martedì 3 aprile 2018

L'incontro di due essere simili: un uomo e un cane

Fiore frutto foglia fango
di Sara Baume
NN Editore, 2018

Traduzione di Ada Arduini
pg. 236


€ 18 (cartaceo)

€ 7,99 (ebook)



Sono stata folgorata dalla copertina, che ritrae un cane con uno sguardo perso nel vuoto, di una espressività che conosco bene. Ho un cane, parlo con lei (è una cagnolina) e spesso le racconto della mia vita proprio come fa Ray il protagonista di fiore frutto foglia fango di Sara Baume.
Un libro che racconta come due essere soli, un cane e un uomo, si incontrino e decidano di condividere le loro vite, fatte di piccole cose, di silenzi, di paure e di sguardi sulla natura.
Ray, il protagonista umano («Ho cinquantasette anni... E mi chiamo Ray. Sono sempre solo, come te. Ovunque vada è come se avessi addosso una tuta spaziale che mi separa dagli altri», pp. 13-14) trova Unocchio al canile: «Te ne sai giù, basso, ti trascini quasi pancia a terra, come se trasportassi un enorme blocco di paura». 
Quello che colpisce da subito è la somiglianza tra i protagonisti, anche da un punto di vista fisico. Due “ultimi” che diventano una sola realtà, un unico sguardo sul mondo, pur in una vita in fuga. La loro convivenza si trasforma, infatti, ben presto in un allontanamento volontario dalla casa nella quale iniziano a conoscersi, dopo un morso violento, un gesto molto aggressivo di Unocchio. 

Due anime inquiete, tristi, che diventano protagonisti di una vita nella quale condividono ogni momento, una unione di solitudini. Il racconto, spesso in prima persona plurale, fa entrare sin da subito il lettore nel loro mondo («vediamo, sentiamo, riusciamo a vedere», p.31), e nel loro modo di percepire gli altri.
Entrambi hanno paura, ma insieme riescono a riscoprire la vita, ritrovano la capacità di stupirsi e di superare i  propri fantasmi, pur restando ai margini della società, ai margini anche fisici delle città, lontano da altri esseri umani.
C’è anche una terza protagonista: la natura. Nelle descrizioni gli odori, i rumori, i colori, del mare, della spiaggia, delle strade, sembrano quasi prendere forma e diventano una parte integrante della storia: «A volte quando guidiamo spengo la radio e ascoltiamo il mondo passare» (p. 135). Un mondo che scorre parallelo senza mai toccare le vite di Ray e Unocchio, che li ha rifiutati, verso il quale però guardano con empatia: si sentono parte dell’universo naturale e non di quello fatto di persone.
Nel loro viaggio guardano gli altri, gli animali, le piante, gli oggetti, ma non entrano mai in contatto con la vita vera, restano in disparte: «Passiamo accanto a una collina… Passiamo accanto ai conigli... Passiamo accanto ai ciuffi di lana...» (p.175), come se questo fosse il destino contro il quale non vale la pena lottare.

Grazie al cane, Ray trova la forza di raccontare il proprio passato, riesce a guardare la sua vita con un occhio di benevolenza e quasi di perdono verso qual padre che, forse, non lo ha saputo amare.

Si tratta  di una storia semplice, senza colpi di scena, caratterizzata da una narrazione lineare, nella quali i protagonisti sono messi alla pari. Non c’è vittimismo e, nonostante la gran solitudine dei protagonisti, traspare una volontà di guardare e annusare la vita, quasi una piccola speranza, un desiderio di provare ad essere felici:
E mi sento vagamente ordinario, vagamente invisibile, vagamente insospettabile. Ed è bello, bellissimo (p.180).

Elena Sassi



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