mercoledì 24 agosto 2011

Gilbert Cesbron, I santi vanno all'inferno

I santi vanno all'inferno
di Gilbert Cesbron
Massimo Editore,1982

pp. 336
Traduzione di N. Orsola


Romanziere francese del ventesimo secolo di ispirazione cattolica, Cesbron in questo romanzo racconta dell'impegno dei preti operai nella periferia parigina.
Il protagonista, Pietro, sceglie infatti attraverso la sua condizione di prete operaio di predicare il Vangelo nella banlieu parigina Sagny, un posto dimenticato che non si trova neanche sulla cartina geografica di Parigi.
L'autore usa un linguaggio molto efficace per descrivere la rassegnazione delle famiglie che vivevano in periferia. Si veda, ad esempio, la disperazione di Paoletta, che pensa di abortire perché non può sfamare un altro figlio.
Anche se il nome della periferia di cui si narra è pura invenzione, alcuni personaggi del racconto sono realmente esistiti: come il cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, che si fa accompagnare a bordo di una vecchia utilitaria per visitare i sobborghi di Parigi e comprendere una realtà distante da quella più confortevole della sua residenza vescovile.

A questo proposito l'autore scrive:
Nelle ultime settimane il cardinale trascurava le udienze ufficiali, i compiti quotidiani per farsi condurre nella sua piccola automobile nera, triste e fuori moda, attraverso i sobborghi di Parigi. Con il viso contro il vetro, le mani giunte e il cuore stretto, il cardinale arcivescovo passava lentamente in mezzo a qul popolo ormai pagano. I suoi occhi azzurri facevano provvista di quei visi grigi. " Tutti figli di Dio" diceva "e io sono responsabile di tutti loro. Padre perdonami, perdonami." Poi tornava all'arcivescovado traboccante di umiltà e propositi. Rimaneggiava in grandi pagine un piano di missione che oramai, lui lo sapeva, non avrebbe più potuto mettere in atto perché era molto malato.
Per quanto vecchio e malato, alla vista di questa povera gente Suhard medita propositi di evangelizzazione, pur sapendo che non sopravviverà alla loro realizzazione.
Il romanzo fu pubblicato (1982) durante una vivace polemica, in ambienti ecclesiastici, nei confronti della figura del prete operaio, ma nel romanzo non si vuole entrare nel merito di questa scelta:
sarebbe un errore considerare l'opera del padre Pietro come un esempio valido in tutto e per tutto d'una nuova forma d'apostolato.
Quello che si vuole invece evidenziare è la scelta sempre attuale di tutti quei religiosi che scelgono di vivere in maniera umile accanto a chi vive ai margini della società per realizzare nella loro vita la predilezione di Cristo per i poveri e testimoniare una religiosità non fatta di formalismi ma più vicina alla persona. Questo romanzo è stato infatti citato e fonte di ispirazione nel tempo per tanti preti che hanno voluto portare la propria testimonianza di fede a contatto con la gente, vivendo il Vangelo per strada e non nel chiuso di una Chiesa.
Molto interessante per capire lo spirito del romanzo è la nota finale nella terza edizione da parte di Padre Voillaume, in cui si evidenzia lo spirito del libro che testimonia il desiderio di una religione più vicina alla gente, dove appunto dice che il libro
avrà fatto qualcosa di buono se riuscirà a convincere il cristiano che la carità di Cristo lo sollecita a sorpassare in sé i limiti di separazione, conseguenza dell'appartenere a questo o quell'ambiente, che si oppongono all'unione degli uomini e alla diffusione del regno di Dio sulla terra.
Lucia Salvati