venerdì 6 aprile 2018

I segni indelebili di Auschwitz


Il tatuatore di Auschwitz
Heather Morris
Garzanti, gennaio 2018

Traduzione di Stefano Beretta

pp. 223
17,90

Lale e Gita si conoscono per caso, mentre lui tatua il numero sul polso di lei, ad Auschwitz. Lale ormai è abituato a fare il suo lavoro senza sollevare la testa, senza mai guardare in faccia la persona che si siede di fronte a lui per essere tatuata. Ma questa volta, impressionato dal fatto che si trattasse di una ragazza, la guarda. Lale scopre così un viso e soprattutto degli occhi che lo ipnotizzeranno, che lo rapiranno. Nelle settimane successive, le domeniche quando tutti possono uscire dalle proprie stanze (più simili a prigioni), la cercherà in mezzo alla folla. E dopo tanti tentativi, la riconoscerà e da quel momento i due cercheranno di non separarsi mai più.
Ma questa è solo una piccola parte del romanzo, quella più marginale, più leggera in un contesto d'orrore quale è l'olocausto. Siamo negli anni '40 in un campo di concentramento. Lale è il tatuatore ufficiale dei nazisti, è suo l'incarico di accogliere le persone appena arrivate nel centro e imprimere per sempre i numeri che li renderanno diversi, che condannerà a morte la maggior parte di loro. Agli inizi è dura, Lale non vuole accettare il posto di lavoro. Non vuole contribuire a ferire e a far del male a delle persone come lui. Non vuole collaborare, ma verrà convinto. Ricadrà nell'incertezza quando non si troverà di fronte uomini, ma donne e bambini. Di nuovo vorrebbe rinunciare all'incarico, ma per sopravvivere è costretto ad accettare.
“Vorresti lavorare con me?” Pepan fa uscire Lale dalla sua tetraggine. “O sei felice di fare qualunque cosa ti fanno fare adesso?”
“Faccio quello che posso, per sopravvivere.”
“Allora accetta la mia offerta.”
“Vuoi che tatui le persone?”
“Sì, qualcuno deve pur farlo.”
“Non credo che ci riuscirei. Ferire altra gente, sfigurarla...fa male, lo sai.”
Pepan solleva la manica e mostra il suo numero. “Fa un male cane. Se non accetti il lavoro tu, se ne occuperà qualcuno con meno cuore di te, e farà ancora più male a questa gente.”
“Lavorare per il kapò non è come danneggiare centinaia di innocenti.”
[…] “Puoi raccontarti ciò che vuoi, ma sei sempre un burattino dei nazisti, che tu sia con me o con il kapò o a costruire baracche, stai sempre facendo il lavoro sporco per loro.”
[…] “Pepan, perché hai scelto me?”
“Ho visto un uomo che stava quasi morendo di fame rischiare la vita per salvarti. Ho immaginato che ne valesse la pena. Vengo a prenderti domattina. Adesso riposati un po'.”

Vengono narrate a grandi linee molte delle brutture e delle torture che i deportati hanno dovuto subire. Ci sono le fucilate improvvise, le morti causate dal gas, gli inceneritori, le torture crudeli, le sperimentazioni mediche e le violenze atroci sulle donne. Gita verrà rasata, ma sarà salva da tutti gli eventi orribili che colpiscono altre donne intorno a lei. Lale supererà la malattia (il tifo) e i suoi compagni di stanza lo nasconderanno per non farlo caricare nel camion dei cadaveri. Verrà torturato da un uomo che lui stesso salvò dalla fame, verrà pestato e verrà spostato in un altro blocco, diverso da quello in cui era abituato a stare. Si farà nuove amicizie e incapperà in altri problemi. Lale infatti imparerà presto a sopravvivere nel campo e riuscirà a trovare del cibo extra da distribuire agli altri deportati, grazie alle sue conoscenze. Stringe amicizia con due uomini, padre e figlio, i quali non sono dei deportati, ma dei cittadini liberi che vanno nel campo per aiutare a costruire nuovi blocchi. Muratori gentili che spacceranno di nascosto salsicce, pane e cioccolato a Lale. Con la furbizia Lale sfrutterà queste merci per corrompere i guardiani del blocco affinché lo lascino libero di incontrare la sua Gita. Lale e Gita si promettono amore eterno, si promettono che non appena saranno liberi si sposeranno e non si lasceranno più. Una storia d'amore portata avanti con tenacia e con tutta la voglia di vivere, tipica dei ventenni.
Lale inizia il “lavoro”. Cerca di non alzare lo sguardo. Allunga la mano e prende il pezzo di carta che gli viene porto. Deve trasferire le cinque cifre sulla ragazza che lo stringe. C'è già un numero, ma si è sbiadito. Infila l'ago nel braccio sinistro e incide un 3, sforzandosi di agire con delicatezza. Dal braccio fuoriesce del sangue. L'ago, però, non è andato abbastanza a fondo e lui deve tracciare di nuovo il numero. Lei non batte ciglio al dolore che Lale sa di infliggerle. “Le hanno avvisate: non dite nulla, non fate nulla.”
Lale asciuga il sangue e sfrega dell'inchiostro verde nella ferita.
“Sbrigati!” lo esorta Pepan a bassa voce.
Lale ci mette troppo tempo. Tatuare le braccia degli uomini è un conto, ma profanare il corpo delle ragazze gli fa orrore.

Un romanzo intenso, complice l'argomento complesso e profondo dell'olocausto. Infatti protagonista principale della storia è il contesto, l'ambiente di tortura e di incertezza, di morte e di ingiustizia. Si respira profondo in mezzo a ciò che è la terribile storia delle deportazioni. In secondo piano compare la storia d'amore, come fosse un fiorellino indifeso cresciuto in un terreno bruciato. Fragile, instabile e precaria va avanti fino alla fine del romanzo. È proprio alla fine del romanzo che si scopre che si tratta di una storia vera, raccontata da Lale negli ultimi anni della sua vita, oramai anziano, alla scrittrice. Heather Morris ci impiegherà dodici anni per metterla su carta, tra la testimonianza, le ricerche e i documenti rinvenuti. Il tutto, naturalmente, romanzato e addolcito. Un bel libro che sa dosare l'abominio dell'olocausto e sa essere dolce con una storia d'amore non facile e per nulla scontata.

Alessandra Liscia