giovedì 26 gennaio 2012

Editori in ascolto - Henry Beyle, ovvero una relazione sentimentale

Uno dei volumi di Henry Beyle

Quartiere Bovisa, periferia nord di Milano. Nebbia fitta, freddo, il passaggio del tram scandisce la giornata di quest'angolo di città. La Henry Beyle occupa un appartamento al piano ammezzato della palazzina al numero 52 di Via Maffucci. Due stanze separate da un corridoio, in ogni angolo libri antichi e nuovi, edizioni rare, di pregio e su un tavolo di vetro le pubblicazioni della casa editrice. Vincenzo Campo ce le mostra con orgoglio, l'orgoglio di chi ha curato ogni minimo dettaglio di questi libri che, parole sue, devono «essere piacevoli come oggetti e al contempo raccontarci una storia».
Il nome Henry Beyle rimanda chiaramente a Stendhal. Può raccontarci la storia di questo nome?
Intanto il nome così come lei lo legge nelle copertine, con la “y” , non esiste, perché il vero nome di Stendhal è Marie Henri Beyle, quindi con la “i” e non con la “y”. Nella produzione di Stendhal, però, esiste un testo, considerato da molti stendhaliani come il suo vero capolavoro, Henry Brulard. Nel nostro nome confluiscono dunque due anime: il vero nome di Stendhal con una piccola smagliatura che rimanda a un'opera di Stendhal stesso. Va poi detto che lo scrittore francese odiava il suo vero nome e che Stendhal non fu il suo unico pseudonimo, ne aveva molti, usati per nascondere e camuffare la sua identità. Noi abbiamo fatto il contrario: abbiamo utilizzato un nome vero, tenuto nascosto, per nascondere un nome reale. Ricorrendo ad un’opera di Tabucchi lo potremmo definire un gioco del rovescio: un nome vero che viene utilizzato come pseudonimo, come nome editoriale e letterario. È un gioco, ecco, poi ovviamente in Stendhal trovo motivi di piacevolezza che non trovo in altri scrittori.
In un'intervista al «Corriere della Sera» lei non si è definito né un editore, né un tipografo. Viene quindi spontaneo domandarle qual è il suo mestiere.
Intanto il mio non è un mestiere. Un mestiere è un lavoro e nel lavoro, che è fondamentale, nobilissima attività, c'è il rimando preciso a una fatica quotidiana che viene svolta a volte con ripetitività e stanchezza. Dunque in questa mia attività c'è una componente che non si può associare al lavoro. Allora lei mi dirà che è una passione, ma neanche questo si addice in pieno; nella passione c'è una componente etimologica che rimanda alla sofferenza, al verbo patire ( “la passione di Cristo” è la passione per eccellenza). Io non provo sofferenza nella gestione della Henry Beyle. Semmai mi arrabbio ogni tanto per un titolo che non riusciamo a fare o perché gli aspetti economici assumono una valenza sgradevole. Quindi mestiere e passione sono due termini imprecisi. Se dovessi dare una definizione direi che questa impresa editoriale è una storia sentimentale nella quale si cerca di realizzare un progetto in cui c’è il desiderio di fare qualcosa che sentimentalmente risulta appagante. C’è, in questo sentimento, la realizzazione di sé, non tanto nei suoi aspetti pratici quanto nella sua componente emotiva. Tenga conto però che in questa realizzazione non conta tanto il soggetto, non conto tanto io non-editore, ma conta il fatto che io cerco di realizzare un progetto composto di tante figure e tante opere che messe insieme costituiscono un unicum: quello è il ritratto, il frutto della relazione sentimentale. Molto banalmente, l'hanno detto in tanti, un editore è il suo catalogo. Contano le scelte che ha fatto, anzi le scelte che ha potuto concludere. Le potrei fare numerosi esempi di testi che per diverse ragioni non è stato possibile realizzare. Certo conta il catalogo che si è riusciti a realizzare, ma non solo. Le faccio un esempio: Scheiwiller aveva in mente un progetto che io trovo bellissimo, voleva fare un volumetto che contenesse tutti i titoli che aveva in animo di pubblicare, ma che non era riuscito a fare; in fondo quella era l'anima segreta del suo catalogo. Un editore, quindi, è sia i libri che è riuscito a fare sia quelli, molti, che non è riuscito a fare e che gli sarebbe piaciuto fare.
