domenica 18 marzo 2018

Benvenuti a Sarajevo, il palcoscenico del male

Enjoy Sarajevo
di Michele Gambino
Fandango libri, 2018



pp. 238

€18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (formato Kindle)


I leader sciocchi parlano alla loro gente di vittorie, quelli scaltri li infiammano con le sconfitte. (pag. 73)
Chiudo l'ultima pagina del libro, respiro profondamente, come quando, nuotando, si mette fuori la testa dall'acqua. Rifletto un momento. E poi mi metto a cercare su «Google immagini», alla voce Michele Gambino. Voglio vedere il viso, gli occhi, l'espressione di un autore che ha scritto un romanzo così forte, lasciando per giunta intendere al lettore che si tratta di una storia vera. Voglio capire se il protagonista del libro, Michele Banti, è lui, l'autore, come tutto lascia presupporre. Se proprio a lui è toccato di vivere una vicenda così devastante.
Vedo un uomo che può avere qualche anno più di me, tanti capelli ricci, un fisico asciutto che si indovina abbia percorso molte strade, zaino in spalla, attraverso i luoghi più pericolosi del mondo (di mestiere ha fatto l'inviato di guerra). E soprattutto, nelle foto più recenti, vedo un mezzo sorriso, tra il malinconico e lo svagato, di uno che ha visto tante cose che non potrà mai dimenticare. E il dubbio che Michele Gambino sia Michele Banti si colora di certezza.
«Un pugno nello stomaco, ma scritto bene», questo è l'effetto che, in un'intervista, lo scrittore si augura faccia il suo romanzo. Non posso che confermare. Aggiungendo anzi che il libro mi ha spiazzato, commosso e ha fatto traballare i miei punti fermi su giustizia e ingiustizia, male e bene.

Confesso che partivo da una base abbastanza solida: su Sarajevo ho letto negli anni tutto ciò che è stato pubblicato, articoli, saggi, reportage, diari, romanzi. Perché di questa città mi sono innamorata, della sua storia, del suo passato, del suo essere, fino a un certo punto della Storia, esempio di convivenza tra popoli e religioni. E forse perché quando è scoppiata la guerra dei Balcani avevo vent'anni e con la fiducia impetuosa di quell'età non volevo accettare che nel cuore dell'Europa, a pochi chilometri da noi (solo l'Adriatico a separarci) potessero accadere atrocità che finora avevo letto sui libri di storia o che invece accadevano lontano, chissà dove nel mondo. E si sa, a volte, purtroppo la lontananza smorza l'indignazione. No, nel 1992 le cose succedevano a un tiro di schioppo, ai nostri confini. Tra l'altro l'estate prima, quando tutto ebbe inizio, io ero in vacanza in Jugoslavia. Allora si chiamava ancora così. E me le ricordo bene le espressioni atterrite delle donne che, vendendo poveri souvenir in baracchette improvvisate sulla strada, ascoltavano la radio. Io il serbo-croato mica lo capivo. Ma capivo che erano cattive notizie. Rientrata in Italia, un po' a fatica perché alcune strade erano già state chiuse, compresi tutto.
Ci sono tornata a Sarajevo, più di una volta, a guerra finita. La topografia del romanzo di Gambino ce l'ho negli occhi. Ho percorso il viale dei cecchini, ho camminato lungo la Marsala Tita, fermandomi al Markale, il mercato di frutta e verdura sventrato da una granata, ho percorso alcuni metri sotto quel Tunnel, scavato sotto la pista dell'aeroporto, che è stato, durante gli anni dell'assedio, l'unica via di accesso a Sarajevo per le rare merci e l'unica via di fuga per gli intrappolati, ho visto le colline da cui i serbi tenevano sotto bombardamento la città, ogni giorno, instancabilmente per quattro lunghi anni.
Mi sono quindi avvicinata al libro con una giusta dose di emozione. E ho ricevuto un pugno nello stomaco, insieme al piacere di aver letto un libro scritto bene.

