lunedì 15 gennaio 2018

#CriticaNera - La serialità prima della tv: "La maledizione dei Dain" di Dashiell Hammett

La maledizione dei Dain
di Dashiell Hammett
Mondadori, 2010

Traduzione italiana di Sergio Altieri

pp. 231
€ 9,00

Il protagonista è lo stesso detective dell'Agenzia Continental presente in Raccolto rosso e in altri lavori di Hammett. Ciò che dà il via alla girandola di eventi è un furto di diamanti; gioielli di poco valore, in realtà, rubati però in una modalità strana che fa sospettare che sotto ci sia altro. Presto arriva il primo morto e la trama si infittisce terribilmente. Come nel suo esordio, anche in questo libro lo scrittore americano affastella azioni e svolte narrative in pochissimo spazio: i capitoli sei e sette, che potrebbero già chiudere le vicende, contengono una quantità di rivelazioni e colpi di scena (con un gusto quasi da feuilleton) che sarebbe bastata per un intero romanzo.
La seconda parte è incentrata su un nuovo incarico per il protagonista, collegato al primo: deve sorvegliare Gabrielle, la figlia dei due coniugi morti nella precedente sezione del libro. La ragazza, ancora scossa dagli eventi, si è rifugiata presso il Tempio del Santo Graal, a metà tra un centro di riabilitazione e una setta. Sarà vittima della maledizione dei Dain, ovvero del destino di sangue che la madre ha profetizzato per tutte le donne della famiglia? O il coinvolgimento in un nuovo delitto ha a che fare (letteralmente, come scopriremo) con l'aria che si respira al Tempio?
Tra scazzottate e ectoplasmi, il detective riuscirà comunque a mantenere la sua proverbiale calma e supererà ogni ostacolo.
Il problema della maledizione è che ha funzionato troppo bene, con troppa regolarità. È la prima con cui abbia mai avuto a che fare che funzioni così bene.
Altro giro, altra corsa. E altro delitto: la seconda parte si conclude col classico monologo riepilogativo di come sono andate le vicende esposte sino a quel momento, la terza si apre col detective che si dirige nella cittadina di Quesada, chiamato dal marito di Gabrielle per una faccenda da risolvere. Il protagonista lo trova però già morto e la ragazza è sparita. Anche in questo caso le macchinazioni sono ingegnose; la breve durata degli episodi, però, limita la partecipazione del lettore. Il finale, con la spiegazione di ogni cosa, risulta davvero impegnativo, ma regala il confronto tra il detective e l'antagonista, una piccola perla.

Il protagonista mantiene alcune caratteristiche già rilevate in Raccolto rosso ma presenta anche piccole differenze: come sempre è immerso in un'attività frenetica (interroga le persone, si muove in continuazione lungo tutta San Francisco, sventa omicidi); continua a sapere il fatto suo, anche se risulta meno spavaldo. Sembra addirittura avere un rapporto migliore con le forze dell'ordine, con le quali arriva a collaborare. Lo stile di Hammett è sempre perfetto per il genere ed anche ne La maledizione dei Dain troviamo frasi lapidarie piene di arguzie. Ecco un dialogo del protagonista con un suo amico scrittore:
«Tu e i siamo diversi» dissi. «Lo scopo della mia curiosità è mettere le persone in galera, ed è per questo che vengo pagato, anche se non quanto dovrei.»
«Non c'è nessuna differenza» ribatté. «Lo scopo della mia è mettere le persone nei libri, ed è per questo che vengo pagato, anche se non quanto dovrei.»
«Certo, ma a che serve?»
«Lo sa Dio. A che serve metterli in galera?»
«Allenta gli ingorghi stradali.»
La pubblicazione a puntate (per la solita Black Mask) ha influito notevolmente sul format del libro, che può esser paragonato ad una moderna serie tv: ogni parte corrisponde ad una nuova stagione, che riprende alcuni personaggi e prosegue la storia pur reggendo anche autonomamente e sviluppando percorsi narrativi indipendenti. Spetta al protagonista, l'unico a credere ostinatamente che i delitti siano in qualche modo collegati, il compito di svelare il legame tra tutte le “coincidenze multiple a coppia”.
Per quanto si possa fingere, nessuno pensa con chiarezza. Pensare dà le vertigini, si cerca di afferrare il maggior numero possibile di quei barlumi nebbiosi e di metterli assieme come meglio si può. È per questo che le persone si aggrappano con tutte le forze alle loro credenze e opinioni: perché, se paragonata al modo caotico in cui ci sono arrivati, persino l'opinione più assurda appare meravigliosamente chiara, sana e ovvia e, se te la lasci sfuggire, sei costretto a rituffarti in quel marasma nebbioso per riuscire a strappare un'altra opinione che prenda il suo posto.
Nicola Campostori

«Tu e io siamo diversi». dissi. «Lo scopo della mia curiosità è mettere le persone in galera, ed è per questo che vengo pagato, anche se non quanto dovrei.» «Non c'è nessuna differenza» ribatté. «Lo scopo della mia è mettere le persone nei libri, ed è per questo che vengo pagato, anche se non quanto dovrei.» «Certo, ma a che serve?» «Lo sa Dio. A che serve metterli in galera?» «Allenta gli ingorghi stradali.» La serialità prima delle tv: ne "La maledizione dei Dain" torna il detective di "Raccolto rosso" e affronta una quantità incredibile di pericoli, sparatorie, scazzottate. Frasi lapidarie piene di arguzie: puro stile Hammett. Nello scatto di @nicolacampostori. #dashielhammett #raccoltorosso #libri #libridaleggere #bookstagram #book #booklover #bookaholic #librichepassione #libribelli #bookish #criticaletteraria
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