uno dei passi in cui Bella Bathurst riesce a far immedesimare il lettore, che sperimenta per qualche momento come si vive con l'udito danneggiato. Ma non tutto il libro traccia le tappe del calvario con l'ipoacusia; infatti, per Bella si presenta un'occasione rara: due costose e rischiose operazioni, una per orecchio, che potrebbero migliorare la situazione. I dubbi svaniscono molto presto e Bathurst affronta un percorso che, con alti e bassi, la riporterà a un recupero straordinario dell'udito e tornare a sentire dopo dodici anni di difficoltà racconta un nuovo mondo: «tutto era più grande di quanto non riuscissi a esprimere» (p. 211). 
Alla fine di un memoir intenso come questo, non si può che concordare con l'autrice, quando afferma:
Ascoltando completamente, ci si apre completamente. Ed è allora che la vita si fa interessante. (p. 220)

GMGhioni

Cosa accade quando ci si accorge di aver perso gran parte del proprio udito? Tutto cambia per #BellaBarthust, nota scrittrice e giornalista inglese. Lei, che per 28 anni era stata una "indigena" del sentire, si trova "straniera", in un mondo in cui è diventato complesso interagire. Ma non tutto è perduto: nel suo #memoir, #Rumore (@utetlibri), racconta i suoi difficili 12 anni di progressiva sordità, l'adattamento e anche le tante ricerche e i confronti con chi è nel suo stesso stato. Ma racconta anche di una rischiosa operazione e di cosa vuol dire tornare a sentire... Oggi @gloriaghioni è rimasta molto colpita dalla profonda sincerità di questa scrittura. Presto la recensione sul sito! #Criticaletteraria #preview #UTET #utetlibri #inlettura #inlibreria #anteprima #bookstagram #postit #sentire #nonudenti #bookaddict #stoleggendo #instalibro
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1 commenti:

I Ritrovati, i Tradotti e gli Scoperti

Sembra davvero intenso e interessante.

Mi pare di capire che l'approccio dell'autrice alla sua sordità sia stato soprattutto tecnologico-oralista.

Un'autobiografia che sempre di sordità parla, ma da una prospettiva culturale, quella della lingua dei segni, della sua acquisizione e dei pregiudizi a essa legati è "Il grido del gabbiano" di Emmanuelle Laborit.