La storia è quella di un giornalista, Michele Banti, che dopo un «glorioso» passato da inviato di guerra, si trova, suo malgrado, a lavorare per un programma televisivo, uno di quelli che, tra cronaca nera e gossip, riempiono i pomeriggi delle persone a casa. Michele è un uomo che ha seppellito l'orgoglio, si disprezza, è disgustato da ciò che fa, ma, al contempo, pensa di meritarselo. C'è un'ombra nel suo passato, una macchia nera che nessuno conosce. E che, improvvisamente, un giorno si materializza, lì nel programma per cui lavora, sotto forma di un ospite da intervistare, un certo Amos Profeti, allevatore di serpenti a Mantova. Un baratro si spalanca nella mente di Michele.
Quell'uomo è il buco nero della sua esistenza, l'orrore mai dimenticato. Anche lui una doppia vita, un prima e un dopo la guerra balcanica: Profeti era un mercenario, al soldo dei croati, coinvolto in affari sporchi e loschi, e proprio per questo abile a infiltrarsi tra le linee. Michele, da inviato, se l'era scelto come guida per attraversare i territori devastati dal conflitto, passando sopra alle oscure sensazioni e tacitando la coscienza.
Amos Profeti era un uomo pericoloso, e tutto sconsigliava di ricontattarlo. Ma non era così che ragionavo a quel tempo. (pag. 84)
Da questo punto in poi, con un sapiente alternarsi di passato e presente, capitoli lunghi e narrativi per il primo, brevi e secchi per il secondo, il lettore scenderà all'inferno. Dove nulla sarà più misurabile con le coordinate del tempo di pace. Dove il vicino con il quale fino a ieri avevi chiacchierato o avevi diviso una grigliata diventa un bastardo da uccidere, dove disporsi pazientemente in fila per un poco di pane vuol dire diventare facile bersaglio per i cecchini, dove per festeggiare una ricorrenza si impastano i biscotti degli aiuti alimentari americani. Scaduti trent'anni prima (nel 1962!), resti della guerra degli americani in Corea. Dove il rumore delle granate che cadono diventa sottofondo.
Nulla ci viene risparmiato nel libro. Nemmeno gli aspetti più prosaici della guerra, i piccoli mercanteggiamenti, gli affari di chi ci guadagna, la cinica meticolosità con cui i governanti preparano il popolo all'odio esacerbandone gli animi, mostrando le differenze, instillando paure.
Ma c'è qualcosa davanti a cui non si può andare, qualcosa che non si può accettare, nemmeno in tempo di guerra. E Michele a un certo punto è costretto a fare i conti con se stesso.
Dovevi capire chi ero, prima di portarmi qui, disse [Profeti] dopo qualche istante. (pag. 203)
Gambino ci racconta tanto e lo fa con una prosa asciutta, utilizzando immagini e dettagli mai inutili, congrui allo svolgimento dei fatti. Si intuisce, riga per riga, immagine per immagine, una diretta conoscenza, da parte dell'autore, del contesto che, senza alcuna retorica, ci viene restituito con una chiave di lettura aderente al vero, al quotidiano. E a fare male sono gli esempi di quella «banalità del male», che Hannah Arendt aveva saputo così ben descrivere.
Un male che esercita sugli uomini un dannato e tremendo fascino: tra i tanti fili conduttori che si rincorrono nel libro c'è anche questo, una sorta di confessione, da parte dell'autore, di come il MALE possa soggiogare affascinando. Tra le immagini che mi porterò dietro da questo libro, e che non dimenticherò più, ce ne sono due: la descrizione, affascinata, della fossa comune coperta d'insetti e l'incanto che prende Banti alla vista dei bombardamenti di Sarajevo dall'alto, sul monte Igman, nell'oscurità della notte.
Io amavo Sarajevo, laggiù avevo degli amici. Eppure il bombardamento di quella notte mi rivelò qualcosa di me: non solo ammiravo, più che guardare, i bagliori delle esplosioni. No, non era solo questo. Il fatto è che la mia attesa di nuove granate somigliava pericolosamente a un appena soffocato desiderio. (pag. 110)
Mi sono ritratta un po' inorridita. Ma ho apprezzato il gesto dell'autore, che in questo libro fa i conti con se stesso, di togliersi di dosso una maschera, il coraggio di confessare un qualcosa che spesso è nascosto da strati di eroismo giornalistico o militare. Questo maledetto fascino del male, che troppo spesso prende gli uomini. Non certo le donne, le quali, durante una guerra, hanno ben altre occupazioni che lasciarsi prendere dalla seduzione del dare la morte. Loro che, al contrario, danno la vita. E rischiano la propria, alla fila del pane, alla fila dell'acqua, alla fila del mercato per mandare avanti una qualche forma di sopravvivenza.

A Sarajevo ci sono stata più volte. Spinta da un amore profondo per questa città così torturata dalla Storia. Già nel 1914, a causa dei colpi di pistola sparati da Gavrilo Princip all’erede al trono austroungarico e alla di lui moglie Sofia, si è presa le colpe della Grande Guerra. Per poi finire nel tritacarne balcanico. Da cui ne è uscita martoriata, senza più libri né case in piedi. Nè bambini per le strade. Ne ho studiato le vicende degli anni 90 per capire, invano ahimè, il perché di tanto dolore. E leggo da sempre tutto ciò che la riguarda. Non poteva mancarmi il libro da poco uscito, “Enjoy Sarajevo”, di Michele Gambino, giornalista, che questa guerra l’ha vista. Come i tanti colleghi inviati al fronte (e qualcuno mai tornato). A presto la recensione di @sabrymiglio68 su Critica letteraria. #enjoysarajevo #fandango #fandangolibri #sarajevo #guerra #romanzo #libri #inlettura #leggo #stoleggendo #bookstagram #booklover #bookphotography #libro #bookaholic #recensione #book #bookworm #criticaletteraria

Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: