lunedì 19 febbraio 2018

Hette er Føroyar: "Isola" di Siri Ranva Hjelm Jacobsen


Isola
di Siri Ranva Hjelm Jacobsen
Iperborea, 2018

Traduzione di Maria Valeria D'Avino

pp. 215
€ 17,00 (cartaceo)



Con la sua Prince 100 tracciò un cerchio morbido che includeva tutto: le montagne, i fiordi profondi e i tunnel bui.
«Questa non è Europa. Queste sono le Faroe.»
«Hette er Føroyar.»

In alto, in alto, triangolate tra Islanda, Norvegia e Scozia, si trovano 18 isole rocciose, battute dal vento e con scogliere che si tuffano precipitosamente nell'oceano Atlantico: sono le isole Faroe. Questo piccolo arcipelago, formalmente parte del territorio danese, ma in pensieri, parole, opere e omissioni completamente indipendente è il protagonista del romanzo Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen ed edito da Iperborea. Queste isole ricche di verde, paesaggi mozzafiato e un mare freddo e pescoso, non sempre offrono molte scelte e prospettive agli abitanti del luogo che, con il cuore bagnato e pesante, sono costretti ad emigrare sul continente e sull'amata/odiata madrepatria. Siri Jacobsen, scrittrice e giornalista danese di origini faroensi e alla sua prima opera di narrativa, prende avvio dalle vicende della propria famiglia per raccontare la nostalgia che alberga nell'animo di ogni espatriato e per innalzare un'ode d'amore alle sue isole, adagiate sulla linea dell'orizzonte e richiamo del sangue in esilio.
A breve sentirà la vita nei polmoni di lei, sotto la stoffa del vestito. Quel po' d'aria di montagna che ha tenuto da parte per lui nelle ramificazioni sottili del tessuto polmonare. I capelli profumeranno di muschio e pietre lisciate dal vento, di quell'aria che gli manca tanto, fresca e limpida come una doccia.
Un abitante di un'isola, quando è lontano dalla sua terra, è il più esule tra gli esuli. La nostalgia che provano gli isolani è sempre maggiore di un qualunque abitante di terra ferma. Da Odisseo in poi, chi è costretto ad allontanarsi dalle proprie coste non riesce più trovare pace e ha la mente sempre occupata da un eterno ritorno. Con questo romanzo anche le isole Faroe, fino ad oggi marginali nell'immaginario letterario e comune, entrano nel novero dei luoghi della nostalgia. L'autrice, faroense per parte di madre, ci racconta la storia del suo abbi e della sua omma, Fritz e Marita, emigrati a Copenaghen poco prima della seconda guerra mondiale: Fritz, con la speranza di diventare ingegnere, non essendo portato per la vita in mare, Marita per ampliare lo sguardo su un orizzonte che alle Faroe è, sì, sconfinato, ma desolatamente vuoto. In una doppia linea narrativa, in cui il passato si alterna al presente raccontato in prima persona dall'autrice, Siri Jacobsen mostra come il sangue delle Faroe richiami sempre e in modi diversi i suoi esuli, come "casa" sia il toponimo geografico indicato sul nord delle mappe. 
Le lontane Faroe sono presenti ovunque, dagli elementi più macroscopici come la lingua, diversa dal danese del continente, fino alle più piccole cose, come il modo di fare la maglia. Tradizioni e parole, con il passare delle generazioni, si perdono e si annacquano:
La generazione successiva forse sta a gambe divaricate sulla distanza, finché qualcosa si incrina e allora si sente doppiamente sbagliata, senza nessuna lingua, doppiamente sola.
Le Faroe sono nel linguaggio che influenza tutta la narrazione. In una prosa poetica e struggente l'autrice non lascia passare pagina senza inserire la bellezza selvaggia della sua patria: frasi brevi, sinestetiche e fatte di associazioni mentali, cullano e introducono nell'immaginario di un luogo che appare più come l'ambientazione di un saga vichinga che non un luogo in carne e ossa. Quasi che le isole si inabissassero per poi apparire solo nella nostalgia e nell'amore dei suoi abitanti.
Dovunque, sempre, gli uomini avevano sognato isole galleggianti, le avevano trovate o costruite; la storia era attraversata da una miriade di migrazioni geologiche, isole mitologiche, letterarie, tecnologiche. Un'intera flotta. Mi sembrava di vederla, con Eolia in testa.
Ma "l'isola" non è solo un luogo reale. è punto di arrivo, obiettivo a cui tendere. Per Fritz è la possibilità di diventare ingegnere, per Marita scivolare verso il continente e lasciarsi alle spalle le Faroe, per l'autrice la possibilità di recuperare le proprie origini. Il parallelismo con l'Odissea è sottolineato più e più volte, come se il viaggio di Fritz e Marita fosse un nostos al contrario, un evento epico da inserire nella saga dei Faroesi.
Per quanto isolate, le Faroe non possono restare fuori dal flusso della Storia ed è altro elemento che colpisce gli emigrati. La loro parentesi di Storia, dopo l'occupazione degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, è data soprattutto dalla questione dell'indipendenza dall'amata e odiata Danimarca. Una questione che risuona nel cuore degli esuli, per quanto in maniera confusa, come ragiona lo stesso Fritz che non sa cosa pensare e cosa votare, che vorrebbe essere sui moli del suo paese, ma che non riesce a chiarire con se stesso che cosa fare.
In quest'opera domina lo struggimento e la bellezza. Traspare una nostalgia e un amore dalle parole dell'autrice che prendono alla gola, che portano a leggere interi passi ad alta voce e farsi cullare dal ritmo del verde e delle onde; che fanno provare nostalgia di quelle isole anche se non si ha sangue faroense nelle vene, anche se non si è mai messo piede su quelle scogliere.

Giulia Pretta

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