lunedì 17 ottobre 2016

#paginedigrazia - Al pascolo con le "male passioni" dell'animo umano

Il vecchio e i fanciulli
di Grazia Deledda
Ilisso, 2011

Con prefazione di Nicola Lecca

pp. 146
€ 11 (cartaceo)
€ 4,90 (ebook)

Ulpiano Melis si sentiva padrone, in questo mondo, e mungeva le pecore e le capre con un senso di divinità: gli pareva d'esser lui a produrre il latte, che le sue dita simili alle radici del rovere facevano stillare dalle mammelle violacee delle bestie; lui che era più sollecito del sole e, vecchio, lavorava ancora, mentre molti giovani giacevano come Luca abbattuti dal turbine delle loro male passioni. (p. 110)
Due protagonisti carismatici, un vecchio e un ragazzo, animano fin dalla prima pagina Il vecchio e i fanciulli di Grazia Deledda: «libro di confine», secondo la definizione di Nicola Lecca nella prefazione, che vede la pubblicazione nel 1928 per Treves, ovvero dopo il conferimento del tanto discusso Nobel. Grazia Deledda qui non sperimenta, lascia che siano i suoi personaggi a parlare e a imporsi con i loro caratteri forti: Ulpiano Melis ha bisogno di un servo per il suo ovile e lo trova in Luca Doneddu, apparso quasi magicamente, con una storia familiare complessa alle spalle. A Ulpiano non interessa la giovane età del ragazzo, né la sincerità sulle sue origini: conta che sappia lavorare e che sia onesto. Dalle prime pagine, al lettore di oggi non può che risuonare - e mi scuserete l'anacronismo - Il pescatore di De Andrè: con lo stesso gesto di misericordia disinteressata, Ulpiano sfama Luca, gli dà un giaciglio e gli affida la grossa responsabilità del suo gregge. Quel che invece Ulpiano non vuol fare, è lasciare che Luca si insinui nella sua vita e nella sua famiglia; d'altra parte, anche la nipote Francesca teme proprio questo, ovvero che il servo inizi a comportarsi da padrone e che rubi il companatico e l'affetto dello zio. 
La ragazza, la cui bellezza è almeno pari alla sua cattiveria (o perlomeno alla presunta cattiveria, ottimo schermo per difendersi da sentimenti e fragilità femminile), non perdona l'arrivo di Luca e fa di tutto per screditarlo agli occhi di Ulpiano Melis, che invece si fida del ragazzo.
Francesca andò a spogliarsi e s'indugiò nella sua camera per calmarsi: perché veramente sentiva un ribollimento misterioso, come quello dell'acqua del pozzo quando lei per solo spirito di malvagità la violentava con le sue palle di neve; una voglia pazza di insultare Luca, di appostarsi nel cortile, quando egli partiva, e appunto coi proiettili di neve colpirlo al viso e accecarlo. (p. 73)
D'altro canto, un alone di mistero avvolge il giovane servo e molto spesso nei dialoghi con il vecchio si parla di "Lucifero" o di "maledizioni" popolari: Grazia Deledda sa bene come infondere inquietudine, specialmente nella mistica Sardegna di cui scrive da anni, e instilla nel lettore una sorta di premonizione, continuamente smentita però dalla bontà del lavoro di Luca Doneddu. Sottotraccia, resta un dubbio: e se Francesca avesse ragione a fare di tutto per allontanare Luca, a costo di macchiarsi di spergiuro? Francesca imparerà a sue spese che «è più facile commettere il male che confessarlo» (p. 98).

Che Luca nasconda qualcosa si fa sempre più chiaro, a mano a mano che il lettore si inerpica con Ulpiano e il ragazzo su per gli scoscesi pascoli sardi. Ma che cosa? E quanto è grave la bugia? In parallelo, l'odio di Francesca cresce, si fa paradossalmente tanto forte da risultare indescrivibile e soprattutto poco distinguibile da ben altri sentimenti violenti. Come accade spesso nei romanzi deleddiani, odio e amore camminano su un crinale pericolosamente contiguo, e la scrittrice domina i suoi personaggi combattuti con una padronanza e una consapevolezza che loro non hanno di sé: allora anche il lettore inizia a pensare che nella bella amazzone che cavalca fino al pascolo per dileggiare e umiliare il servo si nasconda un'attrazione atavica e inarrestabile, tuttavia torbida e irrisolta. Neanche l'esperienza di Ulpiano Melis può arginare gli eventi, perché «la sorte si prende sempre beffa di noi, e ci offre le occasioni alla rovescia» (p. 133), e basta poco perché la situazione precipiti, partano proiettili che risuonano di punizione divina, e si moltiplichino sensi di colpa, tentativi di espiazione, volontà di vendetta, pentimento. 

Provocazione e reazione sono due dei movimenti inquieti di questo romanzo, in cui il mondo esterno, con la natura e i suoi eventi, dialoga continuamente con l'interiorità, come in questo passo:
- Se te ne vai proprio adesso, sei davvero un miserabile. 
A Luca parve che fosse la sua stessa coscienza a parlare: e rimase. (p. 114)
Tra spinte centrifughe e centripete, allo stesso modo, l'altezza del pascolo allontana e isola dal paese: è un luogo dove tutto può succedere e, nonostante la profonda comunione con la natura di Ulpiano Melis, le bestie si ammalano, il demonio sembra mordere, e la saggezza dell'età non può niente contro il destino. Se il locus amoenus è lì presente, cambiano i personaggi che vi sostano: e non c'è niente della tradizionale quiete che porta il pastore alla riflessione e al canto. Forse è la storia, con frequenti accenni alla miseria e alla carestia, ad aver fatto irruzione; o forse è "solo" l'animo umano moderno, ora riarso dalla sete di successo, ora dilaniato dalla fame di trovare un proprio posto nel mondo. 

GMGhioni