C'è un libro di Carlo Emilio Gadda, uscito per la Piccola Biblioteca Adelphi, una raccolta di interviste intitolata Per favore mi lasci nell'ombra, che potrebbe essere il logo del perfetto editore. L'editore deve stare nascosto, il vero protagonista è l'autore; il mio lavoro è quello di individuare, scegliendo un segmento, perché non si può fare tutto, una linea, e affidare agli autori che pubblico e a quello che ho scelto tra le loro diverse opere, la mia immagine.
Sul vostro sito internet (www.henrybeyle.com) è specificato che le vostre pubblicazioni sono in tiratura limitata, numerate e fatte con materiali di pregio. Vi rivolgete, quindi, a un pubblico ristretto. Qual è il suo rapporto con l'editoria di massa?
Partiamo con una premessa: io ho lavorato come consulente, in prevalenza nel campo della scolastica, con diversi editori dai quali ho ricavato un’esperienza di certo molto utile. A un certo punto però mi sono stancato; volevo creare dei testi diversi e questo è nato, non solo dal contatto con gli editori, ma anche dal fatto che i libri che erano in commercio non mi piacevano ( in fondo ogni iniziativa nasce da un'esigenza simile). Un testo, un libro, e qui naturalmente stiamo parlando di libri di letteratura, è al contempo un oggetto e una storia. Affinché un testo sia piacevole, secondo me naturalmente, deve essere attraente come oggetto e deve contenere e raccontarci una storia. Deve farci partecipe di quella storia. Senza questi due aspetti non c'è il libro. A me capita di sfogliare molti libri che contengono una storia, mentre l'oggetto libro viene quasi sempre massacrato. Questa mia operazione editoriale la definirei nostalgica, e prenda il termine alla lettera, da nostos che vuol dire ritorno, la Henry Beyle è un viaggio a ritroso, vuole tornare indietro nel tempo, e di fatti è stato notato, con ironia in un caso, che tutti gli autori in catalogo sono defunti. Questo perché la mia è un'operazione che è assolutamente volta al passato, guardo indietro nel tempo e vado a riprendere scelte tipografiche, metodo di stampa, caratteri, impaginazione e organizzazione del testo nelle sue parti (dal frontespizio al colophon) che sono assolutamente fuori dal presente. Miriamo a un'editoria che non esiste più, vogliamo far rivivere un'idea di oggetto libro che oggi è scomparsa per le più diverse ragioni. I libri Henry Beyle sono un prodotto assolutamente artigianale, che ha l'obiettivo di far rivivere un concetto di editoria che nel presente, altrove, non c'è (tranne qualche sparuta eccezione che può essere ad esempio quella eccezionale di casa Tallone).
Vorrei sottolineare un'altra cosa: poco fa dicevo che ogni libro deve contenere una storia, altrimenti si tratta di un esercizio sterile. I volumi della collana Piccola biblioteca degli oggetti letterari riprendono titoli che erano fuori catalogo, quindi non si poteva trovarli in commercio se non all'interno, a volte, delle Opere complete. Tutti questi testi raccontano una storia affascinante attorno ad un tema che è quello del libro e dell'oggetto che si muove attorno alla lettura. Non è una ristampa di un testo che in ogni caso si potrebbe acquistare altrove scegliendo tra diverse edizioni, formato, prezzo. Questo testo lo trova soltanto in questa edizione, quindi il lettore legge una storia impossibile da trovare altrove, in un formato che rimanda a quanto dicevamo prima a proposito dell'oggetto libro, che è creato secondo criteri nostalgici.
L'epistolario tra Alberto Mondadori e Umberto Saba
Ci può descrivere fisicamente questo oggetto libro?
Tutti i libri sono stampati su carta Zerkall-Bütten da 110 grammi che ben si presta alla composizione monotype. Non si tratta perciò di una stampa digitale e non esistono versioni PDF dei nostri testi che non siano rielaborazioni a partire dalla pagina. Sono tutti testi intonsi in testa: sarà il lettore a decidere se leggerli con una gran fatica, oppure usare un tagliacarte e tagliare le pagine e infine sono numerati progressivamente da 1 a 575.
Stiamo valutando, inoltre, di creare una collana di testi cuciti a mano uno ad uno, ma è possibile farlo solo quando il numero di pagine è limitato altrimenti lago, e l’artigiano che lo fa, non riesce a bucare le pagine. Lo abbiamo già fatto con un testo di Prezzolini (Primavera a New York, ndr) che è cucito a mano con un filo dello stesso colore del titolo di copertina. Ora stiamo valutando anche l'ipotesi di arricchire questo progetto e farne una collana. Il nemico più atroce di quest'operazione è il punto metallico, usarlo sarebbe come dichiarare la propria follia.
Stampe in monotype, tagliacarte, rilegature con cucitura a mano, mentre il fenomeno e-book sembra prendere piede anche nel nostro paese. Che cosa ne pensa?
Operazione pienamente e totalmente legittima, per molti versi anche affascinante, che a me non interessa minimamente e che, come disse un tale, cade ai piedi della mia indifferenza. Chi vuole leggere una storia lo può fare nei modi che vuole, io non mi impressiono per nulla. Va benissimo, a me non interessa. Tenga conto che la nostra non è un'operazione pionieristica, io non vado incontro al futuro, la mia, mi ripeto, è un'operazione nostalgica che raccoglie il desiderio di un ritorno a un'idea che non esiste più, se vuole un'operazione velleitaria che nasce già sconfitta. Ma vorrebbe accarezzare la nobiltà della sconfitta. Siamo agli antipodi della tiratura di massa, non siamo nel presente: lei è venuto qua, ma in realtà è venuto a conoscere un tempo che non esiste più. Noi siamo una casa editrice che, se vuole scioccamente, non guarda avanti, ma solo ed esclusivamente indietro.
Quali sono i criteri con cui sceglie i testi da pubblicare?
Innanzitutto non si tratta della creazione di un oggetto bello e punto. Questa seconda cosa che le vado a dire è importante quanto la prima. Tutti i testi sono scelti secondo un criterio ben preciso: nell'operazione di ripescaggio c'è l'obiettivo di rendere l'onore delle armi ad un 'autore o comunque a un titolo, naturalmente dico alcuni perché autori come Saba hanno un’importanza canonica e non hanno bisogno della Henry Beyle. È un'operazione di scavo che vuole creare un connubio tra un testo creato in una veste assolutamente particolare e un'opera che rivede la luce e che lei legge anche con il piacere della scoperta. Questo secondo aspetto per me è fondamentale; per farle un esempio potrei pubblicare I promessi sposi e sarebbe un'edizione elegante di un grande classico. Ma non mi interessa: la bellezza dell'oggetto libro deve coniugarsi comunque col proporre al lettore una cosa che altrove non c'è. Non sceglie solo un oggetto, ma un testo. Poi ovviamente se una collana si chiama Piccola biblioteca degli oggetti letterari(l'altra meno affollata è la Piccola biblioteca dei luoghi letterari, ndr) i testi al suo interno devono essere ad essa coerenti. Quindi un testo di un autore noto che racconti una storia, che sia gradevole, che non sia in commercio, che meriti la possibilità di una nuova vita e che ruoti intorno al tema del libro e dell’oggetto da lettura: sedia, scrivania., occhiali, macchina da scrivere.
Un'ultima cosa che, me lo conceda, guarda al futuro. Ci può anticipare i prossimi progetti di Henry Beyle?
Certamente. Il prossimo testo che pubblicheremo, in uscita intorno alla prima decade di febbraio, si intitola Della mia vita fino a oggi raccontata dai lettori stranieri, ed è un'autobiografia di Elio Vittorini, comparsa per la prima volta in una rivista della casa editrice Bompiani, Pesci rossi e sarà il dodicesimo volume della Piccola biblioteca degli oggetti letterari. A marzo, poi, uscirà un testo di Valentino Bompiani sul mestiere dell'editore, sempre in questa collana degli Oggetti letterari per la quale le anticipo un altro testo in fieri, che non sappiamo quando uscirà, un'antologia sulle scrivanie.
Come può vedere, quindi, questa collana ha due anime: libri che parlano di libri e oggetti letterari veri e propri come la scrivania, il sedile di Munari o la macchina da scrivere al centro di un epistolario tra Alberto Mondadori e Umberto Saba che abbiamo pubblicato nello scorso novembre.

L'intervista è terminata. Salutiamo Vincenzo Campo. Da via Maffucci 52 rientriamo nel presente del 2012. Il tram della linea 2 percorre la sua strada con estrema lentezza a conferma dell'esistenza di una Milano diversa, distante dai lustrini della moda e dalle olive degli apericena; una Milano appassionata, lenta e che guarda al passato come a un tesoro da valorizzare: è la Milano di Henry Beyle.

Alessio Piras